Oltre ottomila militari americani ed europei sono morti nelle guerre in Afghanistan e Iraq. Tra loro 86 italiani e dieci uomini provenienti dai reparti della Folgore. Oggi i talebani governano nuovamente Kabul: quale significato dobbiamo dare a quel sacrificio?
Ci sono luoghi che, anche senza essere nominati, continuano a vivere dentro chi li ha conosciuti da vicino. L’Afghanistan è uno di questi.
È una terra che si riconosce dalla polvere. Una polvere sottile che entra nelle uniformi, nelle armi, nei motori e nei pensieri. Il caldo rende l’aria immobile; le montagne sembrano vicine e irraggiungibili nello stesso momento. Ogni strada può apparire deserta, ma ogni pietra, ogni cumulo di terra e ogni veicolo fermo sul ciglio obbligano a rallentare, osservare, dubitare.
In Afghanistan si impara presto che il silenzio non significa necessariamente pace. Può precedere il colpo, l’esplosione di un ordigno improvvisato, una richiesta concitata alla radio, il rumore delle pale di un elicottero che arriva per evacuare un ferito.
Si impara anche che, durante un combattimento, il mondo diventa improvvisamente molto piccolo. Non esistono più i governi, le alleanze, le conferenze internazionali e le strategie elaborate a migliaia di chilometri di distanza. Esistono l’uomo accanto, la copertura più vicina, il caricatore, la radio e la necessità assoluta di non lasciare indietro nessuno.
Per chi conosce la vita militare, i morti di una guerra non sono mai soltanto numeri. Dietro ogni cifra esistono un reparto, un volto, una famiglia rimasta ad aspettare e una camerata nella quale un letto improvvisamente resta vuoto. Esiste il momento in cui bisogna raccogliere gli effetti personali di un commilitone e accompagnarlo nel suo ultimo viaggio verso casa.
Sono trascorsi venticinque anni dall’11 settembre 2001. Quella mattina morirono 2.977 persone e il mondo occidentale dichiarò guerra al terrorismo. Da allora gli Stati Uniti e i loro alleati hanno combattuto in Afghanistan, Iraq, Siria, Pakistan, Yemen e in numerosi altri teatri.
Il conto umano di quella risposta è immenso.
Secondo il progetto Costs of War della Brown University, tra il 2001 e il 2023 le guerre successive all’11 settembre hanno provocato più di 940.000 morti dirette, delle quali oltre 432.000 civili.
A queste devono essere aggiunte le vittime indirette causate dalla distruzione delle infrastrutture, dal collasso dei sistemi sanitari, dalla fame, dalle malattie e dagli sfollamenti: una stima compresa tra 3,6 e 3,8 milioni di persone. Il bilancio complessivo potrebbe quindi aver raggiunto almeno 4,5-4,7 milioni di morti.
Anche il prezzo pagato dai militari americani ed europei è stato enorme.
In Afghanistan morirono 3.621 militari della coalizione: 2.461 statunitensi, circa 946 provenienti da Paesi europei e 214 appartenenti ad altri Stati alleati, soprattutto Canada e Australia.
In Iraq gli Stati Uniti persero circa 4.500 militari nelle operazioni Iraqi Freedom e New Dawn. Gli altri Paesi della coalizione contarono oltre 300 caduti, quasi tutti europei.
Considerando i due principali teatri, Afghanistan e Iraq, si arriva dunque a circa 6.966 militari statunitensi e 1.260 militari europei: complessivamente più di 8.200 uomini e donne in uniforme.
Il Regno Unito ha perso 457 uomini in Afghanistan e 179 in Iraq; la Francia 90 in Afghanistan; la Germania 62; la Polonia 44 in Afghanistan e 30 in Iraq; la Danimarca 44 e sette. L’Italia ha contato 53 militari morti in Afghanistan e 33 in Iraq.
Ottantasei italiani.
Ottantasei vite che non possono essere compresse in una statistica.
I trentatré caduti italiani in Iraq
L’Italia partecipò alla missione “Antica Babilonia” dal luglio 2003 al dicembre 2006, principalmente nella provincia di Dhi Qar e nella città di Nassiriya. Il contingente italiano arrivò a contare circa tremila uomini, impegnati nella sicurezza, nella ricostruzione, nell’assistenza sanitaria e nell’addestramento delle forze locali.
Il 12 novembre 2003 un camion carico di esplosivo si lanciò contro la base Maestrale, sede dei Carabinieri della Multinational Specialized Unit.
Andrea Filippa, di guardia all’ingresso, riuscì ad aprire il fuoco contro gli attentatori, impedendo al mezzo di penetrare completamente nella struttura. Non poté però fermare l’esplosione.
Morirono 28 persone: 19 italiani e nove iracheni. Tra gli italiani vi erano dodici Carabinieri, cinque militari dell’Esercito e due civili.
I dodici Carabinieri erano Massimiliano Bruno, Giovanni Cavallaro, Giuseppe Coletta, Andrea Filippa, Enzo Fregosi, Daniele Ghione, Ivan Ghitti, Domenico Intravaia, Filippo Merlino, Horacio Majorana, Alfio Ragazzi e Alfonso Trincone.
I cinque militari dell’Esercito erano Massimo Ficuciello, Silvio Olla, Alessandro Carrisi, Emanuele Ferraro e Pietro Petrucci.
Con loro morirono il regista Stefano Rolla e il cooperatore internazionale Marco Beci.
Fu la più grave perdita subita dalle Forze armate italiane dalla fine della Seconda guerra mondiale. Ma Nassiriya non rappresentò la conclusione del sacrificio italiano in Iraq.
Nel 2004 caddero Matteo Vanzan, caporale del Reggimento lagunari “Serenissima”, colpito durante la battaglia dei ponti di Nassiriya, e Antonio Tarantino, della Brigata di cavalleria “Pozzuolo del Friuli”, morto in un incidente durante il servizio.
Nel 2005 morirono Simone Cola, raggiunto da un colpo mentre operava a bordo di un elicottero; Salvatore Domenico Marracino, sergente del 185º Reggimento paracadutisti ricognizione acquisizione obiettivi; Massimiliano Biondini, Marco Briganti, Marco Cirillo e Giuseppe Lima, precipitati con il loro AB 412; Davide Casagrande, alpino paracadutista del “Monte Cervino”, e Bruno Vianini, ufficiale del Comando subacquei e incursori.
Nel 2006 un ordigno colpì un blindato italiano uccidendo Nicola Ciardelli, capitano del 185º Reggimento paracadutisti ricognizione acquisizione obiettivi, e i carabinieri Carlo De Trizio e Franco Lattanzio. Il maresciallo Enrico Frassanito, gravemente ustionato nello stesso attentato, morì pochi giorni dopo in ospedale.
Il 5 giugno cadde Alessandro Pibiri, della Brigata “Sassari”, ucciso dall’esplosione di un ordigno. Il 21 settembre morì in servizio Massimo Vitaliano, del Reggimento “Cavalleggeri Guide”.
Sono questi i 33 militari italiani caduti in Iraq.
Accanto a loro deve essere ricordato Nicola Calipari, dirigente del SISMI ucciso il 4 marzo 2005 dal fuoco statunitense nei pressi dell’aeroporto di Baghdad, mentre stava portando in salvo la giornalista Giuliana Sgrena. Calipari non rientra formalmente nel conteggio dei 33 militari della coalizione, ma appartiene pienamente alla memoria italiana di quella guerra.
La Folgore in Afghanistan
Se l’Iraq richiama immediatamente il nome di Nassiriya, l’Afghanistan porta con sé quelli di Kabul, Herat, Farah, Bala Murghab, Bakwa e Gulistan.
Nomi che sulle carte geografiche sembrano soltanto punti, ma che per chi li ha attraversati significano piste, avamposti, convogli, notti senza luce e lunghissime attese interrotte all’improvviso dal rumore di un’esplosione.
La Brigata paracadutisti “Folgore” operò in un ambiente nel quale non esisteva una linea del fronte tradizionale. Il nemico poteva confondersi con la popolazione, osservare per giorni i movimenti dei reparti e colpire attraverso un ordigno nascosto sotto una strada percorsa decine di volte.
La minaccia non aveva sempre un volto. Poteva essere una pietra spostata, una porzione di terreno più scura, un filo quasi invisibile, una motocicletta ferma o un uomo che osservava troppo a lungo il passaggio di una colonna.
Il 14 luglio 2009 un ordigno esplose al passaggio di una pattuglia italiana a nord-est di Farah. Morì Alessandro Di Lisio, caporal maggiore dell’8º Reggimento genio guastatori paracadutisti “Folgore”.
Il 17 settembre dello stesso anno Kabul venne squarciata da un’autobomba. Due blindati Lince furono investiti da un’esplosione violentissima. Morirono sei paracadutisti: Antonio Fortunato, Matteo Mureddu, Davide Ricchiuto, Giandomenico Pistonami, Massimiliano Randino e Roberto Valente.
Erano uomini provenienti dal 183º “Nembo”, dal 186º e dal 187º Reggimento paracadutisti. Reparti diversi, uniti dallo stesso basco amaranto e dallo stesso destino.
La Folgore era stata colpita al cuore.
Esattamente un anno dopo, il 17 settembre 2010, nel distretto di Bakwa, cadde in combattimento Alessandro Romani, incursore del 9º Reggimento d’assalto paracadutisti “Col Moschin”, allora appartenente alla Brigata Folgore.
Romani operava nella Task Force 45, l’unità interforze delle Forze speciali italiane impiegata in Afghanistan contro le reti talebane e terroristiche.
Di quella Task Force si parlava poco. Gli uomini partivano spesso quando gli altri rientravano. Nessuna celebrazione, nessun racconto pubblico delle operazioni. Soltanto la preparazione, il controllo dell’equipaggiamento, la luce rossa dentro l’elicottero e il rumore dei rotori che copriva ogni pensiero.
La TF45 raggiungeva le aree nelle quali erano stati individuati comandanti insorgenti, depositi di armi, fabbricanti di ordigni e cellule pronte ad attaccare i contingenti della coalizione. Operazioni rapide, condotte nel buio o alle prime luci dell’alba, in territori nei quali ogni altura poteva nascondere un osservatore e ogni villaggio poteva trasformarsi in una trappola.
Il 17 settembre 2010 un velivolo senza pilota aveva individuato alcuni uomini intenti a collocare un ordigno lungo una strada nel distretto di Bakwa. Gli incursori vennero elitrasportati nell’area, raggiunsero il punto segnalato e disattivarono l’esplosivo.
Quando tentarono di fermare gli uomini individuati, contro la pattuglia si scatenò il fuoco di un gruppo più numeroso di insorti.
Il combattimento esplose all’improvviso. Gli incursori risposero, chiesero il supporto aereo e organizzarono l’evacuazione dei feriti. Romani venne colpito in una parte del corpo non protetta. I compagni riuscirono a portarlo via, ma morì poco dopo nell’ospedale militare di Farah.
Fu decorato con la Medaglia d’oro al valore dell’Esercito.
Il 12 luglio 2011 un altro ordigno uccise Roberto Marchini, dell’8º Reggimento genio guastatori paracadutisti, nel distretto di Bakwa.
Il 25 luglio, durante un’operazione congiunta nella valle di Bala Murghab, morì David Tobini, paracadutista del 183º Reggimento “Nembo”. Colpito durante lo scontro, continuò a combattere e a proteggere i compagni. Gli venne conferita la Medaglia d’argento al valor militare.
Alessandro Di Lisio.
Antonio Fortunato.
Matteo Mureddu.
Davide Ricchiuto.
Giandomenico Pistonami.
Massimiliano Randino.
Roberto Valente.
Alessandro Romani.
Roberto Marchini.
David Tobini.
Dieci nomi legati ai reparti della Folgore.
Dieci uomini che non tornarono dall’Afghanistan.
Dietro ciascuno di loro esiste un’ultima telefonata, una promessa di ritorno, una divisa riconsegnata e una casa nella quale qualcuno ha continuato ad aspettare anche dopo aver saputo che non sarebbe tornato nessuno.
Eppure l’Afghanistan non può essere raccontato soltanto attraverso i caduti occidentali.
Le stime parlano di oltre 46.000 civili afghani uccisi direttamente, più di 69.000 appartenenti alle forze armate e di sicurezza afghane e decine di migliaia di combattenti. Sono cifre minime, perché molti villaggi, molte famiglie e molte morti non sono mai entrati in alcun registro.
Una guerra militarmente combattuta e politicamente perduta
Dobbiamo avere il coraggio di dirlo: la guerra in Afghanistan è stata persa.
Non l’hanno persa i soldati.
I soldati hanno eseguito gli ordini, protetto convogli, presidiato avamposti, bonificato strade, addestrato reparti afghani, curato feriti e difeso la popolazione. In moltissime occasioni hanno combattuto con coraggio, disciplina e professionalità.
La TF45 poteva catturare un comandante talebano, ma non poteva sostituirsi alla politica.
Un geniere poteva disinnescare un ordigno, ma non vent’anni di errori strategici.
Un paracadutista poteva conquistare e difendere un avamposto, ma non impedire che quello stesso territorio tornasse nelle mani degli insorti dopo la partenza della coalizione.
La sconfitta è stata strategica e politica.
Nel 2001 l’obiettivo immediato era colpire al-Qaeda, abbattere il regime talebano che la proteggeva e impedire che l’Afghanistan continuasse a essere una base per il terrorismo internazionale. Il regime cadde rapidamente e la rete di al-Qaeda venne gravemente colpita.
Poi la missione cambiò.
Alla lotta contro il terrorismo si aggiunsero la costruzione di uno Stato, la creazione di un esercito nazionale, la democratizzazione del Paese, la difesa dei diritti delle donne e la trasformazione della società afghana.
Per vent’anni l’Occidente investì uomini, risorse, tecnologia e credibilità in un sistema che dipendeva quasi completamente dalla sua presenza.
I talebani, invece, avevano compreso una cosa essenziale: non dovevano sconfiggere militarmente la NATO. Dovevano soltanto resistere più a lungo della volontà politica occidentale.
Loro avevano il tempo.
Noi avevamo le scadenze.
Quando la presenza occidentale venne ritirata, l’intero edificio crollò in poche settimane.
Il 15 agosto 2021 i talebani entrarono nuovamente a Kabul. Il presidente afghano fuggì, l’esercito addestrato e finanziato dall’Occidente si dissolse e le immagini disperate dell’aeroporto fecero il giro del mondo.
Dopo vent’anni, i talebani erano tornati esattamente dove si trovavano nel 2001: al potere.
Le donne afghane hanno progressivamente perduto libertà, accesso all’istruzione e possibilità di partecipare alla vita pubblica. Molti collaboratori locali sono stati abbandonati. L’Afghanistan è tornato a essere un Paese isolato, poverissimo e governato dall’Emirato islamico.
Se lo scopo finale era costruire un Afghanistan stabile, democratico e capace di difendersi autonomamente, la missione è fallita.
Questa conclusione non diminuisce il valore dei caduti. Al contrario, aumenta la responsabilità di chi li mandò a combattere.
Il sacrificio di un soldato non diventa inutile perché una strategia politica si rivela sbagliata. Ma proprio il rispetto per quel sacrificio ci impone di domandare conto delle decisioni prese.
Perché siamo rimasti vent’anni senza definire un obiettivo realistico?
Perché abbiamo creduto che un modello istituzionale potesse essere imposto dall’esterno?
Perché abbiamo finanziato strutture spesso corrotte e fragili?
Perché abbiamo continuato a parlare di successo mentre sapevamo che l’edificio poteva crollare?
Perché il ritiro è avvenuto senza proteggere adeguatamente tutti coloro che avevano creduto nelle nostre promesse?
E soprattutto: che cosa abbiamo imparato?
Abbiamo davvero reso il mondo più sicuro? Abbiamo sconfitto il terrorismo oppure lo abbiamo disperso, trasformato e moltiplicato? Era inevitabile rispondere all’11 settembre con due decenni di guerra? Quante vite sono state salvate e quante, invece, sono state spezzate?
Non esistono risposte semplici.
Sarebbe ingiusto negare che la presenza occidentale abbia permesso a milioni di afghani, soprattutto donne e ragazze, di studiare, lavorare e immaginare una vita diversa. Sarebbe però altrettanto disonesto ignorare l’esito finale.
Oggi i talebani governano Kabul. Le bandiere occidentali sono state ammainate. Gli avamposti sono vuoti. I mezzi sono stati abbandonati.
Ma nei cimiteri italiani rimangono ottantasei tombe di uomini caduti tra Afghanistan e Iraq.
Quando pronunciamo i loro nomi non dobbiamo limitarci alla retorica. Ricordare significa anche avere il coraggio di giudicare.
Il soldato offre allo Stato la propria disciplina, il proprio coraggio e, se necessario, la propria vita. Lo Stato, in cambio, ha il dovere morale di non sprecarla. Deve sapere perché manda i suoi uomini a combattere, quale risultato vuole raggiungere e quando quel risultato possa dirsi realmente conseguito.
L’ultima domanda, dunque, non riguarda soltanto il passato. Riguarda le guerre che verranno.
Quando un altro governo ci dirà che un nuovo intervento militare è necessario, saremo capaci di chiedere quale sia l’obiettivo finale? Chi dovrà sostenerne il costo? Come e quando usciremo? E soprattutto: quale responsabilità ci assumeremo verso coloro che manderemo in uniforme?
Perché dietro ogni decisione presa in una sala protetta può esserci un giovane che, a migliaia di chilometri da casa, percorre una strada polverosa domandandosi se tornerà.
Dietro ogni numero c’è un nome.
Dietro ogni nome c’è una famiglia.
Dietro ogni caduto c’è una promessa che la Nazione non ha il diritto di dimenticare.
E dietro ogni guerra perduta rimane una domanda alla quale la Storia, prima o poi, ci obbligherà a rispondere:
ne è valsa davvero la pena?