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Il realismo della speranza. Bilancio critico a conclusione dell’evento «Israele e Palestina in 10 mappe» 7.10.2026 – Teatro Pirandello (AG)

di Francesco Rizzo

Viviamo un’epoca di profondo inabissamento del linguaggio. Le parole con cui l’Occidente ha tentato di addomesticare la realtà — termini come “confine”, “Stato sovrano”, “processo di pace”, “diritto bellico” — sono ormai svuotate di ogni reale consistenza ontologica. Sono state ridotte a meri simulacri retorici, architetture sintattiche utilizzate ad arte unicamente per mascherare la feroce asimmetria del potere. Di fronte all’abisso della storia contemporanea, e di fronte a questo vuoto semantico, l’atto del guardare non può e non deve più ridursi a una passiva e borghese contemplazione estetica. È in questo scenario di macerie materiali e morali, dove la disperazione si ostenta sotto gli occhi di tutti, che risuonano con la forza di una bussola le preziose parole del Vescovo Alessandro. Egli ci consegna un compito etico e spirituale rigoroso: custodire, talvolta con fatica estrema, due atteggiamenti apparentemente paradossali ma indissolubili: la fiducia contro l’evidenza e il realismo. A ben vedere, questi due pilastri non si contrappongono; si completano e si correggono reciprocamente in un equilibrio delicatissimo. Una fiducia che abdichi al realismo rischia pericolosamente di smarrirsi nella banalità dell’ingenuità o dell’utopia astratta; specularmente, un realismo privo di fiducia scivola inesorabilmente nel cinismo più sterile, quello che giustifica lo status quo e legittima la legge del più forte. Custodire l’umano che è in ciascuno di noi significa rifiutare questa duplice insidia: non cedere al sonno della ragione cinica, ma neppure bendarsi gli occhi di fronte alla durezza dei fatti.

Laddove la parola si fa menzogna, la cartografia interviene come supremo strumento di svelamento fenomenologico, un’autentica aletheia. Nella stanca temperie postmoderna, ci illudiamo che la mappa sia un innocuo esercizio descrittivo, una riproduzione mimetica del reale. Ma l’atto di tracciare una linea su un foglio non è mai un gesto neutrale: è un fiat creatore intriso di originaria violenza ontologica. L’esercizio originario della forza passa per la matita del cartografo, che non fotografa il mondo, ma lo fonda: traccia colate di calcestruzzo, sposta masse umane, seziona acquiferi e interdice intere valli.

Tirando le somme di quanto vissuto e condiviso in questi giorni ad Agrigento, la lezione di Laura Canali e la mostra “La Carta e il sangue” hanno rappresentato un radicale rito di decostruzione. Siamo stati chiamati a confrontarci con un laboratorio a cielo aperto in cui si sperimentano le forme più estreme e disumanizzanti del biopotere contemporaneo, un luogo in cui la geopolitica si manifesta come assoluta e spietata dittatura dello spazio sulla vita biologica. Lo spazio è divenuto così strumento di segregazione, dove l’Altro viene sistematicamente murato e privato della propria indispensabile contiguità territoriale. È un dramma strutturale le cui radici affondano in un preciso crimine ontologico: gli Accordi Sykes-Picot del 1916, il peccato originale del colonialismo europeo che ha violentato la geografia attraverso confini astratti, tirati a caso nel deserto per assecondare i cinici calcoli di sicurezza imperiale e il monopolio globale degli idrocarburi.
In questa topografia, abbiamo toccato con mano il legame inestricabile e deterministico tra la nuda pietra e la psicologia di una nazione. L’orografia d’Israele ci ha svelato una fortezza demografica e iper-tecnologica schiacciata dalla propria claustrofobica morfologia, costretta a concepire ogni singola collina come una trincea. E dietro le narrazioni consolatorie, si è svelato il più cinico degli accaparramenti: l’idropolitica, intesa come possesso del biopotere primigenio e reticolo tecnologico per limitare l’accesso all’acqua alla popolazione palestinese. Dalla militarizzazione delle Alture del Golan al dissezionamento logistico della Striscia di Gaza — ridotta a un’enclave sventrata da una griglia algoritmica di blocchi numerati —, fino alla Cisgiordania trasformata in un arcipelago asfissiato dal Muro e alle faglie di Gerusalemme, le mappe di Laura Canali ci hanno fatto sprofondare nelle faglie vive del dolore.
Oggi, mentre tiriamo le somme di questo percorso inaugurato con la lectio magistralis del 7 ottobre 2026 al Teatro Pirandello e con l’apertura della mostra alla Cappella Santa Sofia — esposizione che resterà visitabile fino al 25 ottobre, in perfetta sintonia con gli orari di apertura del Teatro Pirandello —, avvertiamo con forza che questa iniziativa non è stata una mera parentesi estetica, ma un’improcrastinabile urgenza etica. Agrigento, storicamente “Porta d’Europa” e primo approdo di popoli in fuga, si è confermata legata da una vocazione ontologica a Gerusalemme, entrambe chiamate a edificare ponti laddove la miopia innalza barriere.
A conclusione di questo intenso itinerario di coscienza, è d’obbligo e di cuore rivolgere il più sincero ringraziamento a quanti hanno reso possibile l’ottima riuscita dell’evento. Un grazie profondo all’Amministrazione Comunale di Agrigento e al Sindaco On. Michele Sodano per il patrocinio, alla Fondazione Teatro Luigi Pirandello guidata dal Presidente Maestro Osvaldo Lo Iacono ed al Direttore  Generale la dottoressa Alessandra Fiaccabrino, al Consiglio Comunale tutto rappresentato dal Presidente Prof. Giovanni Civiltà, al MUDIA (Museo Diocesano di Agrigento) e allo Studio Teologico San Gregorio Agrigento. Un ringraziamento si estende ad Alessandro Accurso Tagano per la cura del firmacopie, ai musicisti Melissa Rizzo (flauto) e Sara Varisano (clarinetto) per le suggestive esecuzioni dal vivo, e alle realtà editoriali e culturali di StuporArt e Limes.

Un tributo di assoluta gratitudine va infine ad Antonio Ferraro, CEO di StuporArt: il suo sostegno generoso, appassionato e lungimirante ha permesso concretamente ed economicamente la realizzazione di questo ambizioso progetto, ricordandoci che investire nella cultura e nel pensiero critico costituisce il presidio più alto di civiltà. Abbandonate ogni rassicurante illusione. Usciamo da questo appuntamento privati della nostra innocenza visiva, consapevoli che ogni linea tracciata su queste tavole sanguina. Da Agrigento a Gerusalemme, il nostro imperativo categorico non è più quello di leggere passivamente la mappa, ma — custodendo il realismo della speranza e la fiducia contro ogni evidenza — di assumerci l’ineludibile coraggio di ridisegnare il mondo.

Orari Teatro Pirandello
  • Lunedì, Mercoledì e Venerdì: 09:00 – 13:00
  • Martedì e Giovedì: 15:00 – 18:30
  • Nei giorni di spettacolo pomeridiano: a partire dalle ore 16:00
  • Nei giorni di spettacolo serale: a partire dalle ore 19:00

 

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