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La parabola della Sinistra italiana: da Warhol a Marcuse

Dal volto serigrafato di Mao alla critica della modernità: un viaggio tra consumismo, utopie e disillusioni della sinistra italiana.
Foto di Francesca Minnone - CC BY-SA 2.0

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Con la vendita di due opere assurte quasi a simbolo, sembra concludersi definitivamente un ciclo di lotte politiche, ideologiche, filosofiche, rivoluzionarie e di speranze di una generazione. La notizia banale è quella che il politico della vecchia guardia, Fausto Bertinotti, ex sindacalista, segretario di Rifondazione Comunista ed ex Presidente della Camera, nonché intellettuale con forti tratti di narcisismo, si appresta a vendere due opere d’arte in suo possesso, creazioni di Andy Warhol.

L’artista di cui si tratta, è stato un pittore, grafico, illustratore, produttore e regista statunitense ed è stato soprattutto uno dei principali esponenti della Pop Art. Warhol ha rappresentato la nuova estetica degli anni Sessanta, il decennio del cambiamento della società.

Questo, nonostante la cultura politica che nasceva in quegli anni, soprattutto nel mondo giovanile, fosse basata su presupposti antitetici a quelli che ispiravano la logica dell’artista statunitense. Infatti Warhol è un ammiratore e un cantore del modernismo e della società americana consumista. In un’intervista rilasciata in quel periodo questi dichiarò essere un estimatore del modello di società americano.

Spiegò anche le ragioni di questo suo amore argomentando che nel suo Paese, il presidente come l’operaio di Detroit, usavano dissetarsi con la stessa bevanda, la Coca Cola e questo per lui era un segno di grande democrazia. Infatti Andy Warhol identificava la democrazia con l’omologazione. La sua stessa manifestazione artistica è una esaltazione del mito della modernità, attraverso l’uso della tecnologia.

Tutta la Pop Art è un movimento che celebra la cultura del consumismo americano. A differenza del dadaismo non denuncia ma vuole solamente illustrare e comprendere un’epoca. Infatti le opere di Warhol rappresentano dei beni di consumo visti come icone, oggetti di culto. L’apparente ironia non contiene alcuna condanna del fenomeno consumista e l’artista, imita lo stile grafico dei manifesti pubblicitari che sono diventati la massima espressione comunicativa della nuova società a livello di massa.

Del suo Paese trovava fantastica la cultura dell’effimero perché sosteneva che nella società americana, tutti possono avere per un breve tempo l’ebbrezza della celebrità perché il suo è un mondo in cui la società consumava anche gli eroi che lo sono solo del momento. Vediamo comparire nelle opere di Warhol prodotti come la Coca cola o la zuppa Campbell’s. Warhol amava le riproduzioni seriali perché nella cultura moderna era la ripetitività del messaggio visivo che rendeva il prodotto iconico creando l’omologazione sociale da lui amata.

Warhol non creava ma usava appropriarsi di immagini preesistenti a cui apportare variazioni prevalentemente cromatiche. Per lui l’arte poteva consistere in un banale oggetto di consumo in vendita nei supermercati perché essendo un bene è stato trasformato in oggetto del desiderio dalla società industriale.

L’artista trattava anche miti consolidati nell’immaginario collettivo, come potevano essere alcuni volti di Hollywood e miti politici i quali potevano essere manipolati cromaticamente più che riprodotti come è accaduto anche al volto di Marylin Monroe, replicato come fosse una pellicola cinematografica, come accaduto anche a Elvis Presley.

La medesima cosa è accaduta alla fotografia del volto di Mao Tse Tung che campeggia in piazza Tienanmen sulla città proibita a Pechino e che Warhol ha riprodotto con la serigrafia, in modo quasi dissacrante, vedendo in quel volto, non più l’artefice della rivoluzione culturale ma il mito, di molti giovani anche occidentali, un volto icona che ormai era diventato un bene di consumo, la stessa cosa che accadde in seguito con l’icona del Che Guevara riprodotta su milioni di magliette.

Warhol aveva compreso la modernità e la società consumista di massa in cui i miti vengono sfruttati commercialmente. In campo politico, in tutto l’Occidente, i giovani, seguivano invece, quella che venne battezzata la cultura del sessantotto che era influenzata dalla scuola filosofica di Francoforte, in particolare da Herbert Marcuse.

Il movimento del sessantotto sembrava andare controcorrente perché nasce con la condanna al consumismo, il quale viene legato erroneamente dal filosofo all’autoritarismo. In pratica un giudizio opposto a quello dell’artista che vede nel consumismo la massima espressione della democraticità. Possiamo dire, senza ombra di dubbio, Marcuse ha rappresentato, da un punto di vista esistenziale, la visione diametralmente opposta a quella di Warhol.

Il filosofo di Francoforte critica la società industriale avanzata perché reprime l’autonomia individuale attraverso meccanismi di controllo sottili e persuasivi. Marcuse critica il modernismo perché creerebbe bisogni indotti. Nella sua opera “L’uomo a una dimensione”, il filosofo, afferma che il modernismo tende a privare l’uomo del proprio senso critico divenendo soggetto passivo.

Marcuse ha indubbiamente degli accenti quasi conservatori nella critica e nella diffidenza alla modernità che possono ricordare certo anticapitalismo di Destra degli albori. Infatti diffida anche della tecnologia destinata a divenire strumento di controllo. Oggi troverebbe conferma alle sue teorie con il pericolo che verrebbe nell’intelligenza artificiale e con l’ideologia del transumanesimo. Come George Orwell, Marcuse cerca di salvaguardare la coscienza critica per evitare di essere manipolati.

Il filosofo commette un grave errore quando pone le speranze sui marginali, i non inseriti nella macchina produttiva e nel sistema consumistico. Anche questo è un errore di Marcuse, un errore in cui non era caduto Karl Marx, il quale diffida soprattutto del sottoproletariato, un’area indefinita che non costituisce una classe perché è del tutto priva di coscienza sociale.

Questi emarginati sarebbero, secondo Marx, schiavi del proprio individualismo e del proprio risentimento, avulsi da ogni visione comunitaria, dei moderni pariah, dei fuori casta. Che Marcuse abbia preso un abbaglio lo si può vedere dalla fine che falangi di emarginati hanno fatto in molte città statunitensi. Dove per chilometri, in alcune vie esistono bivacchi interminabili di vittime del fentanyl, la droga degli zombie.

Ad ogni modo quella di Marcuse era sostanzialmente una netta condanna alla modernità consumistica, come anche quella di Pier Paolo Pasolini che per primo si avvede della svolta individualista di certo sessantottismo che portò il movimento ad un totale edonismo, troppo simile al consumismo che dicevano di combattere.

Sempre Pasolini, al contrario di Warhol, si fece alfiere di un mondo tradizionale non omologato. Il libertarismo individualista e la teoria libertaria avvicinarono paurosamente il 68 al consumismo della modernità decantato da Warhol.

Lo possiamo constatare dal fatto che da subito il pittore americano divenne una figura quasi emblematica del sessantottismo come lo furono William Reich, Sigmund Freud, simboli del libertarismo sessuale e lo stesso Mao Zedong a causa di una cattiva interpretazione della rivoluzione culturale, interpretata banalmente tra i sessantini come rivolta generazionale.

Dopo pochi anni si è rivelato in modo eclatante il fenomeno del rampantismo dei sessantini che aderirono in massa alla cultura neoliberale anglosassone, libertaria, individualista, edonista, mescolandosi alla cultura Woke e del politically correct.

Pasolini lo aveva previsto quando disse che il sessantottismo combatte il potere di ieri in nome del potere di oggi. Lo aveva previsto anche il filosofo cattolico Augusto del Noce quando scrisse che la Sinistra italiana, incarnata all’epoca nel PCI avrebbe subito una mutazione antropologica diventando un partito radicale di massa e abbandonando le lotte sociali in nome dei diritti individuali liberali.

L’errore di Marcuse era dovuto al fatto che vedeva l’autoritarismo dietro il consumismo capitalista. Invece l’arma del neocapitalismo è quella della cultura libertaria e il controllo è più sottile come il filosofo della scuola di Francoforte aveva compreso. Bertinotti col suo Mao di Warhol è il simbolo di quella confusione. Il politico italiano in bilico fra sindacalismo comunista, leninismo, cultura sessantottina, nuova Sinistra liberal, esaltazione della società consumista alla Warhol, è la dimostrazione della parabola caotica del naufragio di una Sinistra smarrita completamente de-ideologizzata e ipotizzata dal consumismo del modernismo.

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