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La storia insegna che la nascita di quasi tutti gli Stati-nazione moderni è segnata da una crisi violenta. Il vecchio ordine crolla e al suo posto se ne impone uno nuovo.
È accaduto in Francia nel 1789, negli Stati Uniti nel 1776, in Russia nel 1917. In tutti questi casi la posta in gioco era la stessa: smettere di essere sudditi per diventare cittadini. Sono mutamenti accompagnati quasi sempre da scontri armati.
Poi sono venuti i Risorgimenti nazionali, legati alle guerre di indipendenza e di unificazione. Un movimento rivoluzionario unisce territori divisi, oppure una colonia si stacca dalla madrepatria. In Italia il 1861 è figlio delle guerre di indipendenza e della Spedizione dei Mille. In Germania il 1871 nasce dalle guerre di Bismarck. Lo stesso schema si ripete in Grecia, nei Balcani e nell’America Latina dell’Ottocento.
Uno Stato può nascere anche dalle macerie di un altro. È quanto avvenuto nel 1918 con la dissoluzione degli imperi austro-ungarico, ottomano e zarista, travolti dalla Grande Guerra. Il fenomeno si è ripetuto nel 1991 con la fine dell’URSS dopo la Guerra Fredda e con la guerra civile in Jugoslavia.
Max Weber, definisce con precisione lo Stato come: “il monopolio legittimo della forza su un territorio”. È difficile trovare uno Stato nato soltanto da un trattato firmato attorno a un tavolo. Anche la Svizzera, percepita come pacifica, nasce da leghe armate contro gli Asburgo.
Possiamo quindi affermare che le nazioni moderne sono figlie della violenza. Guerra e rivoluzione sono state le “ostetriche” di ogni Stato, come diceva lo stesso Marx.
Questa premessa serve a chiarire una tesi che da tempo circola con inquietudine in alcuni ambienti politici e accademici: “costruire il nemico esterno per cementare l’interno”.
Il conflitto come cemento
La tesi non è nuova. Nel 1908 il sociologo tedesco Georg Simmel, nel saggio Il conflitto, spiegava che lo scontro con un gruppo esterno aumenta la coesione interna. Nel 1956 Lewis Coser riprendeva il concetto: il conflitto con altri gruppi contribuisce a definire l’identità, a tracciare i confini e a rafforzare la solidarietà interna.
Anche il giurista Carl Schmitt, nel 1932, sosteneva che la politica nasce dalla distinzione fondamentale tra “amico” e “nemico”. Il nemico esterno è ciò che definisce chi è il “popolo”.
Il meccanismo è semplice. Quando un potere interno è debole, diviso o privo di consenso, indicare un “nemico fuori” serve a unire, a distrarre e soprattutto a legittimare.
L’UE e il deficit di fondazione
Arrivando ai giorni nostri, il problema di fondo dell’Unione Europea è proprio un deficit di legittimazione.
L’UE non è nata da una rivoluzione o da una guerra. È nata da trattati commerciali. Non possiede un “noi” fondativo. Non ha una lingua comune, un esercito, una storia condivisa, un demos. Ha il mercato e la burocrazia.
Weber ricordava che uno Stato è legittimo quando la gente ci crede. L’UE fatica perché molti cittadini la percepiscono come una tecnocrazia lontana, non come una patria. Eppure sembra rifiutare essa stessa l’idea di identità, in nome dei valori di pluralità e inclusione.
Qui torna Schmitt: se manca l’identità interna, un pericolo esterno serve a dire “noi siamo questo, e non quello”. È accaduto tra USA e URSS durante la Guerra Fredda. È accaduto con i nazionalismi dell’Ottocento.
Per questo un conflitto con la Russia, reale o percepito, fornisce all’UE ciò che le manca: uno scopo riassunto nello slogan “dobbiamo difenderci”, un bilancio comune per la difesa e, dulcis in fundo, l’idea di un esercito europeo. Un esercito senza Stato e senza governo comune, reso possibile proprio dalla minaccia.
A questo si aggiunge un fattore economico. Con il Green Deal e con la fine del gas russo a buon mercato, molte industrie europee sono entrate in crisi e altre hanno delocalizzato. Il tema del “riarmo” e della “difesa” sposta centinaia di miliardi di denaro pubblico verso industria bellica, energia e infrastrutture. Le forze armate europee sono storicamente esentate dall’applicazione delle principali direttive energetiche e climatiche dell’Unione. La presidente von der Leyen parla esplicitamente di “economia di guerra” e di fondi per 800 miliardi. Nel frattempo si tagliano sanità e welfare. È il classico spostamento di risorse: dal sociale al militare.
Sembra che l’UE, non potendo nascere dal basso attraverso un popolo, cerchi di nascere dall’alto attraverso una paura condivisa. È il contrario del 1789. Allora fu il popolo a fare la nazione. Qui sono le istituzioni a cercare di fare il popolo.
Può sembrare una lettura cinica, ma non è priva di fondamento. È lo stesso meccanismo con cui gli Stati Uniti sono rimasti coesi per 50 anni e hanno esercitato un’egemonia globale grazie al mito della minaccia sovietica.
Dalla democrazia alla post-democrazia
Molti analisti, sociologi e politologi usano oggi due espressioni: “post-democrazia” e “democrazia di oligarchia competitiva”. Descrivono la possibilità di un “nuovo feudalesimo finanziario”.
I dati della partecipazione lo confermano. In 50 anni l’affluenza al voto è passata dal 90% al 60%, fino al 51% alle elezioni europee del 2024. I partiti si sono svuotati di militanti e di ideologie. Sono diventati cartelli personalistici, aziende elettorali.
L’individuo vota, delega tutto e torna alla sfera privata. Chi vince rappresenta sempre una minoranza più piccola. Al posto del cittadino il potere si sposta gradualmente verso l’oligarchia finanziaria.
Il nuovo “feudalesimo” non ha più come protagonista il nobile terriero. Al suo posto troviamo chi controlla capitale, debito, rating e algoritmi. Le decisioni vere si prendono a Bruxelles, a Davos, nei consigli di amministrazione. Non in Parlamento, dove spesso si discute del nulla. Le direttive europee nascono sempre più spesso dal confronto con Confindustria, BlackRock, Big Pharma. Abbiamo visto governi eletti cadere e governi tecnici salire “per ordine dei mercati”. Lo Stato risponde più ai mercati che agli elettori.
Le funzioni pubbliche vengono privatizzate: sanità, energia, acqua, autostrade, difesa. Lo Stato non eroga più direttamente, appalta. Il cittadino diventa “cliente”, non sovrano.
BCE, Commissione UE, FMI sono organismi non eletti che detengono più potere di un Parlamento nazionale.
Nel feudalesimo il vassallo giurava fedeltà al signore in cambio di protezione e terra. Oggi ogni Stato si indebita con i mercati in cambio di liquidità, mentre il cittadino rinuncia a diritti e welfare in cambio di “stabilità”.
I “signori” di oggi sono i fondi di investimento, le banche d’affari, le agenzie di rating. Il potere neofeudale non comanda con le armi. Comanda con lo spread, con gli investimenti, con la delocalizzazione.
Come i feudi, queste entità sono transnazionali e non hanno patria. Il sociologo britannico Colin Crouch descrive questo fenomeno come “post-democrazia”: le forme democratiche restano, con voto e parlamento, ma il potere reale si è spostato altrove.
Uno Stato-nazione debole, senza popolo, senza welfare, senza industria, come fa a legittimarsi? Con la paura e con i grandi appalti: difesa, energia, digitale. La sovranità non è più del popolo, è di chi ha capitale da allocare. Lo Stato fa da intermediario.
Questa è la tesi di fondo di autori come Wolfgang Streeck, Luciano Canfora e di parte del pensiero gramsciano aggiornato: l’egemonia borghese non ha più bisogno di un consenso attivo, le basta il disimpegno.
Il ciclo della politica: dalla Polis al manager
La storia sembra procedere per cicli che si aprono, compiono il loro percorso e poi si chiudono.
Nella Polis greca il cittadino partecipava direttamente alla vita della comunità. La politica era considerata l’attività più alta dell’uomo.
Con la Res Publica romana ritroviamo il cittadino titolare di diritti e doveri. Lo Stato è cosa pubblica, non proprietà del re.
Passano secoli e in Italia compaiono i liberi Comuni medievali: comunità che si autogovernano con patti e statuti, con un’identità locale molto forte.
L’età contemporanea inizia con la nascita della Nazione nel 1789. Il nuovo fenomeno politico è fondato sulla volontà generale e sul riconoscimento della sovranità popolare. Si teorizza lo Stato etico e pedagogico: lo Stato educa, arruola, cura, assegna un destino comune. Pensatori come Mazzini e Hegel ne sono i protagonisti.
Il romanticismo scopre che ogni popolo possiede un’anima che lo caratterizza: il Volksgeist. La si cerca raccogliendo fiabe, canti e dialetti. Montagne, foreste e mare tornano a essere sacralizzati. Per Johann Gottfried Herder “ogni nazione è come una pianta. Ha il suo spirito unico. Se la trapianti muore”. Herder diventerà il padre dello spirito nazionale e ispiratore dell’antropologia culturale.
Oggi le ideologie di massa sono morte. Nessuno crede più al progresso, alla nazione, alla rivoluzione. Al loro posto ci sono mercato, tecnica e gestione. Non più politica.
Lo Stato smette di essere “etico e pedagogico” e diventa “manageriale e contabile”. Non educa, eroga servizi. Non chiede sacrifici per la patria, chiede di pagare le tasse. Il cittadino si ritira nel privato. Torna l’atomizzazione e la “comunità di destino” diventa “comunità di consumo”.
Oswald Spengler parlava di “tramonto dell’Occidente”: alla fase della Cultura segue la fase della Civiltà, fatta di amministrazione e tecnica senza anima. Zygmunt Bauman descrive la “modernità liquida”: legami deboli, identità usa e getta, assenza di comunità di destino.
Quando lo Stato-nazione si svuota, il potere torna a chi controlla risorse concrete. Prima era la terra. Oggi sono il capitale e i dati.
Conclusione: e adesso cosa?
Ci troviamo dunque di fronte a un paradosso. Per nascere gli Stati hanno avuto bisogno di guerra e rivoluzione. Per restare in piedi, quando manca il popolo, hanno bisogno di un nemico.
È il momento di chiedersi cosa nascerà dopo. Un impero burocratico-finanziario? Un’oligarchia distopica? Qualcos’altro che ancora non ha un nome?
In una società liquida, dominata dall’amorfismo e dall’assenza di un’identità precisa, è difficile immaginare come possa prendere forma un nuovo progetto comunitario. Senza un “noi” condiviso, senza un conflitto fondativo o un ideale capace di mobilitare, la comunità rischia di restare una somma di clienti che consumano gli stessi servizi.
Le nazioni sono nate dal sangue. Il loro possibile epilogo potrebbe nascere dall’indifferenza.