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Tra il 1200 e il 1300 le campagne mongole causarono tra i 20 e i 50 milioni di morti. È impossibile avere un numero preciso.
Eppure negli ultimi 20 anni alcuni storici statunitensi ed europei hanno proposto una lettura diversa. Jack Weatherford, nel libro Gengis Khan e la nascita del mondo moderno, sostiene che quelle stragi sarebbero state il prezzo per il progresso. Secondo questa tesi la Pax Mongolica avrebbe garantito per un secolo la sicurezza delle rotte della Seta. Da Pechino a Venezia si poteva viaggiare con il solo passaporto mongolo. Merci, tecnologie, carta, polvere da sparo, stampa e anche la peste viaggiarono per la prima volta su scala davvero globale. Le carovaniere esistevano da secoli, ma sotto un’unica amministrazione molte cose vennero velocizzate.
I Mongoli usarono la meritocrazia nell’esercito, abolirono la tortura per i nobili e praticarono una tolleranza religiosa forzata dai culti che incontravano. Molti regni locali furono distrutti e questo ridusse le guerre intestine in Cina, Persia e Russia. Arrivò un’unica amministrazione. La conclusione è: ci fu un costo umano enorme, però in compenso nacque la prima vera rete globale. Senza i Mongoli forse niente Marco Polo, niente scambi Est-Ovest come li conosciamo.
Resta però la domanda: progresso per chi? Di certo non per i contadini di Nishapur o Baghdad che furono sterminati.
Qui emerge il primo errore: giudicare il passato con l’esito. La conquista di Gengis Khan non era un piano per la globalizzazione. La globalizzazione fu una conseguenza, non l’obiettivo di partenza. Se applichiamo lo stesso metro a tutto, allora qualsiasi strage si può giustificare dicendo che dopo molte cose sono andate meglio.
E infatti è quello che succede. Chi usa questo ragionamento su Gengis Khan oggi non viene accusato di negazionismo. Chi usa lo stesso ragionamento sugli eventi del 900 sì. Il metro cambia a seconda della distanza temporale e di chi giudica. È il fenomeno che Orwell chiamava bipensiero: tenere contemporaneamente due convinzioni opposte e accettarle entrambe.
Noi usiamo due metri.
Il primo è il metro morale-assoluto. Dice: ogni vita è sacra. Anche una sola vittima innocente è di troppo. Non esistono morti utili. È il metro che usiamo per i crimini del 900, per il terrorismo, per le stragi.
Il secondo è il metro storico-utilitarista. Dice: le grandi svolte hanno un costo. 40 milioni di morti, ma ci hanno dato la globalizzazione, la nazione moderna, il progresso. È il metro che usiamo per la Rivoluzione Industriale, per le guerre di unificazione, per le transizioni, per il colonialismo e la conquista del West.
Più un evento è lontano nel tempo, più è facile fare i conti in milioni e parlare di processi storici. Più è vicino, più parliamo di nomi e cognomi. Se ci identifichiamo con il progresso, il costo diventa necessario per assecondare un inevitabile processo storico. Se la violenza la fanno gli altri, il costo diventa crimine. È la parte politica del bipensiero. Se la storia usa due pesi diversi a seconda dell’epoca o di chi agisce, allora non è più morale ma propaganda. Guerra è Pace, Libertà è Schiavitù. Nella realtà: Ogni morte è inaccettabile e Milioni di morti sono accettabili per il progresso.
Non è che uno dei due discorsi sia falso. Il problema è tenerli entrambi senza ammettere la contraddizione.
Questa logica è stata usata per la Rivoluzione Francese e il Terrore, con le stragi della Vandea. A posteriori si dice: è stato il prezzo per i diritti dell’uomo, la nazione, la democrazia moderna. Senza Terrore non ci sarebbe stata la Repubblica.
Lo stesso discorso vale per l’industrializzazione e la modernizzazione. Sappiamo che ci sono stati decine di milioni di morti tra schiavitù, carestie in India, genocidi in America. Ma il discorso è accettato perché sarebbe stato il prezzo per la modernità, la scienza, l’economia globale. Il mondo di oggi è nato da tutto questo. Anche la guerra dell’oppio è stata raccontata come imposizione del libero commercio. Anche se il costo è enorme, nei libri di storia viene descritto come fase necessaria.
Lo stesso teorema però non vale con altri eventi. Perché non condividiamo il fine, o perché è troppo vicino, o perché non sono stati i nostri. E lì torna il bipensiero: per noi il progresso giustifica. Per loro la rappresaglia no.
Alcuni storici hanno sostenuto esplicitamente la tesi del costo in vite umane come prezzo del progresso.
Jack Weatherford, in Gengis Khan e la nascita del mondo moderno del 2004, afferma che i Mongoli hanno creato la prima vera economia globale. Parla di unificazione di Cina, Persia, Russia e delle rotte commerciali come risultato diretto delle campagne.
Niall Ferguson, in Impero: come la Gran Bretagna ha creato il mondo moderno del 2003, sostiene che l’Impero Britannico, con tutte le sue violenze, ha esportato istituzioni, legge, ferrovie, lingua inglese. Ammette i massacri ma li mette nel conto della modernizzazione.
Steven Pinker sostiene che la violenza è diminuita nel lungo periodo e che progresso, stato e commercio hanno ridotto le morti. Quindi implicitamente: alcune fasi violente sono state necessarie per arrivare a società meno violente.
Nessuno di loro dice che è bello che siano morti. Dicono che, anche se sono state tragedie, senza quell’evento traumatico non avremmo tutto ciò che oggi diamo per scontato.
Anche il professor Alessandro Barbero ha usato più volte in conferenze e lezioni questa espressione: erano persone perbene, ma stavano dalla parte che ha perso, dalla parte sbagliata rispetto all’esito della storia. Viene detta come se la storia avesse un percorso lineare. È una delle idee che ci raccontiamo per dare un senso al caos.
In realtà la storia sembra avere dei cicli. Gli imperi salgono, cadono, e ritornano le stesse dinamiche. Poi avvengono fratture: una guerra, una pandemia, una tecnologia ribaltano tutto in pochi anni. Non è una linea, sono una serie di salti.
Benedetto Croce diceva: tutta la storia è storia contemporanea. Vuol dire che noi guardiamo il passato sempre con gli occhi del presente. E il presente cambia.
Barbero si è formato in un ambiente storicista e da giovane aveva una formazione marxista. Parla spesso di parti giuste e parti sbagliate che non riguarderebbero la volontà degli attori. Bisogna capire cosa significa dalla parte sbagliata della storia.
È un modo per dire che la storia ha un verso che poi si è imposto. Chi era contro quel verso, anche se in buona fede, è stato travolto. In conclusione, le numerose vittime pur rappresentando tragedie, risultano storicamente sul lato perdente.
Barbero usa il concetto per i soldati dell’esercito regio nel 1860, per i tedeschi comuni nel 45, per i crociati. Non sta dicendo se lo meritavano. Sta dicendo la storia li ha messi lì. Il discorso è: singole brave persone per un obiettivo storico più grande. Il risultato c’è. Il costo è tragico ma comprensibile. È lo stesso ragionamento di Weatherford sui Mongoli: erano civiltà intere, ma ostacolavano l’unificazione. È lo stesso di Ferguson sull’Impero: ci furono abusi, ma portava la legge.
Ma chi decide qual è il lato giusto? Lo decide chi vince e scrive i libri solamente dopo. Il rischio è giudicare il passato con l’esito. Se domani vincesse un altro, il lato giusto cambierebbe. Così si azzera la responsabilità individuale e si trasformano le persone in pedine di un processo storico.
Cosa intende Barbero con parte sbagliata. Non è un giudizio morale personale su ogni singolo. È un giudizio a posteriori storico: il processo che si è imposto dopo ha condannato quella causa. Quindi chi ci stava dentro, pur in buona fede, è stato travolto dal risultato. Lui stesso spesso aggiunge: e questo è il dramma della storia, che la gente normale paga per scelte che non ha fatto lei.
Se estendiamo la formula di Barbero, tra 100 anni uno storico potrebbe dire: quei bambini erano civili innocenti. Il problema è che vivevano a Gaza, in un territorio controllato da Hamas, nel mezzo di un conflitto per la sicurezza di Israele. Erano dalla parte sbagliata.
Lo stesso schema viene usato per Baghdad del 1258: brave persone, una grande civiltà, ma la città resisteva ai Mongoli che stavano unificando. O per Samarcanda: brave persone, ma erano sotto il Khwarezm che i Mongoli dovevano abbattere. O per la Vandea 1793: contadini onesti, ma stavano dalla parte dei realisti contro la Repubblica.
Quindi il conflitto è tra due metri opposti.
Metro storico: giudichi a posteriori, con l’esito in mano. Lì puoi dire parte sbagliata.
Metro giuridico attuale: i civili non hanno una parte. Hanno solo il diritto a non essere colpiti.
Il bipensiero è usare il metro storico per giustificare il passato, e il metro giuridico per condannare il presente. Tenere entrambe le logiche senza dire che si contraddicono.