Nel suo meticoloso e acuto saggio investigativo intitolato “Potere Vaticano. La diplomazia segreta di Papa Francesco”, il giornalista e vaticanista Fabio Marchese Ragona ci accompagna nei meandri più nascosti, complessi e delicati della politica estera d’Oltretevere. Attraverso l’analisi di un capitolo paradigmatico, non a caso intitolato “Schiaffo ad Erdogan”, l’autore offre al lettore una lente d’ingrandimento eccezionale per comprendere le dinamiche, spesso contraddittorie e cariche di tensione, che caratterizzano il pontificato di Jorge Mario Bergoglio. Il fulcro di questa intricata vicenda risiede nella dicotomia tra la celebre “diplomazia della tenerezza” — un approccio che mira a costruire ponti e favorire il dialogo interreligioso e culturale — e l’imperativo categorico della verità storica. In questa specifica congiuntura, la Santa Sede si è trovata a dover gestire una gravissima crisi diplomatica con la Repubblica di Turchia, innescata dalla ferma volontà del Pontefice di non piegarsi alle convenienze politiche quando si tratta di riconoscere e denunciare il massacro di oltre un milione di innocenti di etnia armena (tra cui siro-cattolici, caldei, greci e siro-ortodossi) avvenuto nei territori dell’Impero Ottomano tra il 1915 e il 1917.
Il tabù del “Genocidio”
Il palcoscenico su cui si consuma la definitiva rottura di questo fragile equilibrio diplomatico è la Basilica di San Pietro. La data è il 12 aprile 2015, giorno in cui si celebra una solenne liturgia in occasione del centesimo anniversario di quello che, per gran parte della storiografia mondiale, rappresenta uno degli eventi più oscuri del Novecento. L’attenzione internazionale è massima, poiché la Turchia ha sempre esercitato forti pressioni a livello globale, spingendo persino potenze alleate come gli Stati Uniti o lo Stato di Israele a evitare l’uso di termini che potessero irritare il governo di Ankara. Tuttavia, Papa Francesco decide di non aderire a queste cautele di opportunità politica. Pronunciando parole che riecheggiano e confermano una precedente dichiarazione di Papa Giovanni Paolo II, Bergoglio dichiara apertamente all’assemblea e al mondo intero:
«La nostra umanità ha vissuto nel secolo scorso tre grandi tragedie inaudite: la prima, che generalmente viene considerata come il primo genocidio del XX secolo, ha colpito il vostro popolo armeno, prima nazione cristiana».
Le altre due tragedie citate, per completezza storica e orrore equiparabile, sono state identificate dal Pontefice nello stalinismo e nel nazismo. Pronunciando quella che l’autore definisce una “parolina magica” — genocidio — il Papa era perfettamente consapevole di star oltrepassando una formidabile linea rossa geopolitica, conscio della violentissima reazione che, di lì a pochissimo, sarebbe piovuta dalle alte sfere della politica turca.
La risposta di Ankara
Le conseguenze di quella singola parola non si fanno attendere, deflagrando con una violenza retorica inaudita. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, non appena apprese le parole di Francesco, rilascia dichiarazioni al vetriolo, arrivando a definire il discorso del Pontefice un vero e proprio “delirio”. L’escalation diplomatica è vertiginosa: il nunzio apostolico in Turchia viene immediatamente convocato per ricevere una protesta formale e durissima, a cui fa seguito il ritiro istantaneo dell’ambasciatore turco presso la Santa Sede. Ma l’irritazione non si limita ai canali diplomatici ufficiali. Si scatena una campagna politica e mediatica veemente, guidata dal fronte nazionalista turco e da vari ministri, che non risparmiano appellativi gravissimi all’indirizzo del capo della Chiesa Cattolica. Papa Francesco viene accusato di essere membro di un fantomatico «fronte del male», etichettato come «cospiratore contro i musulmani» e persino «calunniatore dell’identità turca». In questo clima di estrema tensione interviene persino la massima autorità religiosa islamica sunnita turca, il gran muftì Mehmet Gormez, il quale accusa il Papa di aver pronunciato parole “senza fondamento”, suggerendo che tali affermazioni fossero state ispirate da non meglio precisate «lobby politiche e aziende di pubbliche relazioni».
La teologia della Parresia
Di fronte a un attacco politico e mediatico così concertato e ostile, che avrebbe fatto tremare le fondamenta di qualsiasi altra cancelleria mondiale, la reazione di Papa Francesco si sposta dal piano diplomatico a quello squisitamente spirituale ed ecclesiologico. Pochi giorni dopo, il 13 aprile 2015, durante la consueta messa mattutina celebrata nella cappella di Casa Santa Marta, il Pontefice non ritratta, ma anzi teorizza il fondamento teologico del suo gesto. Bergoglio incentra la sua omelia su un concetto fondamentale del cristianesimo delle origini: la parresia. Il Papa insiste affermando:
«Possiamo dire che anche oggi il messaggio della Chiesa è il messaggio del cammino della franchezza, del cammino del coraggio cristiano».
Come riporta accuratamente Marchese Ragona, questa antica parola greca viene tradotta dal Pontefice con espressioni potentissime: «coraggio», «franchezza», «libertà di parlare» e, soprattutto, «non avere paura di dire le cose con libertà». Francesco, pur non menzionando direttamente la crisi turca, lancia un messaggio inequivocabile a chiunque abbia “orecchie per intendere”: la missione profetica della Chiesa impone il dovere morale di denunciare i crimini e le atrocità contro l’umanità, rifiutandosi categoricamente di nascondere o annacquare la verità dietro il velo opaco delle convenienze diplomatiche di Stato.
La strumentalizzazione di Mosca
Se da un lato il Vaticano rivendica la purezza morale delle proprie dichiarazioni, dall’altro la storia dimostra come la parola di un Papa non cada mai nel vuoto, finendo inevitabilmente per essere fagocitata e strumentalizzata dai complessi ingranaggi della realpolitik globale. Ragona illustra in modo magistrale questo meccanismo, introducendo nella narrazione un terzo, potentissimo attore geopolitico: la Russia di Vladimir Putin. In quel preciso frangente storico, le tensioni tra la Federazione Russa e la Turchia di Erdogan stavano raggiungendo livelli critici, esacerbate da interessi diametralmente opposti nel sanguinoso teatro della guerra in Siria e culminate nell’abbattimento di un jet militare russo da parte delle forze armate di Ankara. In questo contesto di profonda ostilità, il presidente Putin, descritto come attento osservatore, non si lascia sfuggire l’opportunità di capitalizzare a proprio vantaggio la presa di posizione del Papa. Putin coglie “al volo le parole di Bergoglio” trasformandole in un “assist clamoroso” per attaccare la credibilità e la levatura morale di Erdogan e del governo turco. Sfruttando abilmente l’autorevolezza universale del Vescovo di Roma, fonti governative russe arrivano a dichiarare, indirettamente ma chiaramente: «Il Papa è così autorevole da poter parlare a chiunque sul pianeta, Erdogan non ha alcun titolo per giudicarlo». Questo passaggio evidenzia una dinamica tragica ma ricorrente: le dichiarazioni di natura squisitamente religiosa ed etica, concepite per lenire ferite storiche e invocare la giustizia, vengono spogliate del loro significato originario per essere impugnate come clavi propagandistiche nelle mani delle potenze secolari, trasformando la parresia papale in uno strumento di pressione politica all’interno di una partita a scacchi per l’egemonia regionale.
Il ritorno della diplomazia
Il racconto di “Potere Vaticano” non si ferma allo scontro, ma esplora l’intenso e silenzioso lavoro sotterraneo volto a ricucire lo strappo. Mentre il Papa incarna la voce profetica che non può tacere l’orrore, la Segreteria di Stato vaticana è chiamata a svolgere l’arduo compito di ripristinare i ponti distrutti, consapevole che l’isolamento diplomatico totale non giova alla protezione delle minoranze cristiane tuttora perseguitate e ai delicatissimi equilibri in Medio Oriente. In questo sforzo di mediazione si registra persino l’intervento formale della politica estera italiana, con l’allora premier Matteo Renzi e il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni che cercano di smussare gli angoli con le controparti turche. La diplomazia vaticana avvia contatti riservati, perseguendo un tacito accordo con Ankara incentrato su un approccio pragmatico: rendere disponibili gli sterminati archivi vaticani agli studiosi turchi e collaborare fattivamente per tutelare le minoranze e combattere il terrorismo. Tuttavia, il vero capolavoro di equilibrismo diplomatico — e, per certi versi, un amaro cedimento formale — si materializza il 3 febbraio 2016. In quella data, la Sala Stampa Vaticana diffonde un comunicato ufficiale in lingua inglese e italiana, legato alla presentazione di un libro di Rinaldo Marmara. Il documento ufficiale elogia il rinnovato impegno della Turchia nel rendere fruibili i propri archivi storici, incoraggiando «una migliore comprensione degli eventi storici, del dolore e delle sofferenze sostenute, indipendentemente dalla propria identità religiosa o etnica, da tutte le parti coinvolte in guerre e conflitti…».
Ma è la conclusione della frase a rivelare il compromesso linguistico elaborato dalla Segreteria di Stato: il testo ufficiale si chiude facendo riferimento agli «inclusi i tragici eventi del 1915». L’assenza chirurgica e premeditata del termine “genocidio”, che tanto aveva scosso i palazzi del potere turco l’anno precedente, sostituito ora dalla perifrasi «tragici eventi del 1915», funge da balsamo istituzionale. Questo microscopico ma monumentale aggiustamento retorico porta al risultato prefissato: un rapido e «disgelo totale con la Turchia». Miracolosamente, lo stesso giorno della diffusione del comunicato, Ankara annuncia il rientro del proprio ambasciatore presso la Santa Sede, ponendo fine a un’assenza durata quasi un anno. Questa ritrovata pacificazione istituzionale, ottenuta sacrificando sull’altare della prassi diplomatica l’esplicita durezza di una singola parola, si rivela strategica: essa apre scenari del tutto nuovi e inaspettati, creando le condizioni di sicurezza politica affinché Papa Francesco possa, alla fine di giugno, compiere una memorabile visita apostolica di tre giorni proprio in terra d’Armenia.
Il pendolo del potere Vaticano
Le vicende narrate con accuratezza da Fabio Marchese Ragona restituiscono, in ultima analisi, il ritratto di un’istituzione bimillenaria intrinsecamente costretta a muoversi su un incessante e precario doppio binario. Da un lato rifulge la figura del Pontefice, guida spirituale che rivendica il “coraggio cristiano” e la “libertà” di strappare il velo d’oblio dai massacri dimenticati dalla storia ufficiale. Dall’altro lato, agisce instancabilmente la complessa e secolare macchina della diplomazia, che si assume l’onere di assorbire lo schiaffo, gestire le crisi geopolitiche mondiali e rimodulare persino le parole del suo stesso sovrano (passando dal dirompente “genocidio” ai più concilianti “tragici eventi”), pur di mantenere in piedi le impalcature del dialogo, prevenire rotture irreparabili e garantire la sopravvivenza del gregge a essa affidato.
Appello alla complessità
Il “secolo lungo” non è davvero finito. Le ideologie pseudo-scientifiche, il nazionalismo estremo e l’assenza di un’etica condivisa che partorirono l’olocausto armeno e i totalitarismi successivi sono mutazioni virali che possono ripresentarsi. Riformulare la “lezione di Marchese Ragona” significa accettare che la memoria non è una semplice commemorazione passiva. È un atto di vigilanza attiva. Richiede l’onestà intellettuale di chiamare i crimini con il loro nome — anche quando è politicamente scomodo — e la consapevolezza che, in mezzo all’orrore pianificato a tavolino, c’è sempre spazio per la responsabilità individuale. In questo caso quella di un Papa che non avuto paura di restare (anche) Mario Bergoglio. Per ogni carnefice convinto, può esserci sempre un infermiere come il tedesco Armin T. Wegner, pronto a rischiare la vita per documentare la verità e salvare ciò che resta della nostra umanità.