Un’intervista (possibile ?) di Francesco Rizzo a Luigi Pirandello
Il luogo è un non-luogo, un caffè sospeso tra il 1936 e il 2026. L’aria è densa di fumo di sigaretta e vibrazioni digitali. Luigi Pirandello siede a un tavolino, lo sguardo fisso nel vuoto, la giacca scura leggermente stropicciata. Francesco Rizzo gli siede di fronte, agitando lo smartphone come una domanda che non trova risposta.
Francesco Rizzo: Maestro, tra due giorni la celebreremo…… per i 159 anni dalla sua nascita…… mi pare quasi un gesto di ipocrisia. Mi guardo attorno e vedo un’Italia che, nonostante i decenni e la tecnologia, è rimasta identica. Non abbiamo fatto passi avanti, abbiamo solo digitalizzato la nostra prigionia. Mi chiedo: lei è ancora attuale o siamo noi che non siamo ancora riusciti a diventare altro che i suoi personaggi?
Luigi Pirandello: (Sorride con una smorfia amara, accendendo una sigaretta) Caro Francesco, lei parla di “passi avanti” come se l’umanità fosse una scolaresca che deve superare un esame di maturità. La vita non si evolve, si ripete in un cerchio infinito. Voi avete inventato specchi che portate in tasca, che vi permettono di moltiplicare la vostra maschera all’infinito in un istante. Crede sia una novità? È solo la burocrazia dell’apparenza che è diventata più veloce, più asfissiante. Io ho parlato di “centomila” identità; voi le avete chiamate “profili”. La sostanza è che avete terrore del vuoto assoluto. Siete come Mattia Pascal: cercate una nuova vita, una fuga, in un login, ma la vita vera, quella nuda, vi fa una paura terribile. Preferite la prigione del “mi piace” alla libertà terrificante dell’essere nessuno.
Francesco Rizzo: È vero. E in questa paura, cerchiamo dei salvatori per non doverci guardare in faccia. Ad Agrigento, la sua terra, l’elezione del nuovo sindaco, Michele Sodano, ha catalizzato un’ondata di speranze quasi messianiche. La gente si aggrappa al suo nome, sperando che sia lui, con la sua energia e la sua onestà, a spezzare l’incantesimo della stasi secolare. È l’eterno bisogno di un “personaggio” che faccia il lavoro sporco per noi, che tolga la maschera alla città per conto nostro. Ma temo che anche le persone più integre, le più oneste, si scontrino contro un muro di gomma: senza una città che voglia davvero spogliarsi della propria maschera, che collabori nel distruggere i vecchi schemi, il sindaco diventa solo un altro attore costretto a recitare in un teatro che cade a pezzi. La colpa è di un sistema collettivo che chiede miracoli, ma poi si tira indietro quando c’è da sporcarsi le mani.
Luigi Pirandello: (Lo interrompe, con un colpo secco della mano sul tavolo) Ah, il salvatore! È la maschera più comoda di tutte. È il tentativo disperato di proiettare la propria responsabilità su un altro, quasi fosse un amuleto. Lei lo ha detto, Rizzo: anche se questo Sodano avesse le ali, cosa può fare un uomo solo, anche se onesto, preparato e integerrimo, in una città di maschere che si amano nella loro immobilità? Voi caricate di aspettative una figura politica, ma è una delega ipocrita. È la classica commedia: si elegge il “nuovo” per poter continuare a vivere nel “vecchio”, dormendo sonni tranquilli perché “ci pensa lui”. Ma se la città non vuole essere guarita perché si trova bene nella sua corruzione, nella sua indolenza, nella sua maschera di gesso, allora anche l’uomo più onesto finisce per essere fagocitato dal personaggio che gli avete imposto. Finché aspettate il “Sodano” di turno che arrivi a rompere la stasi, restate inchiodati nella commedia. Il problema non è il sindaco, è il coro che pretende che lui sia un dio per non dover riconoscere di essere un popolo di complici.
Francesco Rizzo: Mi colpisce duramente, Maestro. Eppure, la politica, la cronaca, tutto suggerisce che non esiste via d’uscita. Siamo diventati tecnici della simulazione. Se un politico non recita la parte del salvatore o della vittima, scompare nell’oblio. Siamo prigionieri di un copione collettivo dove l’onestà diventa, paradossalmente, solo un’altra maschera, un’altra etichetta da incollare al personaggio per renderlo più appetibile sul mercato del consenso.
Luigi Pirandello: Ma il copione lo scrive chi ha paura del silenzio! Siete voi che date valore a questa farsa, validandola con i vostri sguardi, con i vostri finti entusiasmi. Voi non volete capire che la crisi — quella vera, quella profonda — non è una malattia da curare, è l’unico momento in cui il personaggio si spacca e l’uomo può intravedere la realtà. Voi invece la crisi la censurate, la nascondete sotto strati di filtri digitali. La solitudine che sente spesso tra le pareti di casa, quella solitudine che teme, è l’unica cosa vera che le resta. Accettarla significherebbe distruggere la maschera per sempre. Ma vi manca il coraggio, preferite l’illusione di una compagnia politica a quella di un impegno reale, nudo, senza telecamere e senza applausi.
Francesco Rizzo: Dunque, celebrare la sua nascita significa celebrare la nostra sconfitta? Siamo condannati a questo eterno carnevale, anche di fronte a chi, come il nuovo sindaco, tenta davvero di rompere gli schemi?
Luigi Pirandello: (Si alza, il volto avvolto nel fumo) Celebrare significa ricordare, ma voi ricordate solo quello che vi fa comodo. Non è cambiato nulla perché non avete voluto cambiare voi. Avete trasformato la vita in una recita, il Paese in un palcoscenico e la storia in un archivio di maschere. Se vuole un consiglio — ammesso che un personaggio come me possa darne uno a un uomo così ostinatamente connesso — smetta di cercare la verità nei volti degli altri, anche nelle “nuove luci” di Agrigento. La verità non è un atto di cronaca, non è un salvatore in TV. È un atto di spoliazione radicale. Il sindaco Sodano può anche essere un uomo di valore, ma finché la città non accetterà di essere “nessuno” e di rinunciare al suo comodo immobilismo, lui sarà solo un’altra maschera che la città indosserà per fingere di essere cambiata senza aver fatto nulla.
Francesco Rizzo: (Guarda il telefono, che vibra con una notifica. Lo posa sul tavolo, a faccia in giù) E se provassi a non rispondere? A lasciare che la maschera, per una volta, resti in silenzio? Se scegliessi il vuoto, nonostante la paura di sparire?
Luigi Pirandello: (Accenna un sorriso gelido) Provi, Rizzo. Ma si prepari: essere nessuno è la cosa più terribile e, insieme, l’unica davvero libera che possa capitarle in questo Paese di spettatori. Buona recita, se proprio deve. Ma sappia che, finché la reciterà, non saprà mai chi è davvero.
L’illusione del mutamento. Centocinquantanove anni di maschere e lo stesso, immobile palcoscenico