Dark Mode Light Mode

Oltre la giustizia degli uomini: elogio del confronto con l’amico Luca Ceccotti e il paradosso della vigna

In un’epoca in cui le bacheche digitali sono spesso ridotte a megafoni per l’indignazione effimera o a vetrine per la vanità, imbattersi in un pensiero profondo, capace di arrestare lo scorrimento compulsivo dello schermo, è una vera boccata d’ossigeno. È qui che nasce la necessità di tessere un sincero elogio dell’amico virtuale. L’amico virtuale, quando la rete è usata al suo meglio, non è colui che si limita ad apporre un “like” distratto, ma colui che utilizza lo spazio condiviso per innescare scintille di senso.

Poter leggere le riflessioni di chi, come Luca Ceccotti, trasforma il rumore di fondo dei social in un’agorà filosofica è un autentico privilegio. Luca è un autore dalla sensibilità eclettica e poliedrica: si è cimentato in opere di profonda indagine teologica, tra cui spiccano i volumi della collana “Viaggio nel tempo della Bibbia”. Non a caso, ha anche esplorato le dinamiche umane digitali nel suo libro “Nella Rete: incontri, scontri, avventure, sogni & racconti”. Questa sua capacità di unire il rigore analitico alla profondità spirituale emerge con forza nella sua ultima, affascinante rilettura del Vangelo di Matteo, che riporto qui integralmente:

«Mt XX,1-16

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

Si tratta di una parabolé, cioè di una sorta di similitudine sviluppata in modo narrativo, ricchissima di spunti storici, teologici e filologici che affondano le loro radici nella “Scrittura” – che ai tempi di Gesù era più o meno quello che noi chiamiamo “Antico testamento” – che per ragioni di sintesi non affronterò. Proverò tuttavia a trarre un quadro riassuntivo di una parabola tanto nota quanto (spesso) incompresa o fraintesa. Cominciamo col dire che il racconto e la sua morale necessitano di una (come minimo) triplice lettura: individuale/personale, collettiva/storica e, come medium che unisce i due aspetti, ecclesiale, cioè legata alla comunità di giudei cristiani cui Matteo si rivolge. Relativamente al primo aspetto siamo evidentemente di fronte ad un invito all’esame di coscienza e all’umiltà nel momento in cui il discepolo che vuole entrare nel Regno prova ad instaurare il suo rapporto con Dio e, per teologica conseguenza, con il suo Cristo: questo rapporto deve essere intimamente bilaterale, nel senso di accettazione della grazia di Dio (metaforicamente il “danaro” che ci viene dato) e di corrispettiva risposta in termini di fede personale, senza preoccuparsi di gettare il malocchio (l’oftalmos poneros del testo greco, letteralmente “l’occhio malvagio”) su chi si ritiene abbia avuto troppo o, addirittura, sullo stesso antisindacale – così l’ho definito, tra il serio e il faceto – datore di lavoro. E’ altresì abbastanza evidente che qui abbiamo anche un riferimento, come detto, ecclesiale legato alla situazione delle comunità cristiane dei primi decenni. In pratica la tradizione cui l’evangelista ha attinto riporta l’imperativo dell’uguaglianza di fronte a Dio tra coloro che appartengono etnicamente al popolo eletto – gli ebrei che da Giacobbe in giù si ritengono progenie del Signore – e i provenienti dal mondo, quanto meno, dei proseliti e dei “timorati” non ebrei: i primi erano non ebrei (“greci” in senso lato) che avevano aderito al giudaismo, i secondi una sorta di “simpatizzanti” che non si ritenevano però impegnati all’osservanza puntuale dei dettami del Torah. Ho anche parlato di un terzo tipo di lettura, quella storica legata alla tradizione dell’Israele ancestrale. Questo aspetto è in particolare sottolineato dalla scelta della “vigna” come ambientazione della parabola. Rifacendosi in particolare al cap. V di Isaia la tradizione giudaica ha sempre visto la vigna come simbolo di Israele quale popolo “coltivato” dal suo Signore e chiamato a produrre buon frutto: spesso con scarso risultato, secondo lo stesso Isaia ma non solo. La location specifica scelta da Gesù e ripresa da Mt indica con grande chiarezza che ci troviamo “inside judaism”, che Israele è il destinatario delle parole del Nazareno e che ci troviamo nella prospettiva di un doppio movimento del vangelo/buona notizia di Gesù il Cristo: verso l’esterno, oltre il recinto della purità etnica dove troviamo i “gentili” cui era riservato il cortile del Tempio più lontano dal “Santo”, nonché verso l’interno, in quanto quei gentili sono chiamati, idealmente, a fare ingresso nella parte più interna, insieme agli ebrei etnici. Niente comunque che possa far pensare alla fondazione di una nuova religione che non sia comunque nel grembo del pensiero teologico – peraltro assai multiforme e variegato – del giudaismo dell’epoca. Ma, tornando al significato personale ed esistenziale della parabola, quello che in fondo è destinato ad attraversare tutte le epoche proprio in quanto tocca l’intimo della persona umana di qualunque tempo e luogo, se vogliamo provare a trarre una conclusione morale e teologico/filosofica dalla parabola degli “operai per la vigna del Signore” potremmo dire che essa ci dà l’indicazione di quella che è la natura della grazia misericordiosa di Dio, infinitamente divisibile tanti quanto sono coloro che rispondono – prima o dopo in termini personali o storici – alla chiamata, e al tempo stesso sempre senza limiti. Se si spezzetta la misericordia infinita di Dio non importa che le parti siano uguali o meno: ognuna sarà comunque infinita!»

Partendo proprio da questa lucida intuizione sull’indivisibilità della grazia, credo sia necessario spingersi oltre, applicando alla riflessione un radicale capovolgimento dialettico.

DIALESSI

La parabola del padrone della vigna non ci mostra semplicemente un Dio benevolo che “integra” la nostra uguaglianza umana con un supplemento di misericordia; essa ci svela, al contrario, che l’uguaglianza umana, così come noi la concepiamo e la rivendichiamo, è una vera e propria trappola ontologica. La mormorazione dei lavoratori della prima ora — la nostra “giustizia sindacale” — nasconde un’insidia filosofica spaventosa: la mercificazione della persona. Noi misuriamo il valore dell’individuo esclusivamente in base alla sua capacità produttiva, dove il tempo speso e la fatica erogata devono corrispondere al valore generato. L’uguaglianza che difendiamo si basa su un rigido do ut des e trae spesso la sua forza dall’invidia sociale verso la gratuità altrui. I primi non si lamentano perché hanno ricevuto meno del pattuito, ma perché qualcun altro ha faticato meno di loro.

Ribaltando la prospettiva, ci accorgiamo che il padrone della vigna non sta affermando che “anche chi fa poco merita di vivere”. Egli sta facendo qualcosa di immensamente più eversivo: sta distruggendo la premessa stessa del merito umano. L’azione divina sposta l’asse dalla prestazione al bisogno essenziale. Il “denaro” pattuito nella Palestina del I secolo non era un capitale da accumulare, era l’esatta quota quotidiana per non far morire di inedia una famiglia. Dio, in questa parabola, non paga un salario a cottimo: garantisce il diritto incondizionato all’esistenza.

Mentre l’uguaglianza umana, frazionando le ricompense in base al merito, crea gerarchie dividendo gli uomini in “primi” e “ultimi”, l’uguaglianza divina azzera le regole del mercato. Essa stabilisce che, davanti al miracolo della vita, nessun merito contrattuale sarà mai sufficiente per potersela “comprare”, e nessuna fragilità, ritardo o scarto sociale sarà mai un motivo valido per esserne esclusi. Leggere e confrontarsi con l’amico virtuale serve esattamente a questo: a guardare le nostre umane pretese di giustizia allo specchio, scoprendo che troppo spesso le usiamo solo per sbarrare il cancello di una vigna di cui non siamo i padroni.

ORTOPRASSI

L’apparente “comportamento antisindacale” di Dio descritto nella parabola non rappresenta una deroga al concetto di uguaglianza, ma ne costituisce il capovolgimento ontologico rispetto alla limitata logica retributiva umana. Se l’uomo intende l’uguaglianza come rigida proporzionalità matematica, il padrone della vigna la eleva a pienezza del diritto all’esistenza, distruggendo la premessa per cui la dignità si debba “guadagnare”.

La trappola dell’uguaglianza umana

La mormorazione dei lavoratori della prima ora incarna la nostra naturale concezione di giustizia. Tuttavia, questa visione rigorosamente meritocratica nasconde profonde insidie filosofiche:

  • La mercificazione della persona: L’uguaglianza umana si basa sul do ut des. Misura il valore dell’individuo esclusivamente in base alla sua capacità produttiva e al tempo speso (ore lavorate = valore generato).

  • L’invidia come fondamento sociale: L’occhio cattivo (oftalmos poneros) dei primi operai non nasce da un torto subìto (hanno ricevuto il pattuito e non sono stati defraudati), ma dal fastidio che qualcun altro abbia ricevuto lo stesso beneficio con minor fatica. La giustizia umana spesso maschera l’invidia per la gratuità.

  • L’illusione del merito originario: I primi lavoratori dimenticano che l’essere stati scelti all’alba è già, di per sé, un privilegio che li ha salvati dall’angoscia di una giornata passata in piazza con lo spettro della disoccupazione.

Il ribaltamento: l’uguaglianza ontologica divina

La dialettica si risolve rovesciando la premessa: non è Dio a essere ingiusto pagando tutti allo stesso modo, è l’uomo a essere riduzionista pretendendo di applicare la logica del mercato all’economia del Regno.

  • Dalla prestazione al bisogno: Il “denaro” nella parabola della Palestina del I secolo è l’esatta quota quotidiana indispensabile per sfamare una famiglia. Dio non retribuisce la quantità di lavoro, ma risponde al bisogno essenziale di vita. Non sta pagando un salario, sta garantendo la sussistenza.

  • La riabilitazione degli scartati: Gli operai delle cinque del pomeriggio non sono fannulloni (rispondono: “nessuno ci ha presi a giornata”). Sono gli emarginati, i meno prestanti che i caporali del tempo hanno scartato. Dare loro un denaro intero significa reintegrarli nell’umanità, non premiare la loro inerzia.

  • L’indivisibilità dell’Infinito: Come sottolinei nella tua analisi, la Misericordia non è quantificabile. L’amore divino o la salvezza sono un assoluto: non esistono frazioni di Infinito.

L’uguaglianza umana, frazionando la ricompensa, finisce per dividere strutturalmente gli uomini in gerarchie (primi e ultimi). L’azione provocatoria del padrone della vigna, invece, fonda la vera uguaglianza: davanti alla chiamata, nessun merito contrattuale è mai sufficiente per “comprare” il diritto alla vita, e nessun ritardo o limite personale è mai un motivo valido per esserne esclusi.

Se provassimo ad applicare questo ribaltamento radicale alle nostre logiche socio-economiche contemporanee, pensi che l’idea di slegare totalmente la dignità della sopravvivenza (come in un reddito incondizionato universale) dalla prestazione lavorativa sia la naturale conseguenza di questa parabola, o rimarrebbe un’utopia inapplicabile al di fuori della teologia?

Previous Post

L'anima vegetale. Spengler, la cognizione basale e la fine del monopolio del cervello

Next Post

L'energia nella storia: dipendenza e soft power