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L’energia nella storia: dipendenza e soft power

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Nel mondo globale ed interconnesso, le crisi internazionali entrano nelle nostre case anche attraverso una bolletta. Le difficoltà della navigazione nel Golfo, gli attacchi alle infrastrutture, l’incertezza delle forniture energetiche e l’instabilità di luoghi, fino a qualche anno fa considerati esotici e marginali, hanno mostrato quanto sia breve la distanza tra un conflitto apparentemente lontano e la vita quotidiana delle società europee. 

Dietro il prezzo dell’energia si trovano rotte, infrastrutture, alleanze e decisioni politiche, nell’ambito di una società che può disporre di capitali e capacità industriali, ma che rimanere esposta alle scelte di chi controlla le risorse necessarie al suo funzionamento. L’energia costituisce una delle condizioni materiali della libertà politica: determina quanto un Paese possa produrre, quali impegni possa sostenere e quanto a lungo possa resistere a una pressione esterna.

Dalla prossimità delle risorse alla dipendenza dalle reti

Per gran parte della storia, le società hanno ricavato l’energia prevalentemente dalla forza umana e animale, dalla legna, dall’acqua o dalle altre fonti naturali che, nel tempo, hanno imparato ad utilizzare. In questo contesto tuttavia, la produzione rimaneva strettamente legata al territorio ed ai suoi cicli. Lo storico Edward Anthony Wrigley ha descritto la rivoluzione industriale come il superamento dei vincoli della cosiddetta economia organica: il carbone, primo grande carburante dello sviluppo, consentì di utilizzare riserve accumulate in tempi geologici, ampliando enormemente le possibilità produttive.

Non bisogna tuttavia immaginare un passato composto da comunità perfettamente autosufficienti. Scambi, dipendenze e reti commerciali esistevano già nell’antichità, ma caratteristica precipua della trasformazione moderna riguarda soprattutto la loro scala: una quota crescente dei bisogni essenziali è stata via via sempre maggiormente soddisfatta attraverso sistemi che oltrepassano il controllo delle singole comunità.

Il carbone, insieme alle innovazioni tecniche e all’organizzazione industriale, contribuì all’ascesa delle potenze europee. Il petrolio rese poi centrali nuovi territori, porti e vie di comunicazione. Nel Novecento la sicurezza nazionale cominciò a dipendere sempre più dalla continuità degli approvvigionamenti: possedere una fabbrica o una flotta significava anche assicurarsi il combustibile necessario a farle funzionare.

La crisi petrolifera del 1973 rese evidente questa relazione: l’embargo dei produttori arabi contro alcuni Paesi sostenitori di Israele, accompagnato da tagli alla produzione, mostrò che la disponibilità di una risorsa poteva diventare uno strumento di pressione internazionale. La potenza industriale dei consumatori non eliminava la loro vulnerabilità nei confronti dei fornitori.

L’energia ha quindi influenzato profondamente la storia, senza tuttavia determinarla da sola. Le risorse acquistano infatti il loro significato politico e la loro capacità di influenza attraverso le tecnologie, le istituzioni e le strategie con cui vengono utilizzate.

Il commercio come promessa di pace

Da questa crescente dipendenza reciproca nasce anche una speranza: se due Paesi hanno bisogno l’uno dell’altro, avranno maggiori ragioni per evitare la guerra. È l’intuizione che attraversa la tradizione liberale del commercio come fattore di pacificazione. Lo scambio infatti, crea interessi condivisi e moltiplica le occasioni di contatto, strumenti attraverso i quali, in questa prospettiva, le civiltà avrebbero potuto imparare a conoscersi e dialogare reciprocamente. 

L’integrazione europea rappresenta uno dei tentativi più significativi di dare forma politica a questa intuizione. La dichiarazione Schuman del 1950 propose di mettere in comune carbone e acciaio, risorse indispensabili tanto alla ricostruzione quanto alla produzione bellica. L’obiettivo era rendere una nuova guerra tra Francia e Germania “non solo impensabile, ma materialmente impossibile”. 

Questa teoria dell’interdipendenza complessa, così come elaborata e definita dai politologi Robert Keohane e Joseph Nye, avrebbe successivamente mostrato quanto le relazioni internazionali fossero attraversate da legami “altri” rispetto ai temi economici ed istituzionali propri della dimensione della cosiddetta “hard politics” e non riconducibili alla sola forza militare. Questa prospettiva riconosceva però anche le asimmetrie: dipendere reciprocamente non significa dipendere nella stessa misura e chi, in questo contesto, può sostituire un partner più facilmente dispone parallelamente anche di un vantaggio negoziale.

Nel settore energetico la differenza è particolarmente accentuata. Un contratto può convenire a entrambe le parti e, nello stesso tempo, lasciare una delle due molto più esposta all’interruzione delle forniture. La reciproca convenienza favorisce la cooperazione, ma non costituisce una garanzia sufficiente di pace.

Il ritorno del nemico e la frammentazione dell’ordine

L’11 settembre 2001 ha segnato una frattura nell’immaginario della globalizzazione: a differenza delle teorizzazioni politiche e sociologiche che avevano caratterizzato buona parte degli anni ‘90, il crollo delle Twin Towers rappresentò la manifestazione plastica che l’estensione dei mercati non aveva esaurito il conflitto ideologico, né religioso. Non fu l’origine di ogni successiva crisi, né pose fine all’integrazione economica, ma rese più difficile sostenere che l’interesse commerciale potesse progressivamente assorbire tutte le altre ragioni dell’agire umano.

Le guerre successive, non ultima l’invasione russa dell’Ucraina, hanno ulteriormente incrinato quella fiducia. La disponibilità a sopportare costi economici elevatissimi pur di perseguire mire squisitamente politiche o strategiche, ha dimostrato che sicurezza e identità possono ancora prevalere sulla convenienza degli scambi.

All’idea del villaggio globale, per dirla con McLuhan, la tarda contemporaneità ha contrapposto il fatto che i nemici ancora esistono, riportando in auge la classica dicotomia schmittiana sull’”amico-nemico”, ovvero la presa di coscienza circa la possibilità della presenza di gruppi sociali organizzati, portatori di interessi e visioni del mondo così radicalmente e visceralmente opposte e conflittuali fra di loro, da rende plausibile – se non inevitabile per alcuni – la possibilità reale dello scontro. 

In questo quadro, il termine “rifeudalizzazione” può essere impiegato come metafora per descrivere questa frammentazione: accessi privilegiati alle risorse, rapporti di protezione, sudditanza strategica e dipendenze difficili da sciogliere prendono il posto dell’aspirazione a un mercato universalmente aperto. Non si tratta di un ritorno letterale al Medioevo, quanto piuttosto del rischio che la sicurezza di alcuni venga acquistata attraverso la subordinazione di altri.

A tal riguardo, i politologi Farrell e Newman hanno definito weaponized interdependence la possibilità di utilizzare il controllo dei nodi centrali delle reti globali per esercitare coercizione. Applicata all’energia, questa prospettiva invita a guardare non soltanto ai giacimenti, ma anche ai gasdotti, ai terminali, alle tecnologie e ai finanziamenti che rendono possibile tale approvvigionamento.

L’energia come influenza: il caso cinese

Occorre a questo punto precisare in maniera più dettagliata il significato di soft power. Per il già citato politologo Joseph Nye, esso consiste nella capacità di una nazione di attrarre e persuadere le altre potenze. La minaccia di interrompere una fornitura appartiene invece alla coercizione economica. L’energia può alimentare entrambe le forme di influenza, ma attraverso meccanismi differenti.

Grandi impegni ed investimenti strategici in specifiche aree del mondo, come la costruzioni di gasdotti, oleodotti, infrastrutture minerarie o ancora contribuire all’elettrificazione ed al trasferimento di competenze professionali, può accrescere la reputazione di un Paese come partner dello sviluppo. Il beneficio concreto diventa così una possibile (e spesso molto concreta) fonte di fiducia e autorevolezza.

La presenza cinese in Nord Africa offre un esempio significativo ed attuale di questa dinamica. In Egitto, il memorandum firmato nel giugno 2026 con SANY Renewable Energy prevede una fabbrica di turbine eoliche e un progetto da 2.000 megawatt nel Golfo di Suez. L’intesa collega la produzione energetica alla localizzazione industriale e al trasferimento tecnologico. 

Si tratta chiaramente di impegni progettuali, i cui risultati andranno valutati nell’attuazione: tuttavia, la loro rilevanza geopolitica risiede nella possibilità di creare relazioni durature tra imprese, amministrazioni e sistemi produttivi tra la superpotenza di Pechino e la già turbolente fascia territoriale del nord africa. 

La dipendenza come responsabilità

La domanda conclusiva riguarda dunque la qualità dei legami che costruiamo: nessuna società complessa può vivere senza dipendere da altre. La libertà politica richiede che queste relazioni siano governate in modo da evitare che un bisogno essenziale diventi un’occasione di dominio.

Nel suo incontro del 2018 con i dirigenti del settore energetico, Papa Francesco collegò esplicitamente energia, qualità della vita e possibilità di risolvere i conflitti, evidenziando come l’accesso alle risorse e la transizione ecologica appartengono, in questa prospettiva, alla cura della casa comune e alla responsabilità verso i più vulnerabili.

Una rete elettrica alimenta anche un ospedale, una scuola, un’abitazione: dietro ogni scelta energetica vi sono persone la cui dignità dipende dalla possibilità di curarsi, lavorare e vivere in condizioni sicure. È questo il criterio con cui misurare tanto la politica delle potenze quanto la qualità della cooperazione.

La maturità di una civiltà si riconosce anche dall’uso che fa delle dipendenze altrui. Chi dispone dell’energia possiede una parte delle condizioni della vita degli altri: può convertirla in obbedienza oppure assumerla come responsabilità. Da questa scelta passa una parte decisiva della pace futura.

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