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Cosimo Fanzago, uomo del suo tempo

Cosimo Fanzago. Tratto da: museionline.info

Ascolta la versione audio di questo articolo (generata da IA).

Prima di scrivere questo articolo non ho amato il barocco. Come non amo nessun tipo di esagerazione, perché ho creduto che esagerare è facile come illudersi. Poi mi sono imbattuta in Cosimo Fanzago. Ovvero, ho visto le sue orme. Le orme erano belle, sicure anche dopo quattro secoli. Invisibili ai più, come è invisibile la memoria finche’ non viene raccontata. Sicure come uno che è veramente del mestiere le sa lasciare.

Cosimo Fanzago nasce a Clusone, in provincia di Bergamo, da Ascenzio Fanzago e Lucia Bonicelli. La sua è una famiglia di nobili milanesi inserita in un ambiente sociale elevato e dotata di buone relazioni che si è stabilita nel bergamasco.

Nelle ricostruzioni genealogiche della famiglia Fanzago, l’attenzione degli storici si focalizza sulle figure maschili collaterali che influenzano la sua giovinezza, lo zio Pietro Fanzago, ingegnere e scienziato che realizza il celebre orologio planetario di Clusone, e lo zio Pompeo Fanzago, ufficiale delle gabelle della Corona Spagnola. Lo zio Pompeo abita a Napoli e intorno al 1608 ospita Cosimo, quando il giovane rimane orfano del padre e decide di lasciare la sua terra natale per trasferirsi nella capitale del Viceregno.

Il passaggio dalla città di Bergamo, allora l’avamposto fortificato nella periferia più occidentale della Repubblica di Venezia, a Napoli, brulicante e sfarzosa capitale del Viceregno spagnolo segna la svolta decisiva per la sua vita e forma l’inizio della carriera di giovane Cosimo.

Va ad abitare alla Duchesca, quartiere-mercato, nelle case dello scultore Girolamo D’Auria, un artista importantissimo dell’epoca. Proprio nella sua bottega che il giovane bergamasco muove i suoi primi passi nell’ambiente napoletano e impara i segreti del mestiere e delle materie prime.

Situato in prossimità della Duchesca 1, una monumentale e già decadente villa del quattrocento, e l’area a ridosso di Castel Capuano e di Porta Capuana 2, la zona si era trasformata in un mercato caotico e rumoroso.

Proprio alla Duchesca si concentrano i magazzini di marmo e le botteghe degli scultori toscani, che in quel periodo dominano il mercato dell’arte a Napoli.

Nel 1612, dopo quattro anni di apprendistato nella bottega di D’Auria, arriva il suo momento di svolta: l’artista firma un contratto di lavoro fondamentale con un altro grande scultore toscano, Angelo Landi. Nello stesso giorno nei documenti d’archivio si registra lo scambio della promessa di matrimonio tra Cosimo Fanzago e la figlia di Landi, Felicia. Il fatto non inusuale per l’epoca 3, sposando Felicia Landi, Fanzago non solo trova moglie, ma stringe un’alleanza commerciale con il suocero.

Acquista i contatti e anni dopo, alla morte di quest’ultimo, eredita una parte dei beni, tra cui il terreno nei Quartieri Spagnoli su cui costruirà la sua casa-laboratorio finale.

Sarà che Angelo Landi già aveva inquadrato il temperamento deciso del giovane Cosimo – infatti, Fanzago non aveva l’inclinazione da un classico artista solitario e contemplativo; aveva un carattere deciso, probabilmente rafforzato ulteriormente dallo stesso ambiente della Duchesca, sarà che per lo stesso carattere che Cosimo viene coinvolto in una rissa a colpi di spada. Fugge nel monastero per evitare la prigione (o la vendetta?) con l’accusa del tentato omicidio.

La Corona Spagnola, pienamente coinvolta nella appena scoppiata guerra dei Trent’anni, difende il cattolicesimo e dà manforte agli Asburgo d’Austria, che guidano il Sacro Romano Impero contro i principi protestanti. E se l’unità cattolica dell’Europa deve continuare a rimanere nella potestà del Sacro Romano Impero, i territori e le proprie rotte commerciali, come il Ducato di Milano o i Paesi Bassi spagnoli, devono rimanere della Corona Spagnola, al riparo dall’espansione della Francia.

Allora si introducono delle tasse straordinarie per finanziare queste ambizioni, e cosi si mettono le basi economiche al Barocco: la nobiltà e gli ordini religiosi hanno fretta di investire nel “mattone e nell’arte” per mettere i capitali al riparo.

Forte del suo carattere spregiudicato, dell’apprendistato e delle esperienze, Cosimo è pronto per la sua ascesa. Ormai sono passati dieci anni dal suo arrivo a Napoli, e lui è più che semplice scultore. Ha appreso il mestiere, ha conosciuto i fornitori e marmisti toscani, ed infine suo zio Pompeo, quello che riscuote le tasse, qualche consulenza gli avrà pure fornito?

Cosimo desidera ardentemente il prestigio. Sfrutta le sue origini nobili bergamasche e i suoi legami con i viceré per farsi nominare “Ingegnere maggiore della città”. Diventa abilissimo negli affari, ma anche avido e spesso scorretto. Pretende di essere trattato come un aristocratico e non come un semplice artigiano, accetta contemporaneamente decine di anticipi in denaro per lavori che poi non consegna nei tempi. Accumula cause legali e proteste da parte dei committenti disperati.

Il suo modus operandi diventa sistematico. Si dedica al cantiere che in quel momento paga meglio, lasciando gli altri committenti con i lavori bloccati (inclusi i monaci della Certosa di San Martino). Non accetta che il valore delle sue opere venga messo in discussione. Alla fine di ogni lavoro pretende cifre astronomiche e, se i committenti si rifiutano di pagare l’eccedenza, li trascina in tribunale o blocca la consegna delle opere, come accadde per alcune sculture destinate alla Cappella del Tesoro di San Gennaro.

Nel contempo costruisce una bottega che è un’impresa colossale e coordina decine di cavatori di marmo direttamente a Carrara o nelle cave del Sud Italia, scalpellini per la sgrossatura, maestri specializzati nell’intarsiare i marmi colorati, carpentieri, pittori e scultori figurativi. Dal punto di vista artistico produce le opere impeccabili. Nella sua bottega regna una rigida divisione dei compiti. Fanzago disegna il “cartone” (il progetto). Un primo gruppo di artigiani taglia le lastre di marmo spesse pochi millimetri usando fili di ferro e smeriglio. Un secondo gruppo assembla i pezzi su una base di ardesia o pietra calcarea usando una colla a caldo fatta di mastice e pece. Infine, i lucidatori levigano la superficie fino a farla splendere come uno specchio.

Il vero segreto della bottega, ovvero, ciò che rese il marchio di Fanzago più ricco e copiato del Seicento, è il perfezionamento del commesso marmoreo. Anche se non è lui ad inventare la tecnica, che deriva dall’Opus Sectile romano e dal Commesso Fiorentino, la rivoluziona in chiave barocca: invece di limitarsi a superfici piatte, la bottega di Fanzago applica gli intarsi su superfici curve, pilastri, altari e balaustre, dando un senso di movimento e sfarzo mai visto prima.

Utilizza una palette cromatica ricchissima: il bianco di Carrara, il nero di Belgio, il giallo di Siena, il rosso di Francia, il rarissimo lapislazzulo o la madreperla per i dettagli più minuti.

Per mantenere il controllo sui segreti di fabbrica e sui guadagni, Fanzago inserisce nella bottega i suoi stessi figli, Ascenzio e Carlo Fanzago. I figli non sono semplici aiutanti, ma veri e propri manager che firmano contratti, comprano materiali e dirigono i subappalti quando il padre è impegnato altrove.

Nelle prime fasi della guerra, tra gli anni ’20 e ’30 del Seicento, la Spagna mobilita enormi risorse umane e finanziarie. I viceré spagnoli a Napoli continuano a tassare pesantemente la popolazione e a chiedere infiniti prestiti ai baroni e alla ricca nobiltà locale. Per i nobili e per i grandi ordini religiosi (Gesuiti, Certosini, Benedettini), investire il denaro nell’arte, nella decorazione di cappelle di famiglia e nel rinnovamento di chiese diventa un rifugio sicuro per mettere al riparo i capitali dalle tassazioni straordinarie della corona spagnola. Fanzago, in quanto artista di punta della città, beneficia enormemente di questo flusso di denaro. Di fatto, monopolizza i cantieri napoletani per cinquant’anni. Cantieri colossali come la Certosa di San Martino e la chiesa del Gesù Vecchio prendono slancio proprio in questo periodo, garantendo a Fanzago ricchezza, un tenore di vita aristocratico e un potere contrattuale immenso.

Altare della chiesa di Gesu’ Vecchio. Tratto da: conosciamonapolielacampania.wordpress.com

Moltissime delle opere attribuite a Fanzago e sparse per il Sud Italia vengono in realtà disegnate da lui, ma eseguite materialmente dalle sue maestranze. Fanzago appone il suo “marchio” di qualità supervisionando i dettagli finali e i volti delle statue.

Nel Seicento, la moneta corrente del Regno di Napoli è il ducato. Mettere a confronto i guadagni di Cosimo Fanzago con lo stipendio di chi lavorava fisicamente nei suoi cantieri aiuta a comprendere il divario sociale dell’epoca e il livello di ricchezza accumulato dall’artista.

Un manovale guadagnava mediamente tra gli 8 e i 12 ducati all’anno, ovvero circa 4-6 carlini al mese. Questa cifra bastava a stento per comprare pane, farina e pagare un affitto nei vicoli affollati di Napoli.

Un artigiano specializzato nel taglio del marmo poteva guadagnare tra i 30 e i 50 ducati all’anno. Era considerata una paga dignitosa, che permetteva di mantenere una famiglia.

Cosimo si muoveva su un altro pianeta finanziario. Per avere un’idea del valore reale delle sue commesse, basta vedere i contratti per la decorazione di una singola cappella nobiliare o di un altare maggiore, che oscillavano regolarmente tra i 2.000 e i 4.000 ducati. Però è altrettanto vero che una parte dei suoi guadagni andava per pagare le maestranze, acquistare e trasportare i materiali, tenendo sempre presente che la guerra dei Trent’anni continuava ad andare avanti.

Benche’ la città di Napoli non è stata mai direttamente un teatro di guerra, bisogna costatare che il massiccio investimento nell’arte di fatto ha contribuito a mantenere vivo il tessuto sociale della città. Forse, e’ proprio il commesso marmoreo, che diventa la tecnica maggiormente richiesta, asserva meglio a questo compito e tiene in qualche modo conto delle esigenze di tutti, potenti e operai: le pietre sono decisamente un investimento migliore, in quanto possono diventare qualsiasi cosa, una statua, una colonna, un rivestimento di edificio. Migliore forse della costruzione di un edificio nuovo, rischioso nei tempi di guerra. Migliore degli affreschi, che pagavano poco, non potevano essere trasportate e soprattutto davano l’impiego a meno persone, rispetto alla catena produttiva del commesso marmoreo.

Vaso di fiori per una capella della Certosa di San Martino. Tratto da: aboutartonline.com

Funziona, ma non basta. La pressione fiscale prolungata per finanziare gli ultimi anni della Guerra dei Trent’anni sfinisce il Viceregno. Nel 1647, un anno prima della Pace di Westfalia, il viceré duca d’Arcos impone l’ennesima tassa sulla frutta, facendo esplodere la celebre Rivolta di Masaniello. Questo evento cambia drasticamente la vita di Fanzago: si trova a fare mediatore politico. Durante i tumulti, rimane incastrato tra il popolo in rivolta e il governo spagnolo. Per sancire i diritti appena strappati dal popolo alla corona spagnola, lo stesso Masaniello e il Viceré gli commissionano l’Epitaffio del Mercato, un monumento, poi distrutto, che doveva celebrare l’accordo trovato. Usa la sua influenza e contatti nel mondo rivoluzionario, frequentando anche il leader Gennaro Annese, per compiere un gesto eroico: salva la vita allo scultore Giuliano Finelli, suo rivale di un tempo, condannato a morte dai rivoltosi.

La restaurazione dell’ordine spagnolo e la fine formale della Guerra dei Trent’anni (1648) lasciano Napoli in ginocchio. Avendo collaborato sia con il viceré che con i capi della rivolta, la posizione di Fanzago diventa estremamente ambigua e pericolosa. Temendo ritorsioni e vedendo svanire le ricche committenze in una Napoli impoverita, Fanzago è costretto a fuggire a Roma.

come Gian Lorenzo Bernini e Francesco Borromini, lavorando a progetti come i restauri in Santa Maria Maggiore prima di poter finalmente rientrare a Napoli.

Al suo ritorno, nel 1656, l’apocalisse della Peste sta decimando la popolazione napoletana, portandosi via più della metà e lasciando circa 250.000 morti. Le strade sono piene di cadaveri e il vuoto demografico è spaventoso. Molti altri artisti, rivali di un tempo, perdono la vita, tra cui i celebri pittori Massimo Stanzione e Bernardo Cavallino. Cosimo Fanzago sopravvive alla pestilenza e crea un legame strettissimo. Frequenta e ridisegna il lazzaretto di San Gennaro dei Poveri, antico ospedale nel rione Sanità che ora ingloba le vicine cave di tufo per dare spazio ai malati, ma soprattutto alle sepolture di massa delle vittime (il futuro Cimitero delle Fontanelle). Lavora a lungo in questo complesso ospedaliero, ridisegna la monumentale facciata della chiesa di San Gennaro extra moenia e apporta modifiche strutturali proprie per le nuove esigenze nate in quel tragico periodo. Continua a dirigere i lavori e a frequentare la Certosa di San Martino proprio a ridosso degli anni della peste, per non fermare il cantiere, mentre I monaci rimangono arroccati sulla collina del Vomero.

Cimitero delle Fontanelle. Tratto da: it.wikipedia.org

Appena il contagio cessa, i frati domenicani e il popolo decidono di erigere un monumento pubblico. Non doveva essere una tomba o un memoriale triste, ma una macchina festosa di ringraziamento a San Domenico per aver salvato la città. Fanzago, scampato miracolosamente al contagio, è chiamato a dirigere il progetto dal 1657. Per lui è l’occasione perfetta per mettere in scena la rinascita di Napoli.

Dopo la fine dell’epidemia, avvenuta miracolosamente grazie a una pioggia torrenziale nell’agosto del 1656, la città è colpita da un’ondata di fervore religioso. Fanzago diventa l’architetto simbolo della ricostruzione spirituale e materiale, progettando monumenti nati proprio come ex-voto per la fine del morbo: la Guglia di San Domenico e la Guglia di San Gennaro.

Cosimo Fanzago. Disegno per una guglia. Museo di Capodimonte

Da allora incomincia la seconda fortuna di Cosimo Fanzago. Rimane tra i pochissimi grandi architetti e scultori ancora in vita a Napoli. Realizza grandi capolavori per i sopravvissuti, come la ristrutturazione di Palazzo Maddaloni a Via Toledo o il monumentale pavimento della Cappella del Tesoro di San Gennaro nel Duomo. Riprende a lavorare per le casate nobiliari.

Lo spirito di quel tempo vuole che i grandi palazzi e le cappelle gentilizie diventano veri e propri strumenti di propaganda politica, ma soprattutto una grandiosa forma di compensazione e di reazione culturale agli orrori, al vuoto e al senso di morte generati dalla Guerra dei Trent’anni e dalle devastanti epidemie di peste del Seicento.

Barocco non è solo di un’evoluzione stilistica, ma una vera e propria strategia di sopravvivenza emotiva e spirituale collettiva. L’orrore si compensa con la meraviglia. La Guerra dei Trent’anni introduce in Europa violenze e saccheggi su scala industriale, mentre la peste decima intere popolazioni, lasciando i sopravvissuti in uno stato di costante terrore e precarietà. Di fronte a una realtà quotidiana fatta di cadaveri, miseria e distruzione, l’arte barocca reagisce offrendo l’esatto opposto: lo sfarzo accecante, l’oro, i marmi colorati e soprattutto illusione. Entrare in una chiesa barocca, come il Gesù Nuovo o la Certosa di San Martino a Napoli, doveva far dimenticare la miseria della strada. È una forma di terapia della meraviglia per curare il trauma collettivo.

La vicinanza quotidiana con la morte cambia radicalmente la spiritualità del Seicento. La vita appare improvvisamente fragilissima e transitoria. Si oscilla costantemente tra due estremi, da un lato Memento Mori che riempie chiese e monumenti di scheletri, clessidre e teschi in marmo. Dall’altro, celebrazione della vita con una sensualità e una foga travolgenti. I panneggi delle statue (pensa a Bernini o allo stesso Fanzago) divennero fluidi, i corpi dinamici, i colori caldi e pulsanti in un tentativo di aggrapparsi alla vitalità della materia per sconfiggere l’ombra della fine.

Quindi, quando la critica d’arte dominante guidata dal neoclassicismo ha giudicato il Barocco, e in particolare quello napoletano, come uno stile esagerato, bizzarro e di cattivo gusto, possiamo dire l’arte barocca e’ riuscita nel suo intento. Ha creato un paradiso artificiale in terra, dove la pietra si trasforma in carne e il marmo in colore, dopo che la guerra e la peste avevano massacrato l’umanità e divelto ogni certezza materiale.

Barocco ha compiuto un’opera straordinaria e senza precedenti: è riuscito a fare dimenticare gli orrori, a tal punto che nei due secoli successivi autori e storici dell’epoca descrivano l’uso massiccio dei marmi colorati e degli intarsi tipici di Fanzago come una forma di decorazione pesante e teatrale, senza più rendersi conto di quanto drammatica e vera era la realtà che ha dettato queste scelte. Tuttavia, questa etichetta negativa ha pesato a lungo sulla memoria storica dell’artista.

Il grande pubblico oggi si appassiona facilmente ai pittori come Caravaggio o Artemisia Gentileschi perché i loro quadri viaggiano nei musei di tutto il mondo, fanno mostre temporanee e hanno storie fortemente romanzate. Cosimo Fanzago ha lavorato con il marmo e con i muri. Le sue opere non possono essere spostate: per conoscerlo, devi per forza camminare dentro le chiese e i palazzi di Napoli.

Dopo aver attraversato la gran parte di quel secolo terribile, Cosimo Fanzago muore per cause naturali legate alla vecchiaia, nella sua abitazione in vico dei Cavaioli. Ha 86 anni, viene sepolto il giorno stesso della sua morte all’interno della chiesa di Santa Maria ad Ogni Bene dei Sette Dolori, vicina alla sua casa.

Lavora fino agli ultimi mesi di vita. Molti dei suoi progetti e cantieri aperti rimangano incompleti e vanno ereditati e terminati dai suoi figli e dai più stretti collaboratori. Il suo carattere spregiudicato gli sopravvive, infatti la celebre causa legale per questioni di soldi iniziata nel 1656 contro i monaci della Certosa di San Martino continua ancora per decenni dopo la sua morte, concludendosi solo nel 1700 con la vittoria di sua figlia Caterina Vittoria.

Una volta mi hanno detto che sono troppo ancorata alla realtà. Illudersi mi avrebbe fatto bene.


1 fatta costruire da Alfonso II d’Aragona per sua moglie, la duchessa Ippolita Maria Sforza.

2 oggi alle spalle di Piazza Garibaldi

3 pensiamo alle famiglie Bellini e Mantegna

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