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Nel 1918 quando esce il primo volume de Il tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler, la Germania ha appena perso la guerra. Il filosofo e storico tedesco che era ancora sconosciuto al grande pubblico, sembra annunciare che non è stata persa una guerra ma che è al volgere una intera civiltà. Piace a Wittgenstein, lo legge Walter Benjamin. In Italia lo traducono Croce ed Evola perché è considerato indispensabile. Gli storici accademici lo detestano a causa della biologia e della troppa intuizione. L’idea che le civiltà siano organismi che nascono e sono destinati a morire come piante era considerata un’eresia per lo storicismo progressista dell’epoca. Spengler prevedeva il cesarismo e poi il dominio del denaro e della stampa, guerre di annientamento, stanchezza spirituale. In termini più attuali faceva capire che stava esaurendosi la forza propulsiva interiore.
Per la scuola illuminista, poi marxista e poi progressista americana, la storia è una freccia: dal primitivo al civile, dal selvaggio al tecnologico. Più tempo passa, più progrediamo e siamo sempre noi, i migliori. Spengler nega tutto ciò. La storia non è una linea, sono civiltà che nascono, fioriscono e muoiono come corpi e ognuna ha la sua primavera, estate, autunno, inverno. Herder aveva detto che ogni popolo è un organismo compiuto, con il suo spirito, non una tappa verso di noi. Spengler prende quell’idea e aggiunge il parallelo con ogni organismo, analogamente anche le civiltà nascono e muoiono.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale il pensatore sparisce da quella che denominiamo cultura istituzionale a causa del suo conservatorismo e pessimismo non funzionale per la ricostruzione. L’Occidente sembra essere entrato veramente nell’inverno che veniva descritto, con megalopoli, tecnica senza scopo, denaro come unico linguaggio universale. Stessa descrizione di Fritz Lang in Metropolis e di Charlie Chaplin in Tempi moderni. Sono gli anni in cui Aldous Huxley scrive il romanzo distopico Il mondo nuovo. Non è paura di una dittatura ma della modernità in sé stessa.
Spengler descrive vari tipi di civiltà con caratteristiche proprie ad ognuna. Però, sotto a tutte, mette qualcosa di più antico che chiama anima vegetale. Sarebbe lo strato cieco, che non vuole, non pensa, non progetta. Semplicemente esiste ed è attaccato al sangue, alla terra, al ritmo delle stagioni, al nascere e morire senza perché. La cultura, per Spengler, è come una pianta: nasce da un paesaggio, cresce, fiorisce, appassisce.
Spengler diceva che prima dell’anima animale che si muove e vuole, e prima dell’anima spirituale che pensa, c’è un’intelligenza che non ha bisogno di un io. Una saggezza del radicarsi, del sentire l’umidità e che fa girare la foglia in direzione del sole. Questa forte affermazione di un secolo fa sembra essere stata confermata scientificamente oggi con quello che Levin e Lyon chiamano cognizione basale. La decisione senza cervello, una memoria senza neuroni, lo scopo senza coscienza. La cosa geniale di Spengler è che non la vedeva come intelligenza primitiva, versione rozza della nostra. La vedeva come più profonda. Il faustiano che vuole conquistare Marte è chiassoso, ma fragile, effimero. Il vegetale che sta fermo e sa quando è primavera dura mille anni. Spengler è piaciuto a certi tradizionalisti perché se la ragione faustiana porta al vuoto, forse la via d’uscita non è andare ancora più avanti, ma scendere di un piano, tornare all’anima.
Quello che oggi la biologia scopre in laboratorio è che una colonia di cellule sa risolvere il percorso di un labirinto. Spengler lo aveva già intuito come filosofia della storia. La pianta pensa ma in modo diverso da noi. Quella della cognizione basale non è stata una singola scoperta ma un nome nuovo per un’idea più vecchia che finalmente si è organizzata.
Nel giugno 2018 al Konrad Lorenz Institute in Austria Pamela Lyon, filosofa della biologia australiana, propone di chiamare tutto questo Basal Cognition. Michael Levin, biologo che lavorava da anni sulla bioelettricità dei tessuti, usa per primo il termine in una pubblicazione del 2019. Nel marzo 2021 esce la pubblicazione considerata l’atto di nascita accademico del campo. Altri scienziati avevano preparato il terreno prima. Come intuizione, la teoria aveva già 20 anni di vita. Spengler nel 1918 la chiamava anima vegetale. La scienza la chiama cognizione basale dal 2018. Cento anni esatti di ritardo per dire la stessa cosa con gli strumenti di laboratorio. Non è stata un’unica prova, ma una serie di esperimenti che hanno demolito, pezzo dopo pezzo, l’idea che serva un cervello per avere intelligenza. È una verità che fa saltare molte certezze, analoga per importanza alla scoperta dell’eliocentrismo. Oggi sappiamo che un batterio ricorda e nuota verso lo zucchero. Non è un riflesso meccanico perché confronta cosa sentiva mezzo secondo prima con cosa sente ora. Ha una memoria biochimica. È percezione, memoria e decisione. Senza un neurone. Nel 2000 alla Hokkaido University Nakagaki mette una muffa mucillaginosa senza cervello in un labirinto con cibo ai due capi. La muffa non prova a caso, valuta e ottimizza. La mimosa chiude le foglie se lasciata cadere. Se la caduta è ripetuta, dopo 5-6 volte smette di chiudersi. Ha capito che non è pericoloso. Abituazione, la forma più basilare di apprendimento. E se scossa con stimolo nuovo, richiude subito: quindi non è sfinita, ha proprio imparato. E si ricorda per 28 giorni. Poi la prova di Levin che taglia la testa a una planaria. La planaria rigenera una testa nuova. Prima del taglio le aveva insegnato a evitare una luce associata a scossa. La nuova testa, che non ha mai vissuto quell’esperienza, ricorda ancora di evitare la luce. Dove era la memoria? Era immagazzinata nel voltaggio dei tessuti. Quindi o allarghiamo la definizione di cognizione, o dobbiamo dire che una muffa è intelligente quanto un topo per risolvere un labirinto. È comprovato che l’intelligenza precede il sistema neuronale, quello che chiamiamo cervello. Sembra il colpo finale alla vulgata positivista. La tesi classica, da Cabanis a Vogt a metà 800: il cervello secerne il pensiero come il fegato secerne la bile. L’anima altro non è che un epifenomeno del cervello. Tolto il cervello, tolto tutto. Ma se apprendimento, memoria, decisione sono presenti senza un neurone, non si può più dire che il cervello produce la cognizione. Al massimo la concentra. Inoltre la coscienza non risiede nel cervello – i casi limite. Parnia scopre attività cosciente con EEG piatto in arresto cardiaco. I bambini di Shewmon con idranencefalia, quasi senza corteccia, ridono alla madre, preferiscono musica. Dovrebbero essere vegetali secondo il modello cervello uguale anima, invece mostrano affetto.
Il professore Faggin afferma che un computer, anche se fosse grande come una città, non sentirebbe nulla perché sa solo eseguire. La coscienza non è computabile, non è algoritmica. Se fosse nel cervello come software, dovremmo poterla replicare con un algoritmo abbastanza complesso. Non ci riusciamo perché secondo Faggin non è lì.
Quindi il positivismo ha confuso il contenitore con il contenuto. È come dire che la musica è nella radio perché se si spacca la radio non si sente più la musica. Il cervello sarebbe solo antenna e amplificatore, non generatore. Se togliamo la radio, rimuoviamo la manifestazione locale della musica, ma la trasmissione resta.
Questo ci riporta a Spengler che chiamava anima faustiana quella che cerca l’infinito nello spazio, ma sapeva che prima di quella c’era l’anima magica e quella apollinea, tutte legate a un corpo diverso. Non diceva mai che l’anima è il cervello. Diceva che ogni cultura ha il suo corpo e la sua anima che si appartengono.
Il passo successivo logico è quello che Federico Faggin sta provando a formalizzare. Levin e Lyon hanno detto che l’intelligenza precede il cervello. Non serve un cervello per decidere, ricordare, anticipare. Quindi l’intelligenza non è un prodotto del cervello, è una proprietà della vita che il cervello usa e amplifica. Faggin dice che la coscienza precede l’intelligenza. Secondo lui l’errore è pensare che la coscienza sia intelligenza maggiorata dalla complessità. Per lui la coscienza è primaria, è un campo quantistico fondamentale, non algoritmico, non computabile. Quello che chiama seity, dal latino seitas, il suo essere da sé, l’ente cosciente che sa di esserlo. L’intelligenza, anche basale, è il modo in cui un organismo usa la coscienza per conoscere, non la produce. Faggin usa la metafora dell’elettricità che esisteva prima della lampadina. La lampadina non crea l’elettricità, la trasforma in luce. Il cervello non crea la coscienza, la trasforma in esperienza cosciente. Se la cognizione basale dimostra che puoi avere comportamento intelligente senza neuroni, Faggin tenta di dimostrare che puoi avere esperienza cosciente senza computazione classica. L’intelligenza basale toglie al cervello il monopolio dell’intelligenza. Faggin toglie al cervello paragonato a elaboratore il monopolio della coscienza. Se un sistema senza cervello si comporta in modo intelligente con bioelettricità e segnali chimici, un sistema con o senza cervello sente di esistere. Faggin spiega che la coscienza non è prodotta, è percepita. Levin studia come una cellula decide, Faggin studia perché c’è qualcuno che sente quella decisione. Se Levin ha ragione, Spengler aveva ragione sull’anima vegetale che decide. Se Faggin ha ragione, Spengler aveva ancora più ragione: quell’anima vegetale non solo decide, ma sente a suo modo di essere viva, molto prima che l’uomo si chiedesse se cosa sia il sentire.