Ascolta la versione audio di questo articolo (generata da IA).
Il testo affronta una questione che attraversa tutta la storia europea moderna: il rapporto tra la Germania e l’equilibrio del continente.
La Germania sta entrando in una nuova fase storica. Per decenni Berlino ha costruito la propria influenza attraverso la potenza economica, evitando accuratamente di assumere un ruolo militare proporzionato al proprio peso. Questo equilibrio era il prodotto della Guerra Fredda, della memoria del Novecento e della protezione strategica americana. La guerra in Ucraina ha rivelato la fragilità di essere solo una potenza economica quando la storia torna a bussare con forza alla porta. Questo ha portato ad un cambio di paradigma. La Germania non si limita più ad essere la principale potenza economica europea, ma aspira a diventare anche il centro gravitazionale della sicurezza continentale.
La Germania si candida sempre più apertamente a diventare la potenza guida del continente europeo. Il recente documento strategico sulla sicurezza nazionale afferma esplicitamente che Berlino è destinata a rappresentare il principale baluardo militare dell’Europa. Tale impostazione si inserisce in una linea politica già delineata dal cancelliere Friedrich Merz, il quale ha dichiarato l’intenzione di costruire il più potente esercito convenzionale d’Europa, sostenuto da investimenti straordinari che superano il trilione di euro tra spesa militare.
Ridurre questa svolta alla sola minaccia russa sarebbe tuttavia un errore di analisi. La nuova postura tedesca nasce anche da una profonda trasformazione economica interna. Per decenni la forza della Germania si è fondata su un modello industriale orientato all’export, con particolare riferimento al settore automobilistico. Oggi quel modello è sottoposto a una pressione crescente da parte della concorrenza cinese, che ha conquistato quote di mercato sempre più consistenti nei comparti tecnologici e manifatturieri ad alto valore aggiunto. Occorre però essere chiari su una dimensione spesso attenuata nel dibattito pubblico: la Germania sta attraversando la peggiore crisi economica strutturale della sua storia recente. Non si tratta di una flessione congiunturale, ma di un cedimento del modello produttivo su cui è stata costruita la sua egemonia continentale negli ultimi trent’anni. La deindustrializzazione strisciante, la perdita di competitività energetica accelerata dalla guerra in Ucraina, il tramonto del mercato russo e la pressione cinese sull’automotive hanno eroso simultaneamente le fondamenta del miracolo tedesco. In questo contesto, la militarizzazione dell’economia non è soltanto una risposta strategica alla nuova realtà geopolitica: è la via d’uscita più praticabile da una crisi che non ha precedenti nell’era federale. La riconversione del sistema produttivo verso la difesa rappresenta, nei calcoli di Berlino, l’unico strumento capace di preservare al tempo stesso occupazione, coesione sociale e primato tecnologico. È una scommessa enorme, ma comprensibile: quando un modello collassa, si cerca il settore che può sostituirlo, e oggi quel settore è la difesa.
Da questa evoluzione derivano almeno tre considerazioni.
La prima riguarda la sostenibilità economica della nuova potenza militare tedesca. Un’industria della difesa di tali dimensioni non può sopravvivere esclusivamente attraverso gli acquisti nazionali. La Germania dovrà necessariamente esportare armamenti e sistemi militari, entrando in competizione con altri produttori europei e internazionali. Ciò significa che la politica estera e quella industriale saranno sempre più intrecciate e che Berlino avrà interesse a promuovere una domanda stabile di equipaggiamenti militari all’interno e all’esterno dell’Unione Europea e Rearm Europe può iscriversi anche in questa logica. È un tema classico dell’economia politica: le trasformazioni delle strutture produttive tendono a generare nuove strategie di accumulazione e nuovi orientamenti statali. In altre parole, la difesa non viene interpretata soltanto come una necessità strategica, ma anche come uno strumento di politica industriale. Questa lettura si inserisce in una tradizione teorica che va da autori come Charles Tilly fino agli studi contemporanei sul complesso militare-industriale. La guerra e la preparazione alla guerra non sono soltanto fenomeni militari; sono anche motori di innovazione tecnologica, occupazione, investimenti e organizzazione dello Stato. In ogni caso è lapalissiano che la Difesa debba diventare la nuova locomotiva economica dopo l’indebolimento di alcuni settori tradizionali.
La seconda considerazione concerne il rapporto tra interessi tedeschi e interessi europei. La proiezione di potenza della Germania verrà inevitabilmente presentata come un contributo alla sicurezza dell’intero continente. Tuttavia, come ogni grande potenza, Berlino agirà innanzitutto in funzione delle proprie priorità nazionali. Non vi è alcuna ragione storica o politica per ritenere che gli interessi della Germania coincidano automaticamente con quelli dell’Italia, della Spagna o di altri Paesi europei. Il rischio è che l’integrazione della difesa europea finisca per trasformarsi in una progressiva germanizzazione delle scelte strategiche dell’Unione. Fuori da una certa retorica dell’integrazione europea che tende a presentare le decisioni dei principali Stati membri come automaticamente coincidenti con il bene comune dell’Unione, bisognerebbe ricordare una verità fondamentale della teoria delle relazioni internazionali: gli Stati, anche all’interno di strutture cooperative avanzate, continuano ad agire secondo interessi nazionali.
Questa osservazione richiama il pensiero di autori come Hans Morgenthau o Kenneth Waltz, secondo i quali la cooperazione internazionale non elimina la competizione tra gli Stati ma la incanala in forme diverse. Da questa prospettiva, il rischio evocato è che una futura difesa europea possa riflettere prevalentemente le priorità strategiche tedesche, trasformando l’integrazione in una forma di egemonia funzionale.
A questo va aggiunta una riflessione che il dibattito corrente tende a trascurare: una Germania pesantemente armata non altera soltanto gli equilibri interni all’Unione Europea, ma produce effetti destabilizzanti che attraversano l’intero scacchiere continentale. Francia e Regno Unito, le uniche potenze nucleari europee, vedrebbero ridimensionato il proprio peso specifico nella gerarchia della sicurezza occidentale. La Polonia, che si percepisce come frontiera orientale della NATO e ha investito massicciamente nella propria capacità militare, si troverebbe a competere per il ruolo di perno strategico dell’Europa centro-orientale con un vicino di dimensioni incomparabilmente maggiori. Ma è soprattutto nel rapporto con la Russia che il riarmo tedesco introduce la variabile più pericolosa. Mosca ha costruito la propria narrazione strategica attorno alla minaccia dell’espansione NATO, ma una Germania militarmente egemone in Europa è qualcosa di qualitativamente diverso: è il ritorno dello spettro storico più potente nell’immaginario russo. Ogni passo verso la supremazia militare tedesca non verrà letto dal Cremlino come deterrenza difensiva, ma come conferma di una minaccia esistenziale che affonda le radici nel 1941. In questo senso, la Germania armata potrebbe paradossalmente rendere l’Europa meno sicura: non perché Berlino abbia intenzioni aggressive, ma perché la percezione russa di quella potenza rischia di alimentare escalation, irrigidimenti diplomatici e dinamiche di sicurezza che nessuno oggi è in grado di controllare pienamente.
Esiste infine una terza questione, spesso trascurata, che è di natura culturale e politica. La Germania di oggi non è più soltanto quella della Repubblica Federale che ha vissuto sotto l’ombrello strategico americano durante la Guerra Fredda. Essa comprende anche l’eredità della Germania orientale, una realtà storica che non ha condiviso il medesimo percorso politico e culturale dell’Ovest. In questo contesto assume rilievo la crescita dell’AfD, oggi nei sondaggi primo partito in Germania e radicato nella Germania dell’Est. Non vi è alcuna garanzia che gli equilibri interni tedeschi continuino a essere dominati dalle élite tradizionali dell’Ovest. Un progressivo spostamento del baricentro politico potrebbe produrre una diversa lettura delle relazioni internazionali, dei rapporti con la Russia e del ruolo stesso della Germania nel mondo.
Queste tre dinamiche – la riconversione industriale come risposta alla crisi sistemica, la centralità degli interessi nazionali tedeschi e l’evoluzione degli equilibri politici interni ed esterni – dovrebbero indurre a una riflessione più approfondita sul futuro dell’Unione Europea. Se l’Europa sarà sempre più guidata da Berlino, occorrerà domandarsi quali interessi verranno tutelati e quali sacrificati. Soprattutto, sarà necessario interrogarsi sulla natura della leadership tedesca: se essa rappresenterà un fattore di stabilità continentale oppure l’origine di nuove tensioni politiche e strategiche all’interno di un’Unione che appare già oggi attraversata da profonde divisioni. È un aspetto spesso sottovalutato: le grandi strategie non sono mai indipendenti dalle trasformazioni sociali interne. Se il sistema politico tedesco dovesse modificarsi profondamente nei prossimi anni, anche il significato del riarmo potrebbe cambiare. Un esercito potente sotto una leadership politica diversa potrebbe perseguire obiettivi molto differenti da quelli attualmente immaginati.
Tutto ciò avviene con il via libera degli USA che monitoreranno la Nazione, ma Washington sta armando un alleato che potrebbe diventare troppo pesante da gestire. Non un nemico — ma un partner con una propria agenda. È esattamente la trappola in cui sono cadute le grandi potenze storicamente quando hanno delegato capacità senza mantenere il controllo dei fini.
La questione tedesca, che molti ritenevano appartenere al passato, potrebbe tornare a essere uno dei temi centrali del futuro europeo.