Editoriale di Francesco Rizzo
«Componenda: è accordo, compromesso, transazione intesa a sanare un contenzioso tra parti. Tutto il contrario della posizione di uno stato di diritto che non compone, ma garantisce imparzialmente contro i torti.»
Andrea Camilleri, in quel vertiginoso capolavoro di scavo storico, sociologico e antropologico che è La bolla di componenda (pubblicato originariamente nel 1993), scolpisce questa definizione spietata, cruda e al tempo stesso lucidissima. Se c’è una lezione ineludibile che tremila anni ininterrotti di dominazioni straniere ci hanno lasciato in eredità genetica, è che il mito puritano della purezza assoluta — l’illusione di uno “Stato di diritto” calato dall’alto, l’ortodossia ideologica incrollabile, la democrazia liberale esportata per decreto o imposta a colpi di missili intelligenti — è un lusso fatale. È un abbaglio mortale che chi vive sulla faglia perennemente instabile della Storia non può in alcun modo permettersi. Oggi, osservando lo sgretolamento del disordine mondiale dal centro esatto del Mediterraneo — da questa Sicilia che si erge come l’Ombelico di Adamo, un paradosso geografico e teologico che unisce mondi lontanissimi senza appartenere mai totalmente a nessuno di essi, segnata dalla cicatrice di una nascita imperfetta — ci rendiamo conto di una verità inconfessabile: il sistema internazionale ha disperatamente bisogno di tornare all’antica, vituperata, magnifica e salvifica arte della Componenda.
Per oltre trent’anni abbiamo vissuto immersi in un’allucinazione collettiva, una sorta di narcosi geopolitica. Abbiamo creduto, seguendo la sbornia intellettuale e teleologica di Francis Fukuyama e dei teorici neoconservatori americani degli anni Novanta, di essere felicemente giunti alla “Fine della Storia”. Ci siamo auto-convinti che, crollato il Muro di Berlino e implosa l’Unione Sovietica, il modello occidentale della democrazia liberale e dell’economia di mercato si sarebbe espanso ovunque, quasi per un’inerzia inarrestabile, illuminando gli angoli più oscuri del pianeta. Ma, come ci ricorda implacabilmente Lucio Caracciolo, la Storia non finisce mai. È un fiume carsico che se ne infischia delle nostre illusioni. Cacciata dalla porta dell’ideologia e del diritto astratto, la Storia è rientrata spaccando le finestre a colpi di mortaio: lo ha fatto con il sangue delle guerre balcaniche a un’ora di volo dalle nostre coste (un trauma rimosso troppo in fretta), lo ha ribadito con il crollo delle Torri Gemelle, lo ha urlato nelle disastrose e presuntuose crociate in Afghanistan e Iraq — dove si pretendeva di trasformare con le armi antiche strutture tribali in “lettori di Thomas Jefferson” — e, infine, lo ha sancito in modo definitivo e brutale con la tragica invasione russa dell’Ucraina del 24 febbraio 2022.
Il grande bluff dell’Europeismo e la pace dimenticata della Guerra Fredda
In questa ubriacatura ideologica protrattasi per decenni, noi europei abbiamo costruito e alimentato il più colossale dei bluff politici. L’europeismo contemporaneo — ci avverte Caracciolo analizzando le radici del nostro spaesamento — si è retto sulla comodissima finzione di aver abolito la guerra dal continente sostituendola miracolosamente con la norma giuridica, le direttive comunitarie, l’Erasmus e i trattati commerciali. Ma l’Europa non ha abolito un bel niente. Ha semplicemente rimosso la percezione del senso tragico dell’esistenza perché si è trovata comodamente accovacciata, coccolata e protetta sotto l’immenso ombrello nucleare e militare degli Stati Uniti d’America, in un impero informale che ci ha garantito il più lungo periodo di prosperità della nostra storia.
Abbiamo demonizzato la cosiddetta Guerra Fredda, ammantandola di un’aura di terrore apocalittico, non capendo che — nella sua crudele ma ferrea logica di spartizione spaziale e politica — è stato l’ultimo e forse più duraturo e stabile ordine di pace basato sul principio di realtà. Era, a tutti gli effetti, una macro-componenda su scala globale. Stati Uniti e Unione Sovietica si riconoscevano reciprocamente, stabilivano linee rosse insuperabili, si dividevano l’Europa a Yalta (un accordo fattuale più che un trattato scritto) e, pur detestandosi visceralmente dal punto di vista ideologico, sapevano perfettamente che annientare l’altro significava inevitabilmente annientare se stessi. Era una pace cinica, un patto non scritto che garantiva la sopravvivenza dell’umanità attraverso l’equilibrio del terrore.
Oggi, con una Washington logorata internamente, lacerata da tensioni sociali e identitarie, e sempre più disinteressata alle beghe provinciali del Vecchio Continente per concentrarsi sul Pacifico e sulla sfida esistenziale con la Cina, il bluff europeo frana inesorabilmente. Senza il controllore esterno, riemergono dal profondo della nostra psiche collettiva i nazionalismi a base etnica, gli sciovinismi sopiti, i particolarismi regionali e i micro-imperialismi. E noi, sprovvisti di un vero pensiero strategico autonomo, privi di veri leader capaci di visione a lungo termine, rispondiamo al caos montante con un moralismo astratto e pericolosissimo, che ci rende ciechi di fronte al baratro.
Il “Gentleman’s Agreement” globale e il rifiuto del moralismo astratto
Camilleri racconta nel suo saggio un aneddoto fulminante, una parabola perfetta per interpretare il nostro tempo. Giorgio Vecchietti, neo-direttore del telegiornale di area laica della RAI, decide per zelo legalitario e purismo giornalistico di non mandare più in onda i ripetitivi servizi sulle «brillanti operazioni della Guardia di Finanza» contro i contrabbandieri di sigarette, ritenendoli inutili. Poco tempo dopo, mentre passeggia nel centro di Roma, viene avvicinato da un signore elegantissimo a bordo di un’auto di lusso. Questo signore misterioso, con toni urbani e suadenti, gli spiega il madornale errore tattico che sta commettendo. Quei servizi non erano affatto cronaca, erano una sublime, sofisticatissima componenda: i finanzieri, sequestrando le merci, ottenevano medaglie, encomi e promozioni di carriera; i contrabbandieri, dal canto loro, mostrando i loro scatoloni con il marchio ben visibile in prima serata nazionale, ottenevano un’immensa pubblicità gratuita che compensava ampiamente la perdita del carico. Cancellando i servizi in nome di un astratto “giusto”, Vecchietti non stava migliorando l’informazione, ma stava spezzando «un equilibrio, una componenda faticosamente raggiunta, un gentleman’s agreement» che manteneva la pace sociale.
La geopolitica globale odierna pecca esattamente della stessa presunzione di Vecchietti: si ostina a voler spezzare questi torbidi ma necessari equilibri in nome di una morale assoluta, di una giustizia in terra che non esiste. Pretendiamo di annientare il nemico — che sia a Mosca, a Teheran, in Siria o nel Sahel — e parliamo costantemente il linguaggio tossico e paralizzante degli assoluti: il bene contro il male, le democrazie scintillanti contro le cupe autocrazie.
Nel dibattito pubblico, come sottolinea implacabilmente Caracciolo, discutiamo dell’invio di armi in Ucraina non con il freddo pragmatismo di chi calcola mezzi, logistica e fini politici strategici, ma come se stessimo conducendo una disputa teologica sui massimi sistemi. Ci riempiamo la bocca dai salotti televisivi dicendo che sulle rive del Dnepr si combatte “per la salvezza dell’umanità intera”, ma ipocritamente e comodamente lasciamo che a morire nel fango delle trincee siano solamente gli ucraini, in una nazione che al momento dell’indipendenza contava 51 milioni di abitanti e oggi, svuotata dai profughi e falcidiata dalle perdite, ne conta forse meno di 30. Un collasso demografico da cui non ci si riprende. Rifiutiamo a priori, con sdegno da anime belle, l’idea di un “pareggio confuso” (muddle through), un compromesso sporco in cui la Russia mantiene porzioni di territorio e l’Ucraina salva la propria esistenza statuale, senza capire che l’ostinato inseguimento di una vittoria totale purissima e idealizzata porterà solo all’annientamento definitivo del Paese che a parole diciamo di voler difendere.
Quando lo Stato italiano sbarcò al Sud nel 1861, non portò la Legge astrale e imparziale, non impose un ordine kantiano immacolato, ma si «aggiustò alla pratica» locale. Il generale sabaudo Dalla Chiesa — inviato a reprimere il brigantaggio — si accordò sottobanco con il feroce brigante Carmine Crocco per far cadere nella trappola il generale legittimista borbonico Borjes. Fu un patto sporco? Assolutamente sì. Fu una transazione opaca tra tutori dell’ordine e criminali sanguinari? Certo. Ma nel cinismo della Storia, fu l’unico modo reale per chiudere militarmente la partita ed evitare decenni di insurrezione endemica. Le superpotenze di oggi, che si fronteggiano in uno scenario multipolare incontrollabile, devono imparare la lezione del signore elegante nell’auto di lusso e della nostra travagliata storia meridionale: devono accettare di spartirsi le quote d’influenza, ingoiare rospi amari, sedersi a tavoli con regimi impresentabili e lasciare all’avversario la sua area di “pubblicità” politica, pur di mantenere la competizione sotto la fatale soglia della terza guerra mondiale.
Urgenze strutturali. Ricostruire l’accademia della sopravvivenza
Tuttavia, come si fa a negoziare una vera componenda con chi non si conosce nemmeno superficialmente? È qui che emerge la ferita più sanguinosa del nostro tempo, il nervo scoperto del declino europeo. Se oggi le grandi culture che si affacciano sulle sponde del Mediterraneo tendono inesorabilmente a guardarsi in cagnesco, se il “Medioceano” (per usare la definizione di Limes) si è trasformato da via di comunicazione e di ibridazione culturale a barriera militarizzata e cimitero liquido, è perché noi occidentali abbiamo colpevolmente smesso di studiarci l’un l’altro. Abbiamo sostituito la profondità abissale della Ricerca e della Storia con le formule astratte, superficiali e liofilizzate della politologia di stampo anglosassone, basata su sondaggi, modelli matematici e grafici a torta.
Caracciolo fa notare, con desolata e amara ironia, come nei sussidiari dei nostri licei si sia arrivati al punto di paragonare in uno specchietto riassuntivo l’Editto di Caracalla (che concedeva la cittadinanza romana nell’Impero) con l’attuale dibattito politico sullo ius soli nell’Italia contemporanea. Questo non è un semplice errore didattico: è il sintomo clinico di una malattia intellettuale terminale. È l’appiattimento totale della Storia, l’illusione folle che le dinamiche umane siano modelli universali smontabili e applicabili a qualsiasi epoca, contesto e latitudine, privando i nostri giovani di qualsiasi coordinata spazio-temporale.
Vi è un’urgenza strutturale e vitale — un’emergenza nazionale che nessun governo sembra cogliere — di fondare, ripristinare e finanziare massicciamente, fuori dalle logiche asfittiche dei concorsoni universitari, nuove cattedre, dipartimenti accademici, centri di ricerca d’eccellenza e poli scientifici dedicati organicamente, ferocemente e sistematicamente agli studi filosofici, storici e geostrategici sulle culture mediterranee, africane ed eurasiatiche.
L’Italia, una nazione che per posizione geografica è condannata alla diplomazia, ha lasciato colpevolmente appassire e morire d’inedia le sue gloriose scuole di orientalistica, africanistica, turcologia e arabistica. Quei centri che fino al secolo scorso ci rendevano i primi interlocutori del mondo arabo e africano sono stati smantellati. Abbiamo sostituito la comprensione profonda, filologica e culturale delle civiltà millenarie con la sociologia dozzinale dei flussi migratori e con le ridicole derive del moralismo accademico d’importazione americana (quello che si preoccupa unicamente di imporre il linguaggio inclusivo, la cancel culture e il catering etnicamente e sessualmente bilanciato nei convegni, mentre fuori dalle aule il mondo brucia e i missili ipersonici cambiano la geografia).
Questa è una cecità suicida. Come possiamo anche solo sperare di mediare con il complesso mondo arabo-islamico o con l’Africa profonda del Sahel se le nostre università non formano più legioni di giovani studiosi, diplomatici e analisti capaci di leggere i contesti? Analisti in grado di capire il peso del trauma post-coloniale, di distinguere le complesse correnti teologiche e giurisprudenziali dell’Islam sunnita e sciita, di decifrare le gerarchie tribali che determinano i colpi di stato a Bamako o a Niamey, e di analizzare la geografia delle risorse rare in cui si infiltra la spietata penetrazione economica cinese e militare russa?
Le nuove cattedre universitarie non dovranno essere recinti eruditi e polverosi in cui isolare vecchi professori, ma fucine strategiche pulsanti per la sopravvivenza stessa del nostro Paese. Dobbiamo incrociare inestricabilmente la Filosofia e la Teologia — uniche vere chiavi per comprendere la Weltanschauung, la visione profonda del mondo, il senso dell’escatologia e le radici della violenza dell’Altro — con la pura e durissima Geopolitica (l’affermazione cruda del “principio di realtà”). Gli studenti di queste nuove accademie, la futura classe dirigente del Medioceano, dovranno conoscere a menadito la profondità batimetrica del canale di Suez, il tonnellaggio navale transitabile per lo stretto di Bab el-Mandeb e la dislocazione delle basi nel Corno d’Africa, con la stessa naturalezza e competenza con cui padroneggiano i testi di Averroè, di Ibn Khaldun, di Al-Ghazali e i “Discorsi” di Machiavelli. Perché la geopolitica slegata dalla storia e dalla cultura si riduce a un cinismo meccanico e brutale destinato a fallire; ma la storia e la filosofia prive di pragmatismo geopolitico sono solo un’astrazione inerme, carne da macello intellettuale.
Il laboratorio Siciliano: ultima bolla di salvezza?
In questa titanica e indispensabile rifondazione culturale dell’intera nazione, la Sicilia deve rivendicare il suo ruolo centrale, scrollandosi di dosso secoli di vittimismo e sudditanza. Non possiamo e non dobbiamo più limitarci a essere l’utile e passiva portaerei inaffondabile dell’Alleanza Atlantica, buona solo per ospitare i decolli dei droni da Sigonella, le antenne satellitari del MUOS o i colossali hub di prima accoglienza e smistamento per disperati in fuga dal “Sud Globale”.La Sicilia, proprio perché è l’inestirpabile Ombelico di Adamo, crocevia di ogni sangue e di ogni religione, deve assurgere a vero e proprio laboratorio strategico, politico e intellettuale dell’Europa meridionale e dell’Africa settentrionale. Deve diventare un’immensa isola-università, una piattaforma permanente di pensiero, dialogo e scontro dialettico in cui si formino, studiando fianco a fianco, i futuri architetti della diplomazia multipolare, provenienti dall’Europa continentale, dal mondo arabo, dalle nazioni turche e dal cuore dell’Africa.
L’Italia, nazione debole militarmente ma culturalmente onnipresente, forte anche della ineguagliabile e secolare coabitazione con quella superpotenza spirituale e diplomatica che è la Santa Sede — maestra suprema nei millenni e incontrastata terra (un tempo) di diplomazia asimmetrica, abituata a pensare non in anni ma in secoli, e sempre pronta a costruire componende sotterranee per alleviare le sofferenze umane — ha il preciso dovere storico di guidare questo processo. Dobbiamo avere il coraggio intellettuale di abbandonare definitivamente le crociate moralistiche per abbracciare l’intelligenza del pragmatismo.
Camilleri, alla fine della sua magistrale e affascinante ricerca d’archivio, ci ricorda un ultimo, sublime dettaglio storico che sfiora la poesia. La celebre “Bolla dei luoghi santi” veniva venduta dai frati minori in giro per le campagne e per le spiagge siciliane non solo come un’indulgenza per i benefici spirituali nell’aldilà, ma veniva acquistata dalla povera gente come una potentissima, disperata polizza assicurativa terrena. Quando i “flagelli della Divina Giustizia” sembravano abbattersi sul mondo, quando scoppiava improvvisa e furiosa una tempesta nel Mediterraneo e il mare scuro minacciava di inghiottire per sempre le povere barche di legno dei pescatori, la tradizione imponeva un gesto semplice: bastava strappare un piccolo pezzetto di quel foglio sacro, di quella bolla pagata a caro prezzo, e gettarlo con forza nel vento per far placare gli elementi e far tornare la pace sull’acqua.
Oggi, l’ingenuità di quel gesto non ci appartiene più, ma il suo profondo significato metaforico sì. Una formidabile preparazione storico-filosofica intrisa di spietato realismo, unita al freddo pragmatismo geostrategico e alla rinuncia ai facili entusiasmi ideologici, è l’unica vera Bolla di Componenda che l’Italia e l’Europa possono ancora stampare per tentare di fermare la tempesta perfetta della Terza Guerra Mondiale a pezzi. È giunto il momento irrevocabile di stracciare l’illusione puritana e arrogante della Fine della Storia, di pagare l’obolo altissimo di una diplomazia faticosa e disincantata, e di gettare questa nuova, dolente saggezza nel vento impetuoso del Mediterraneo, per impedire che il caos, che bussa rumorosamente alle nostre porte, finisca per inghiottirci tutti senza lasciare memoria.