Nell’antico quartiere ebraico di Martina Franca, dove un tempo trovarono rifugio i cittadini di Oria in fuga dalle scorrerie saracene, sorge una piccola chiesa che tutti – anche il visitatore occasionale – chiamano “delle Monacelle”, benché il suo titolo ufficiale sia Santa Maria della Misericordia. A custodirne la memoria e i tesori è una figura ormai solitaria: suor Carmela, al secolo Anna Castellana, ottantasettenne, ultima superstite delle monache agostiniane che qui hanno vissuto per oltre due secoli.
Un’opera pia voluta da una duchessa
Il convento di clausura nasce come opera pia fondata da Aurelia Imperiali, moglie di Petracone V, ottavo duca di Martina, che nelle carte di fondazione affidò l’istituzione al compito di accogliere le ragazze bisognose per sottrarle “a un futuro infausto”. La comunità ha resistito per generazioni, attraversando indenne soppressioni ed espropri, e oggi l’immobile è gestito dalla Fondazione “Caracciolo – De Sangro”, che al suo interno ha aperto un museo grazie all’operato dell’Aps Liberuomo. L’area circostante, sopravvissuta come “U Curdunnid” nel dialetto martinese, resta uno degli angoli più antichi e vitali del centro storico.
La devozione che non si spegne
Anche con la vita del convento ormai ridotta al lumino acceso da una sola suora, la devozione dei martinesi verso la chiesetta resta accesa, soprattutto durante la Settimana Santa. È proprio qui che si cela la storia del Volto Santo: una piccola ma intensa immagine di Cristo racchiusa in una cornice d’argento, circondata da una corona di mistero e di fede.
Le origini toscane dell’effigie
La tradizione – documentata da una placca argentea apposta alla base, recante un’iscrizione in latino – vuole che l’immagine sia una copia realizzata nel 1716 a Siena, con l’approvazione di papa Clemente XI. Una copia di copia: quell’immagine derivava a sua volta da un’altra, autorizzata da papa Urbano VIII, mentre l’originale era stato protetto da una scomunica promulgata da papa Paolo V contro chiunque ne avesse tratto riproduzioni senza autorizzazione. Un dettaglio, quest’ultimo, che contribuisce ad alimentare il fascino dell’oggetto.
Lo studioso Roberto Falcinelli, esperto della storia devozionale martinese, ha però sollevato dubbi sull’iscrizione: a suo avviso la placca argentea sarebbe un’aggiunta successiva, e l’eventuale targa con l’avvertimento di Paolo V potrebbe essersi perduta proprio durante il pellegrinare dell’effigie da Siena a Martina. Un’ipotesi che non fa altro che aumentare l’alone di sacralità che circonda la reliquia.
Il viaggio verso la Puglia
Nel XVII secolo, i frati cappuccini di Siena – con il permesso papale – donarono l’immagine al cardinale Innico Caracciolo, vescovo di Aversa e membro della famiglia ducale di Martina Franca. Fu così che l’effigie sbarcò in Puglia, trovando la sua prima dimora nella chiesa dei Cappuccini. Nella campagna della Valle d’Itria, la cappella laterale venne riadattata per custodire degnamente il dono: si realizzò una macchina lignea d’altare, restaurata nel 2001, che celava un ingegnoso meccanismo a ingranaggi. Un cilindro poteva ruotare mostrando alternativamente il Volto Santo e l’immagine dell’Addolorata: un congegno che dice molto della cura con cui l’opera veniva venerata.
La duchessa che salvò il tesoro
Con le soppressioni degli ordini religiosi e l’esproprio dei beni ecclesiastici, l’effigie rischiò di andare perduta. La salvò donna Francesca del Giudice, duchessa di Martina, che la trasferì nel convento delle Monacelle – di proprietà della sua famiglia – affidandola alle cure delle monache agostiniane di clausura. Da quel momento il Volto Santo visse nelle mani delle Monacelle, e a loro restò.
Una tradizione che continua
Oggi, a secoli di distanza, suor Carmela continua a esporre il Volto Santo durante il tradizionale “giro dei Sepolcri” del Giovedì Santo, mantenendo viva una consuetudine che la città riconosce come propria. Risalendo ancora più indietro nel calendario delle memorie, si scopre che già nel 1703 la festa della Trasfigurazione del Signore era diventata a Martina la festa propria del Volto Santo: un legame antico tra l’effigie e il calendario liturgico locale.
Una nota sul contesto devozionale
La pietà per le sacre effigi si intreccia, nel Meridione, con una più ampia tradizione angelica e cristologica. In questo orizzonte si colloca un volume recente curato da Anna Bellon, Il libro di San Michele (Psiche 2, 2025, pp. 244, ISBN 9788892701748), che ricostruisce liturgie e devozioni dedicate all’Arcangelo Michele: dalla Novena Sagra di padre Matteucci (1703) alla Corona di Antonia di Astonac (1751). Il libro di Bellon – dedicato specificamente all’Arcangelo Michele, non al Volto Santo di Martina Franca – contribuisce però a mappare la cultura devozionale dell’Italia meridionale e il modo in cui le figure celesti hanno attraversato la spiritualità popolare, offrendo un contesto utile per leggere anche la venerazione di Martina.