di Francesco Rizzo
Viviamo in un tempo in cui la disperazione sembra aver smarrito persino il pudore, ostentandosi sotto gli occhi di tutti come una cifra ineliminabile del nostro presente. Le immagini che ogni giorno attraversano i confini del Mediterraneo — e che trovano in una terra martoriata come quella israelo-palestinese una ferita purulenta e profonda — ci restituiscono il senso vertiginoso di una crisi che è innanzitutto smarrimento dell’umano. È in questo scenario di macerie materiali e morali che risuonano con la forza di una bussola le preziose parole del Vescovo Alessandro. Parole che ci consegnano non già una facile consolazione, ma un compito etico e spirituale rigoroso: custodire, talvolta con fatica estrema, due atteggiamenti apparentemente paradossali ma indissolubili: la fiducia contro l’evidenza e il realismo.

A ben vedere, questi due pilastri non si contrappongono; si completano e si correggono reciprocamente in un equilibrio delicatissimo. Una fiducia che abdichi al realismo rischia pericolosamente di smarrirsi nella banalità dell’ingenuità o dell’utopia astratta; specularmente, un realismo privo di fiducia scivola inesorabilmente nel cinismo più sterile, quello che giustifica lo status quo, che archivia la pace come un’illusione e legittima la legge del più forte. Custodire l’umano che è in ciascuno di noi significa proprio rifiutare questa duplice insidia: non cedere al sonno della ragione cinica, ma neppure bendarsi gli occhi di fronte alla durezza dei fatti.

Questo respiro ideale ha trovato una straordinaria cassa di risonanza culturale nell’appuntamento agrigentino dedicato a “Israele e Palestina in 10 mappe”, curato con la preziosa collaborazione della Fondazione Teatro Pirandello, del MUDIA e patrocinato dal Comune. L’esposizione cartografica “La Carta e il sangue” firmata da Laura Canali — raffinata analista e cartografa di Limes — e la successiva Lectio Magistralis hanno offerto alla nostra comunità molto più di un momento di alta divulgazione geopolitica. Ci hanno costretti a guardare in faccia la complessità. La cartografia, in fondo, non è mai un esercizio geometrico neutro. Come ci insegnano i lavori di Limes, la mappa è lo specchio e lo strumento delle tensioni geopolitiche; è il luogo in cui i confini si fanno dramma, in cui il tratto di una linea tracciata sulla carta corrisponde implacabilmente al sangue versato sul terreno. Leggere geograficamente il territorio significa allora disinnescare la retorica della semplificazione urlata, per restituire profondità storica, radici e ragioni alle parti in conflitto.
L’intuizione che lega la riflessione del Vescovo Alessandro all’analisi geografica del territorio è proprio questa: non c’è vera comprensione della crisi mediorientale — o di qualsiasi altro conflitto — senza una lettura rigorosa dei fatti (il realismo), ma non c’è neppure la speranza di una via d’uscita senza quella scintilla di “fiducia contro l’evidenza” che ci spinge a credere che la storia non sia un destino immutabile scritto soltanto dalla forza delle armi. Di fronte alle mappe del sangue e alle ferite aperte del Mediterraneo, Agrigento ha scelto di fare la propria parte: non voltarsi dall’altra parte, ma abitare la complessità con gli strumenti del pensiero, della cultura e dell’umanità. È questo l’orizzonte che siamo chiamati a custodire.