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Andrea Pelliccia, il medico che cercava oltre la crisi

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La storia scientifica di un neuropsichiatra infantile italiano tra epilessia, ricerca, alimentazione, allergie e le prime esperienze con il cannabidiolo. Di Valentina Pelliccia

Mio padre, il professor Andrea Pelliccia, è stato un neuropsichiatra infantile, ricercatore universitario alla Sapienza di Roma e studioso dell’epilessia.
Ma ridurre la sua storia professionale a un elenco di incarichi, pubblicazioni e specializzazioni significherebbe raccontarne soltanto una parte.
La sua cifra scientifica, quella che oggi considero più importante, era la capacità di non fermarsi alla manifestazione della malattia, ma di cercare ciò che poteva trovarsi oltre la crisi.
L’epilessia, per lui, non era soltanto un fenomeno elettrico da registrare attraverso un elettroencefalogramma, né esclusivamente una diagnosi alla quale associare un farmaco.
Era una condizione complessa, soprattutto quando riguardava un bambino, e richiedeva di osservare la persona nella sua interezza.
Questa impostazione emerge già dalla sua attività scientifica degli anni Novanta, quando Andrea Pelliccia partecipò a studi sull’epilessia pediatrica, sulla fotosensibilità e sulle forme di epilessia visivamente indotta, pubblicati anche su Epilepsia.
In quegli anni la ricerca neurologica pediatrica stava approfondendo il rapporto tra caratteristiche elettroencefalografiche, predisposizione individuale e manifestazioni cliniche.
Mio padre si muoveva all’interno di questo ambito con un interesse particolare per le forme dell’epilessia infantile e per ciò che poteva spiegare la variabilità delle crisi.
Un altro capitolo della sua attività scientifica riguarda il rapporto tra alimentazione, allergia e manifestazioni epilettiche.
È in questo contesto che si collocano i lavori realizzati insieme a Sonia Lucarelli, Tiziana Frediani e ad altri ricercatori del gruppo di Neuropsichiatria Infantile della Sapienza.
Nel 1997 venne presentato un lavoro su quattro bambini con epilessia parziale idiopatica nei quali era stata osservata un’evoluzione favorevole dopo l’eliminazione delle proteine del latte vaccino dalla dieta.
Nel 1999, sulla rivista Minerva Pediatrica, Pelliccia, Lucarelli, Frediani e i loro collaboratori pubblicarono il lavoro intitolato “Partial cryptogenetic epilepsy and food allergy/intolerance: a causal or a chance relationship? Reflections on three clinical cases”.
Già il titolo è significativo.
Non affermava dogmaticamente un rapporto causale, ma poneva una domanda scientifica: quello osservato nei pazienti rappresentava una relazione reale oppure una coincidenza?
Era esattamente il tipo di interrogativo che caratterizzava il metodo di mio padre.
Nel 2000 fu inoltre presentato a un congresso il caso di un bambino con epilessia parziale criptogenetica che aveva mostrato un miglioramento dopo una dieta priva di allergeni.
Nel 2001 arrivò un ulteriore contributo su Acta Neurologica Scandinavica, “Allergy and childhood epilepsy: a close relationship?”, realizzato da Tiziana Frediani, Sonia Lucarelli, Andrea Pelliccia e altri ricercatori.
Lo studio prendeva in esame bambini con epilessia e soggetti di controllo, valutando la presenza di manifestazioni allergiche nei bambini e nelle loro famiglie.
Nel 2004, sulla rivista Pediatria Medica e Chirurgica, venne pubblicato “Partial idiopathic epilepsy: recovery after allergen-free diet”.
Si trattava del caso di un bambino di nove anni nel quale la scomparsa delle manifestazioni epilettiche era stata osservata dopo l’introduzione di una dieta priva di proteine del latte vaccino.
Anche in questo caso, il valore scientifico del lavoro non sta nel trasformare un singolo caso in una verità universale.
Sta nell’avere formulato e documentato un’ipotesi clinica che meritava di essere studiata.
È una distinzione fondamentale, soprattutto quando si parla di medicina.
La ricerca procede anche attraverso osservazioni inattese, casi singoli, ipotesi controintuitive e domande che, prima di poter diventare conclusioni, devono essere sottoposte a verifica.
È proprio questa prudenza, a mio avviso, a rendere ancora più interessante il percorso scientifico di mio padre.
La stessa curiosità emerge negli studi sulle epilessie focali dell’infanzia e, in particolare, sull’epilessia rolandica.
Nel 2006 Andrea Pelliccia e i suoi collaboratori presentarono a Epilepsia un lavoro intitolato “Rolandic epilepsy: comparison of allergen-free diet and conventional treatments”.
Il lavoro confrontava bambini trattati con valproato, bambini trattati con carbamazepina e bambini sottoposti a dieta priva di allergeni.
È importante precisare un elemento che potrebbe generare un equivoco leggendo la sigla presente nella documentazione.
In quel lavoro, “CBZ” indicava carbamazepina, non cannabidiolo.
Il cannabidiolo, invece, viene indicato abitualmente con la sigla CBD.
E proprio il CBD rappresenta uno degli aspetti più sorprendenti e, per certi versi, più precoci della ricerca di mio padre.
Andrea Pelliccia si interessò infatti anche all’impiego dei cannabinoidi nelle epilessie pediatriche farmacoresistenti in un periodo nel quale l’argomento era ancora molto lontano dall’attenzione che avrebbe ricevuto negli anni successivi.
Nel 2005 presentò alla III Conference on Cannabinoids in Medicine dell’International Association for Cannabinoid Medicines, a Leiden, il contributo “Treatment with CBD in oily solution of drug-resistant paediatric epilepsies”.
Quella data, 2005, merita di essere ricordata.
Oggi il cannabidiolo è conosciuto anche attraverso farmaci autorizzati per alcune specifiche forme di epilessia farmacoresistente dell’infanzia.
All’epoca, invece, la situazione scientifica e regolatoria era profondamente diversa.
Mio padre si confrontò quindi con un territorio nel quale la ricerca clinica, l’esperienza terapeutica e gli ostacoli normativi si intrecciavano continuamente.
Un documento giornalistico dell’epoca racconta inoltre il suo interesse per l’utilizzo dei cannabinoidi in una bambina affetta da una forma grave di epilessia e riferisce di esperienze prima con il THC sintetico e successivamente con una soluzione contenente cannabidiolo.
Questa testimonianza va naturalmente distinta dalla letteratura scientifica sottoposta a revisione tra pari, ma è significativa per ricostruire storicamente la precocità del suo interesse verso il CBD.
Non è corretto trasformare quelle prime esperienze in una dimostrazione definitiva dell’efficacia terapeutica del cannabidiolo.
È corretto, invece, riconoscere che Andrea Pelliccia studiò e sperimentò precocemente un approccio che sarebbe diventato negli anni successivi oggetto di una ricerca internazionale molto più ampia.
La sua attività non si limitò all’alimentazione e ai cannabinoidi.
La sua produzione scientifica comprendeva anche studi sulle epilessie focali dell’infanzia, sulle epilessie occipitali, sulle manifestazioni visive, sulle relazioni tra sonno ed epilessia e su particolari sindromi epilettiche dell’età pediatrica.
Nel 2006, insieme a Pasquale Parisi, pubblicò su Developmental Medicine & Child Neurology una riflessione sul consenso diagnostico relativo alla sindrome di Panayiotopoulos.
Nel 2007 partecipò a uno studio pubblicato su Epilepsia dedicato a un caso di epilessia occipitale atipica dell’infanzia associata a una manifestazione emicranica.
Nel 2008 pubblicò inoltre con i suoi collaboratori un caso riguardante il rapporto tra apnea ostruttiva del sonno, trattamento con CPAP ed epilessia frontale notturna in un bambino.
Sempre nel 2008 partecipò a una ricerca epidemiologica sull’epilessia in una popolazione del Camerun.
Questi lavori restituiscono l’immagine di un medico che non considerava l’epilessia come un settore chiuso e immutabile, ma come un campo nel quale neurologia, neuropsichiatria infantile, genetica, sonno, metabolismo, alimentazione e ambiente potevano entrare in relazione.
È questo, probabilmente, l’aspetto della sua eredità scientifica che sento più vicino.
Mio padre non cercava semplicemente di classificare una crisi.
Cercava di capire il bambino che aveva davanti.
E questa differenza, in medicina, può cambiare completamente il modo di guardare una malattia.
Il documento intitolato “Rapporti tra alimentazione ed epilessia”, realizzato da Andrea Pelliccia, Sonia Lucarelli e Tiziana Frediani, si inserisce precisamente in questo percorso di ricerca.
La sua esatta collocazione editoriale originaria richiede ancora una verifica filologica sulle fonti bibliografiche e documentarie disponibili, ma il titolo e gli autori sono coerenti con una linea di studi che il gruppo aveva già sviluppato negli anni precedenti.
Non voglio attribuire a mio padre conclusioni che la letteratura scientifica non consente di attribuirgli.
Non voglio nemmeno trasformare una storia familiare in una celebrazione priva di rigore.
Vorrei fare qualcosa di più difficile e, proprio per questo, più rispettoso.
Vorrei restituire il percorso di uno scienziato attraverso le domande che ha avuto il coraggio di porsi.
Andrea Pelliccia apparteneva a una generazione di medici che lavorava quando molte delle possibilità terapeutiche oggi considerate normali erano ancora lontane dall’essere disponibili.
Ha studiato l’epilessia infantile quando l’osservazione clinica e l’elettroencefalografia rappresentavano strumenti fondamentali per comprendere la malattia.
Ha esplorato il possibile ruolo dell’alimentazione e delle allergie quando il rapporto tra intestino, immunità e sistema nervoso era ancora un terreno molto meno esplorato di oggi.
Ha rivolto la propria attenzione ai cannabinoidi quando il tema era scientificamente e culturalmente controverso.
E lo ha fatto mantenendo, almeno nei lavori che oggi possiamo ricostruire, la domanda al centro del percorso: capire se ciò che si osservava nei bambini potesse indicare una strada terapeutica diversa.
Per me, però, Andrea Pelliccia non è soltanto il nome che compare negli articoli scientifici.
È mio padre.
Ed è anche per questo che oggi sento la responsabilità di raccontarlo con precisione.
La memoria di uno scienziato non dovrebbe essere costruita soltanto attraverso gli aggettivi.
Dovrebbe essere ricostruita attraverso le domande che ha posto, i pazienti che ha seguito, i colleghi con cui ha lavorato, le ipotesi che ha formulato e le tracce che ha lasciato nella ricerca.
Quella di Andrea Pelliccia è una storia che merita di essere riletta proprio così.
Non come la storia di un uomo che aveva già tutte le risposte.
Ma come quella di un medico che continuava a cercare nuove domande quando gli altri avrebbero potuto accontentarsi di quelle già conosciute.
E forse è questa, oggi, la definizione che sento più vera per mio padre: un medico che cercava oltre la crisi.

Dottoressa Valentina Pelliccia 

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