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La biblioteca immaginaria (1) – I fondamenti

André Malraux ha concepito il “Museo immaginario” nel suo libro Les Voix du silence (Le Voci del silenzio”,1951). Se le opere d’arte possono essere riunite in uno spazio virtuale, perché non dovremmo provare a fare lo stesso con la “Biblioteca immaginaria”?
La Biblioteca immaginaria qui presentata, a livello tematico, è in realtà molto reale per l’autore. Sostituisce la bibliografia fornita da molti libri.

  Linguaggio e intelligenza

Pierre de Ronsard, XVI secolo

Il linguaggio è una matrice, nel senso etimologico di “madre”. È naturalmente il veicolo essenziale dell’espressione, e potremmo anche dire che è il mezzo del pensiero. La domanda è se esista il pensiero prima del linguaggio o se la formazione e la padronanza del linguaggio non siano il prerequisito per la formazione e l’espressione di idee chiare.
La questione della “crisi dell’intelligenza” viene sollevata da decenni. I dibattiti su questo tema non si limitano alla constatazione di una crisi della cultura; la crisi dell’intelligenza va ben oltre, fino all’assenza di domande fondamentali – in un momento di sviluppo esponenziale delle tecnologie – sul destino dell’uomo. Questa situazione si è indubbiamente aggravata negli ultimi anni con la proliferazione incontrollata dei mezzi di informazione, che troppo spesso veicolano opinioni e verità alternative (NB: si tratta delle cosiddette “fake news”). L’intelligenza è progettata per accedere alla realtà.
La scienza – o meglio lo scientismo, nel senso del XIX secolo – può essere una grande sfida per l’intelligenza. Anche il pensiero esistenzialista può essere un pericolo: per l’uomo, il pensiero non è altro che l’espressione di un progetto totalmente arbitrario; ma possiamo liberarci da tutto, anche dalla verità? (cfr. Cardinale Jean Daniélou, Scandaleuse vérité “Verità scandalosa”). Violare sistematicamente ciò che è proibito è sinonimo di grandezza? L’affermazione del potere a scapito della legge è un segno di progresso per l’intera società? L’ultimo pericolo è il collasso del linguaggio, che contribuisce alla confusione e alla perdita di punti di riferimento.
È qui che entrano in gioco la letteratura e il pensiero scritto. La lingua francese ha subito una trasformazione tra il Medioevo e la sua espressione classica nel XVII secolo, durante il turbolento XVI secolo che ha visto il Rinascimento e la Riforma. La lingua francese, formatasi in quel periodo, è comprensibile per noi, ma non oltre. La poesia di Pierre de Ronsard, il “Principe dei poeti” (NB: il gruppo dei Sette de La Pléiade), prima di diventare il “Poeta dei principi”, grazie al suo successo a Corte, ha contribuito molto a questo. Oltre alle sue poesie immortali, come i Sonnets pour Hélène (Sonetti per Hélène), gli dobbiamo un contributo essenziale al linguaggio e quindi all’intelligenza.

 

La Princesse de Clèves, 1678

 

L’anima greca

Capo Sounion, tempio di Poseidon

Le grandi ore dell’antica Grecia ci travolgono ancora oggi per la loro importanza nella storia del mondo: il secolo di Pericle nel V secolo a.C., considerato l’età dell’oro di Atene, le guerre greco-persiane, l’avventura fino agli estremi confini della terra di Alessandro il Macedone, il periodo ellenistico, che portò in gran parte alla fusione di Oriente e Occidente.
Ronsard, citato in questa Bibliothèque imaginaire, è stato criticato perché la sua poesia era troppo impregnata di cultura greco-latina. Ma non lo eravamo tutti, fino a tempi relativamente recenti? Del pensiero greco, quello dei filosofi e degli inventori della democrazia, che ha irradiato le nostre culture – e che è stato senza dubbio la matrice dell’Europa – non rimane in definitiva l’idea dell’esistenza di un’“anima greca”?
Potrebbe essere quel “je ne sais quoi” o “presque rien” (Non so cosa, quasi niente), per dirla con il filosofo Vladimir Jankélévitch, a fare la differenza? Una sottile miscela di ricordi scolastici, quando ancora stavamo imparando le materie umanistiche, la dimensione cinematografica di una grande storia, la purezza della parola e dell’espressione? E, soprattutto, l’incomparabile combinazione di ragione e metafisica?
Plutarco descrive così Pericle, il più grande statista ateniese, nelle sue “Vite degli uomini illustri” : “Non una sola volta salì al Tribunato senza pregare gli dei di non lasciarsi sfuggire dalla bocca alcuna parola che non fosse utile alla questione che stava per trattare”.
L’antica Grecia continua a irradiarci. La sua storia, il suo pensiero, i suoi filosofi, i suoi teatri, le sue teorie e pratiche politiche, in particolare la democrazia ateniese.
Il “miracolo” greco non si può riassumere in un pensiero che sia sopravvissuto alla prova del tempo, ed è probabilmente preferibile parlare di “anima” greca. Si tratta di un concetto più ampio della semplice ragione. La parola greca Logos si riferisce al linguaggio, al pensiero e all’essenza delle cose. L’anima estende quindi la nozione di pensiero o ragione fino a includere la sensibilità, la metafisica e persino una forma di irrazionalità divina.
L’essere greco ha infatti due facce: lo spirito apollineo, fatto di luce e ragione, e lo spirito dionisiaco, che esprime passioni, a volte oscure, e impulsi incontrollabili. Il tempio di Delfi è a sua volta dedicato sia ad Apollo che a Dioniso.
Forse il segreto della Grecia è che tutto è stato pensato, detto, sentito e immaginato nel regno umano e divino. La Grecia è dunque un ritorno alle origini, un rifugio semplice e familiare o, al contrario, un manuale indispensabile che aiuta a guidare l’intera umanità?

 

Archeologia: la vertigine del tempo

 

Vicolo delle Leonesse, Luxor

 

La dialettica dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo, spesso studiata dalla filosofia in relazione alla contemplazione dello spazio, può essere applicata anche al tempo. Quando è iniziata la storia dell’umanità? Quale periodo è particolarmente rilevante per noi? Qual è il legame con il presente? Questa riflessione ci aiuta a delineare prospettive per il futuro?
Guardare alla storia dell’umanità nel contesto della storia della Terra può essere vertiginoso. I geologi stimano che l’era primaria, ovvero l’era delle forme di vita più elementari, sia durata un miliardo di anni; l’era secondaria si pensa sia durata 150 milioni di anni e l’era terziaria dei grandi mammiferi una cinquantina di milioni di anni; la preistoria è iniziata circa 2,5 milioni di anni fa; l’Homo Sapiens si pensa sia comparso 300.000 anni fa in Africa.
La preistoria si considera conclusa con la scrittura, qualche migliaio di anni fa, e si entra ora nella “storia storica”, cioè nella storia delle civiltà. Sumer, alla fine del IV millennio a.C., nella Mesopotamia meridionale della Mezzaluna Fertile, è stata definita la “Culla della Civiltà” (cfr. la scrittura cuneiforme, la matematica e l’astronomia, la creazione artistica e religiosa, l’architettura delle “ziggurat”, la letteratura con il racconto epico di Gilgamesh nel III millennio).
La civiltà babilonese, anch’essa a sud della Mesopotamia, coincise parzialmente nel tempo con l’impero assiro a nord – il cui periodo di massimo splendore si colloca tra il IX e il VII secolo a.C. – che terminò con Alessandro Magno. È a Babilonia, città-stato sotto il regno di Hammurabi, che nel 1750 fu adottato l’omonimo Codice, uno dei più antichi codici giuridici conosciuti, inciso su una stele di basalto oggi conservata al Louvre.
Se la geografia è “principalmente uno strumento per fare la guerra”, secondo le parole del geografo Yves Lacoste (1976), l’archeologia può anche essere usata dagli Stati per affermare un’identità nazionale, sostenere le rivendicazioni territoriali e persino stabilire il potere. È facile capire quanto questo tema possa essere talvolta delicato, come dimostra oggi il Vicino e Medio Oriente.

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