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La Nottola di Minerva sulle macerie dell’Impero. Il “cattivo infinito” e l’alienazione strategica dell’America

L’irruzione dell’11 settembre 2001 nella trama del reale non ha rappresentato soltanto un trauma geopolitico, ma la più radicale frattura fenomenologica nella coscienza di una nazione che si auto-percepiva come incarnazione ultima dello Spirito del Mondo. A venticinque anni di distanza, la nottola di Minerva spicca il suo volo sul crepuscolo dell’egemonia statunitense, permettendoci di leggere quel fatidico martedì e i decenni successivi non come una mera sequenza di eventi militari, ma come il dispiegarsi di una tragica dialettica storica. La reazione di Washington all’attacco alle Torri Gemelle può essere compresa unicamente sotto la lente dell’astrazione e della negazione. Dinanzi all’antitesi brutale del terrorismo, che ha infranto l’illusione di un’inviolabilità spacciata per “fine della storia”, l’Impero non è stato capace di operare una vera Aufhebung – un superamento dialettico che conservasse la propria centralità elevandola a un nuovo ordine razionale e multilaterale. Al contrario, lo Stato americano è regredito nello stadio della forza bruta, cercando di ripristinare il proprio senso di onnipotenza attraverso un dispiegamento muscolare fine a se stesso. Questa pretesa di dominio assoluto e slegato da fini politici razionali si è tradotta in quello che Hegel definirebbe un cattivo infinito: le “guerre senza fine” in Iraq e Afghanistan, un susseguirsi di conflitti incapaci di trovare una risoluzione compiuta, un’emorragia di risorse in una coazione a ripetere priva di sintesi.

Il “cattivo infinito” della Guerra al Terrore

L’impatto storico dell’11 settembre non risiede nell’urto degli aerei contro le Torri, ma nella reazione di Washington. Uscita trionfatrice dalla Guerra Fredda, l’America viveva l’illusione della “fine della storia” e della propria invulnerabilità assoluta. Colpita al cuore, non ha elaborato una risposta razionale (la neutralizzazione di un nemico specifico), ma ha preteso di restaurare in modo spettacolare quel senso di onnipotenza perduto. Dichiarare guerra a un’astrazione – il “terrore”, una tattica e non un soggetto geopolitico – ha condannato gli Stati Uniti a quello che Hegel definirebbe un cattivo infinito. Le operazioni in Iraq e Afghanistan si sono trasformate in un dispiegamento muscolare fine a se stesso, una coazione a ripetere impossibile da vincere, che ha condannato l’Impero a una disastrosa sovraestensione militare.

L’alienazione dell’arma finanziaria

Incapace di risolvere la contraddizione militare, l’America ha cercato di piegare il reale attraverso l’astrazione economica. Dopo l’11 settembre, l’uso massiccio di sanzioni e “liste nere”, nato per colpire i finanziatori del terrorismo, è stato elevato a strumento universale contro interi Stati (Corea del Nord, Iran, Russia e Cina), illudendosi di sostituire la guerra tradizionale. Tuttavia, questo unilateralismo estremo ha generato effetti collaterali che hanno distrutto l’egemonia stessa:

  • La mancanza di consenso: L’America ha cessato di essere la capocordata del mondo libero per ergersi a padrone assoluto. Questa ubris ha minato la neutralità percepita dei circuiti finanziari internazionali, spingendo gli alleati alla sfiducia.

  • La contraddizione interna: Lo Stato (l’Universale) ha perso il controllo sulla società civile e sul mercato (il Particolare). L’aggiramento delle sanzioni è prassi delle stesse aziende americane, generando il paradosso supremo per cui i chip statunitensi guidano ancora oggi i missili russi scagliati contro l’Ucraina.

L’illusione tecnologica e la dialettica servo-padrone

La presunzione che l’eccezionale superiorità tecnologica avrebbe reso gli Stati Uniti padroni indiscussi della Storia si è ribaltata nel suo esatto opposto, mettendo in scena una tragica dialettica servo-padrone. La tecnologia, lungi dal garantire il dominio, ha “democratizzato la violenza”, favorendo il debole contro il forte. L’11 settembre ne è stato l’epifania: aerei civili a bassissimo costo trasformati in armi ad altissimo impatto. Mentre gli attori asimmetrici (il “servo”) si impadronivano agilmente degli strumenti per ribaltare le gerarchie, gli USA (il “padrone”) si sono alienati in un apparato militare iper-sofisticato ma numericamente ridotto (poche navi, missili costosissimi), condannandosi a una struttura oggi rigida, vulnerabile e incapace di dominare la totalità del conflitto.

La “coscienza infelice” del collasso interno e l’involuzione populista

Il riflesso interno di queste “guerre senza fine” combattute senza obiettivi politici chiari è la tragedia di una coscienza infelice che ha lacerato il Paese. Il malessere psicologico delle truppe ci consegna un dato agghiacciante: a fronte di 7.000 caduti in vent’anni di combattimenti, circa 30.000 militari in servizio attivo si sono tolti la vita. Questa emorragia morale si è saldata al trauma materiale del 2008, quando il crac di Lehman Brothers ha polverizzato la credibilità delle istituzioni e disintegrato la classe media. È dalla scissione organica tra l’élite (percepita come cinica e distante) e il popolo che emerge il demone del populismo. Donald Trump non è un incidente, ma il sintomo irrazionale di questa frattura, cavalcata agitando tre accuse contro l’establishment: le guerre senza logica, l’immigrazione incontrollata, e i patti di libero scambio dannosi per i ceti produttivi. Una risposta reazionaria e mistificatoria, che promette protezione erigendo muri, ma che in realtà accelera la decomposizione del tessuto democratico.

Il decennio d’oro di Russia e Cina

Mentre gli Stati Uniti si dissanguavano nel deserto mediorientale, la Storia operava attraverso la sua suprema astuzia della ragione. Nel periodo tra il 2001 e il 2008, Washington ha regalato ai suoi rivali geopolitici un decennio di vuoto strategico. In questa fase, la Cina ha maturato l’oggettiva consapevolezza che l’America fosse internamente troppo debole e scissa per reggere da sola l’ordine globale. Questa rivelazione ha partorito l’ascesa di Xi Jinping e il nuovo protagonismo assertivo di Pechino, cristallizzato in una massima di spietata lucidità machiavellica: non disturbare il nemico mentre sta sbagliando.

L’imperativo categorico dell’Europa Federale

L’America di oggi non è giunta alla sua fine assoluta, ma è paralizzata da una feroce crisi d’identità; è un impero smarrito, lacerato tra la tentazione coercitiva e l’esaurimento del proprio popolo. Dinanzi a questo spettacolo, i sovrani da operetta europei – i populisti di casa nostra – propongono di scimmiottare il trumpismo, ignorando che proprio quell’isolazionismo rancoroso è il certificato di morte dell’egemonia. L’antidoto a questo declino non è la regressione nazionalista, ma una sintesi superiore: un’Europa unita, riformista e progressista. Dobbiamo raccogliere il testimone della razionalità democratica, costruendo una difesa comune indipendente, blindando il nostro welfare state e governando la transizione ecologica e tecnologica per ricucire le disuguaglianze. Solo un’Europa politicamente coesa può impedire che il tramonto dell’Impero americano si trasformi nella notte in cui tutte le democrazie sono nere.

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