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“Non hai visto nulla a Hiroshima”

©️patrick pascal

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Non si tratta più di incolpare questa o quella potenza, ma di rendersi conto che ci troviamo di fronte all’atto prometeico supremo del fuoco sottratto agli dei dall’umanità intera, capace di annientare il creato.

     Durante la guerra in corso nel continente europeo sono state proferite a più riprese gravi minacce, a volte velate, altre più esplicite. Si trattava dell’arma nucleare che, durante la guerra fredda, era stata tuttavia garante di una certa stabilità in un sistema internazionale caratterizzato dallo scontro tra i blocchi; era quello che veniva definito “l’equilibrio del terrore”. Oggi, la minaccia di distruzioni di massa, se non addirittura di un annientamento totale, non sembra più costituire un freno sufficiente; il solo fatto che si possa evocare il fuoco nucleare, finora tabù, è la manifestazione di un crollo intellettuale e morale. L’arma nucleare, a parte l’allarme della crisi dei missili di Cuba, che aveva permesso di evitare guerre su larga scala ad eccezione di alcune crisi marginali, non è forse diventata un mezzo per scatenarle?

     L’esplosione, sconosciuta prima del 6 agosto 1945 alle 8:15, ora giapponese, non fece alcun rumore, a giudicare dalle immagini di cui disponiamo e persino secondo i sopravvissuti; non ne avvertimmo l’onda d’urto devastante e tanto meno il fuoco che si propagava al suolo, come una falce mostruosa. Con il passare del tempo, una sorta di amnesia collettiva non ha forse atrofizzato i nostri pensieri? Eppure, non c’è umanità senza memoria e non c’è progresso possibile senza memoria. È vero che è difficile immaginare ciò che sfugge all’essere umano. John Hersey, vincitore del Premio Pulitzer, pubblicò nel 1946 su “The New Yorker” le testimonianze dei sopravvissuti, tra cui quella di un gesuita tedesco, che nella loro vita quotidiana erano lontani dalla guerra, dato che Kyoto e Hiroshima erano state risparmiate fino a quel fatidico giorno. Eppure, se l’orrore assoluto, quello della Shoah o di Hiroshima, non può essere rappresentato né trasmesso, occorre comunque compiere lo sforzo di comprenderlo.

     La “Cupola di Genbaku”, costruzione situata nell’epicentro della tragedia di cui rimangono solo strutture in ferro, è diventata una cattedrale del nulla che non esprime nemmeno il fatto che la guerra avesse cambiato non la dimensione, ma la natura. “Non hai visto nulla a Hiroshima“, ripete come un leitmotiv l’amante giapponese nel film *Hiroshima mon amour* di Alain Resnais, tratto da un testo di Marguerite Duras; non si tratta solo di un’espressione caotica della memoria in strani monologhi, ma anche di uno sforzo maldestro, quasi disperato, di immaginare la riconciliazione dei popoli. Hiroshima dovrebbe rappresentare per ciascuno – al di là del numero astronomico delle vittime di ogni tipo di armamento, come ad Amburgo, Dresda o ancora a Tokyo nel marzo 1945 – la distruzione dell’umanità, compresi i suoi sopravvissuti, di cui facciamo parte, in un nulla del pensiero e dell’anima. Non si tratta più di incolpare questa o quella potenza, ma di rendersi conto che ci troviamo di fronte all’atto prometeico supremo del fuoco sottratto agli dei dall’umanità intera, capace di annientare il creato.

 

 

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