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L’obbedienza ai Vescovi, quella sconosciuta

L’obbedienza al Vescovo, posta come cardine dei fondatori, è oggi un principio spesso tradito. Tuttavia, l’autorità ecclesiale non può essere piegata a logiche di gruppo

di Paolo Marraffa

Nella foto: I Vescovi Mons. Claudio Maniago e Mons. Vincenzo Bertolone

Nella vita della Chiesa, l’obbedienza al proprio Vescovo dovrebbe essere la norma più semplice, naturale e pacifica. È un principio che non nasce da simpatie personali, né da dinamiche di potere, ma dalla struttura stessa della comunità ecclesiale, che riconosce nel Vescovo il garante dell’unità e della comunione.
Eppure, nonostante la chiarezza del Magistero e del diritto canonico, esistono contesti in cui questa obbedienza sembra diventare un peso insopportabile. Non perché il Vescovo “non piaccia”, ma perché l’autorità ecclesiastica – per sua natura – non può piegarsi a interessi di parte, a logiche di gruppo.

L’obbedienza non è servilismo, né rinuncia alla propria identità: è la scelta adulta di riconoscere che la Chiesa non è una somma di iniziative private, ma un corpo vivo che cammina insieme. Quando invece prevalgono interessi di gruppi, la comunione si incrina e si apre la strada a dinamiche che nulla hanno a che vedere con il Vangelo.
Il Codice di Diritto Canonico ricorda che la disobbedienza ostinata alle disposizioni del proprio Ordinario può costituire una ferita grave all’unità ecclesiale. Non è un dettaglio disciplinare: è un richiamo alla responsabilità di tutti, perché la Chiesa vive di comunione, non di contrapposizioni.
Urge una riflessione seria e matura: l’obbedienza non è un optional, né un fastidio da sopportare. È una via di libertà, una scelta di fede, un atto di amore verso la Chiesa.

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