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La guerra per gli stretti: perché in Birmania non si fa la pace

Come si blocca un porto da 8 miliardi con 500 mila dollari al mese.

Ascolta la versione audio di questo articolo (generata da IA).

La politica americana del controllo del mare è la base materiale della sua egemonia planetaria. Non è nata ieri, viene dalla dottrina di Alfred Mahan alla fine dell’800: chi controlla le rotte marittime controlla il commercio mondiale, e chi controlla il commercio impone le regole.

Per gli USA questo si traduce nel controllo degli stretti e dei colli di bottiglia dove passa l’80 per cento del commercio globale e il 60 per cento del petrolio.

I punti chiave sono otto: Stretto di Hormuz, Suez e Bab el-Mandeb, Gibilterra, Bosforo e Dardanelli, Malacca, Panama, Stretto di Danimarca e Canale del Mozambico. Non serve occuparli, basta avere la capacità di chiuderli o di renderli insicuri.

La strategia è duplice, militare ed economica.

Sul piano militare: oltre 750 basi all’estero. Il messaggio è di deterrenza: se una crisi scoppia, posso interrompere la una rotta.

Sul piano economico, più efficace e meno visibile, ci sono il controllo delle assicurazioni marittime. Il 90 per cento delle assicurazioni cargo è a Londra ma sotto diritto anglo-americano, nei Lloyd’s. Basta fare in modo che si alzi il premio di rischio guerra in una zona e si blocca una rotta senza sparare. Il controllo del sistema dei pagamenti e del dollaro. Sanzioni secondarie, SWIFT. Se una nave porta petrolio iraniano o russo, la compagnia viene esclusa dal mercato assicurativo e finanziario. Il controllo dei dazi e delle regole portuali e dei canali. Panama, Suez, e il diritto marittimo internazionale interpretato da tribunali anglosassoni. Inoltre il controllo e tracciamento del traffico.

Questo crea una rendita di posizione: agli USA basta tassare il passaggio, con dazi, premi assicurativi, sanzioni, costo del dollaro.

Per Cina, Russia e BRICS questo è un problema strutturale. Pechino importa l’80 per cento dell’energia via mare e deve passare per Malacca, che gli americani chiamano apertamente Malacca Dilemma, cioè il punto dove possono strangolarla.

Da qui la necessità di costruire rotte alternative non per scelta ideologica, ma per sopravvivenza economica: via di terra con la Nuova via della seta, la Rotta Artica con la Russia che dimezza i tempi verso l’Europa e sta fuori dal controllo NATO, le rotte energetiche in Siberia, oleodotti e gasdotti che evitano Hormuz e Malacca, e soprattutto un sistema finanziario alternativo con pagamenti in valute nazionali, assicurazioni russe e cinesi proprie, flotta ombra per aggirare il tetto al prezzo del petrolio.

In sintesi: gli USA mantengono l’egemonia non controllando i territori, ma controllando le porte attraverso cui devono passare merci ed energia in tutto il mondo. I BRICS rispondono cercando di aprire altre porte, dove la chiave non sia in mano americana.

In questo contesto si inserisce la guerra civile che si sta svolgendo in Birmania Myanmar, aperta intorno al progetto russo sul Mare delle Andamane.

La prima ipotesi consisteva in due porti d’altura, uno sul Golfo di Thailandia e uno sul Mare delle Andamane, collegati da 90 km di ferrovia, autostrada e oleodotto. Costo dichiarato circa 28-30 miliardi di dollari. Il progetto è saltato per complicazioni tecniche ma soprattutto per pressioni geopolitiche. Se vengono fatte passare merci fuori da Malacca, viene colpito Singapore, alleato chiave USA, e viene colpito il sistema di controllo di Malacca. La Cina è interessata ma non vuole pagare da sola perché sa che un canale o un ponte controllato dalla Thailandia può essere chiuso dagli USA in caso di crisi uguale a Malacca.

Attualmente esiste un progetto di cooperazione fra Russia e Birmania per un porto e una raffineria, un gasdotto dalla Russia per esportare gas dall’Oceano Indiano e una centrale nucleare che aggirerebbe Malacca. Un gasdotto con la Cina è già funzionante. Occorre tenere presente che la giunta militare di Myanmar è contrastata da una guerriglia che non la riconosce legittima e che tale guerriglia controlla buona parte del territorio. Il porto di Dawei è diventato il simbolo perché la giunta lo vende come alternativa allo Stretto di Malacca, e Putin lo ha rilanciato a Mosca. La guerriglia composta da minoranze etniche che da decenni vogliono la secessione e da oppositori del nuovo governo, sta cercando di boicottare proprio il porto russo che dovrebbe servire ad aggirare la sorveglianza USA a Malacca.

Questo rapporto USA-guerriglia è chiamato di funzionalità oggettiva. Significa che una certa azione, anche se nata per diversi motivi, produce un effetto che serve a un terzo che non c’entra nulla con i motivi originari della guerriglia. Il PDF locale di Dawei combatte e così facendo toglie alla Russia un accesso all’Oceano Indiano. Chi a Washington vuole contenere la Russia ha interesse che esista e che la giunta sia costretta a spendere uomini. È un sistema con molti attori dove ogni guerra locale crea rendita per qualcuno.

Malacca è il collo di bottiglia dove l’America può strangolare la Cina. L’80 per cento del petrolio e gas che la Cina importa passa dallo Stretto di Malacca: 2,7 km di larghezza nel punto più stretto, controllato di fatto da US Navy, Singapore, Malesia. In caso di guerra su Taiwan, gli USA chiudono Malacca e la Cina va in collasso energetico in tre mesi. Lo chiamano a Pechino il Dilemma di Malacca da quando Hu Jintao lo disse nel 2003.

La Cina per non restare senza energia si è fatta una porta sul retro in Birmania. Sull’Oceano Indiano scarica petrolio e gas dalle petroliere. Da lì parte un tubo che attraversa tutta la Birmania via terra fino in Cina. Così evita di fare il giro lunghissimo da Singapore e soprattutto evita il punto dove la marina americana la può bloccare. Se chiudono Malacca, la Cina ha comunque energia che entra da terra, da un paese alleato. È come avere una seconda entrata di casa quando sai che la porta principale te la possono chiudere.

Tornando al conflitto che oramai sembra essere endemico, occorre dire che ogni guerriglia anche se effimera diventa cronica quando trova uno sponsor esterno che ha interesse a non farla vincere, ma nemmeno a farla perdere. Perché farla durare conviene più che chiuderla. Molto meglio per chi la sostiene da fuori che resti resistente. Per farla durare non servono armi pesanti. Bastano un confine permeabile con la Thailandia, una diaspora che raccoglie fondi online, una narrazione morale imbattibile contro la dittatura e per la democrazia che impedisce a chiunque in Occidente di dire basta, trattiamo. È quello che è successo per anni anche con il Califfato in Siria. Il risultato ideale per gli USA è un equilibrio di logoramento.

L’economia birmana è strangolata da tre forze che sembra lavorino di concerto. Dalle sanzioni occidentali. USA, UE, UK che hanno bloccato la banca centrale, le due banche statali, le assicurazioni. Nessuna banca internazionale fa più transazioni in dollari con la giunta. Senza dollari non si può comprare gasolio, medicine, pezzi di ricambio. Dalla fuga delle multinazionali. Dopo il golpe del 2021 se ne sono andate Total Energies, Chevron, Woodside, Telenor, H&M, Kirin. Hanno tolto tasse, lavoro e valuta. Le rimesse dall’estero sono crollate. Dalla guerriglia economica interna. Il Movimento di Disobbedienza Civile CDM e le PDF fanno boicottaggio attivo: non pagano più bollette luce e tasse alla giunta, attaccano torri elettriche, ponti, oleodotti, tralicci, miniere di giadeite che finanziano i generali, bloccano le strade commerciali verso Cina e Thailandia, il 70 per cento del commercio birmano passa di lì, le milizie etniche controllano le centrali idroelettriche e possono spegnere la corrente a Yangon.

Malacca è l’arma con cui l’Occidente tiene al guinzaglio i BRICS, ma il guinzaglio è legato solo al collo della Cina. È per questo che il vero progetto BRICS non è la moneta comune, sono i tubi e i porti per aggirare Malacca: Kyaukpyu in Birmania, Gwadar in Pakistan, via Artica per la Russia. Stanno costruendo un mondo dove Malacca non conta più.

Ecco perché la guerriglia lì è strategica: se viene bloccata Dawei si blocca contemporaneamente una futura produzione birmana e una futura via di transito russa. Basta fare durare la guerriglia con poche armi, qualche drone dal confine thailandese, e con 500 mila dollari al mese viene bloccato un progetto da 8 miliardi che avrebbe dato a Mosca e Naypyidaw 30 anni di respiro. È la stessa logica del Califfato, non serve che il guerrigliero lo sappia. Basta che resti nel posto giusto, abbastanza a lungo, a fare la cosa che già vuole fare perché il suo effetto collaterale diventi il risultato principale per qualcun altro.

Per questo in Birmania non si fa la pace: non è più una guerra civile per chi governa a Naypyidaw. È una guerra per decidere chi continuerà a controllare gli stretti.

La narrazione è che il mondo è pieno di guerre perché i popoli non si capiscono, per odio etnico, per religione, a causa di dittature. A volte è vero, ma quasi mai è la causa autentica che fa durare una guerra.
Le guerre durano quando dietro c’è una rendita concreta.

Non si combatte per un ideale su una montagna, si combatte per chi passa sotto la montagna. Per il tubo, per il porto, per il cavo, per lo stretto, per la miniera che paga le armi.

In Birmania come in Ucraina, in Siria come in Sudan, lo schema è lo stesso. C’è sempre un collo di bottiglia dove passa energia o merce. Chi lo controlla incassa un pedaggio che è maggiore di un fiorino. Chi vuole liberarsene deve aprire un’altra porta. E chi vive della prima porta ha interesse che la seconda non si apra mai.

Per questo la pace non arriva. Non perché la gente non voglia parlarsi, ma perché a qualcuno, fuori dal campo di battaglia, la guerra costa meno della pace. Con qualche milione di dollari in armi leggere e una narrazione morale perfetta, tieni bloccato un progetto da miliardi e mantieni il controllo di uno stretto che vale trilioni.

Finché confondiamo questi conflitti per guerre di popoli, non le capiremo. E non le fermeremo. Le guerre finiscono quando finisce la rendita che le alimenta, non quando finisce l’odio.

Non sono i popoli a volere la guerra, è l’usura del pedaggio su energia e commercio che ha bisogno della guerra per continuare a incassare. Tutti condanniamo il colonialismo ottocentesco ma questa nuova forma di colonialismo la troviamo normale.

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