di Francesco Rizzo
Viviamo un’epoca di profondo inabissamento del linguaggio. Le parole con cui l’Occidente ha tentato di addomesticare la realtà — termini come “confine”, “Stato sovrano”, “processo di pace”, “diritto bellico” — sono ormai svuotate di ogni reale consistenza ontologica. Sono state ridotte a meri simulacri retorici, architetture sintattiche utilizzate ad arte unicamente per mascherare la feroce asimmetria del potere. Di fronte all’abisso della storia contemporanea, e di fronte a questo vuoto semantico, l’atto del guardare non può e non deve più ridursi a una passiva e borghese contemplazione estetica. È in questo scenario di macerie materiali e morali, dove la disperazione si ostenta sotto gli occhi di tutti, che risuonano con la forza di una bussola le preziose parole del Vescovo Alessandro. Egli ci consegna un compito etico e spirituale rigoroso: custodire, talvolta con fatica estrema, due atteggiamenti apparentemente paradossali ma indissolubili: la fiducia contro l’evidenza e il realismo. A ben vedere, questi due pilastri non si contrappongono; si completano e si correggono reciprocamente in un equilibrio delicatissimo. Una fiducia che abdichi al realismo rischia pericolosamente di smarrirsi nella banalità dell’ingenuità o dell’utopia astratta; specularmente, un realismo privo di fiducia scivola inesorabilmente nel cinismo più sterile, quello che giustifica lo status quo e legittima la legge del più forte. Custodire l’umano che è in ciascuno di noi significa rifiutare questa duplice insidia: non cedere al sonno della ragione cinica, ma neppure bendarsi gli occhi di fronte alla durezza dei fatti.
Laddove la parola si fa menzogna, la cartografia interviene come supremo strumento di svelamento fenomenologico, un’autentica aletheia. Nella stanca temperie postmoderna, ci illudiamo che la mappa sia un innocuo esercizio descrittivo, una riproduzione mimetica del reale. Ma l’atto di tracciare una linea su un foglio non è mai un gesto neutrale: è un fiat creatore intriso di originaria violenza ontologica. L’esercizio originario della forza passa per la matita del cartografo, che non fotografa il mondo, ma lo fonda: traccia colate di calcestruzzo, sposta masse umane, seziona acquiferi e interdice intere valli.
Un tributo di assoluta gratitudine va infine ad Antonio Ferraro, CEO di StuporArt: il suo sostegno generoso, appassionato e lungimirante ha permesso concretamente ed economicamente la realizzazione di questo ambizioso progetto, ricordandoci che investire nella cultura e nel pensiero critico costituisce il presidio più alto di civiltà. Abbandonate ogni rassicurante illusione. Usciamo da questo appuntamento privati della nostra innocenza visiva, consapevoli che ogni linea tracciata su queste tavole sanguina. Da Agrigento a Gerusalemme, il nostro imperativo categorico non è più quello di leggere passivamente la mappa, ma — custodendo il realismo della speranza e la fiducia contro ogni evidenza — di assumerci l’ineludibile coraggio di ridisegnare il mondo.









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