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Il mondo sta diventando multipolare oppure sta semplicemente attraversando una crisi dell’egemonia americana? La distinzione non è soltanto terminologica. Dalla risposta dipende il modo in cui interpretiamo l’ascesa della Cina, il ritorno della Russia come potenza revisionista, l’autonomia crescente dell’India, l’allargamento dei BRICS, le ambizioni europee e la stessa trasformazione della politica estera degli Stati Uniti.
Il dibattito è ormai entrato apertamente nel linguaggio delle istituzioni internazionali, tanto che nel settembre 2026, intervenendo al vertice dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, il Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha affermato che il mondo sta diventando sempre più multipolare, giudicando questa evoluzione potenzialmente positiva a condizione che a essa corrisponda una riforma delle istituzioni globali. Poche settimane dopo ha ribadito davanti all’Assemblea generale che l’obiettivo dovrebbe essere quello di permettere a diversi centri di influenza di convivere entro il diritto internazionale e regole comuni.
La lettura di Guterres è naturalmente contestata: il presidente russo Vladimir Putin, il 1° ottobre, ha descritto le attuali tensioni come il prodotto di una trasformazione dell’ordine mondiale e del declino di quella che definisce l’egemonia occidentale. È una rappresentazione funzionale anche agli interessi strategici di Mosca, naturalmente, ma significativa poiché mostra quanto la disputa sull’ordine internazionale sia ormai diventata essa stessa uno strumento della competizione tra potenze.
Già il Munich Security Report del 2025 aveva scelto una parola significativa per descrivere questo passaggio: “multipolarization”. Non semplicemente multipolarità, dunque, ma un processo nel quale il potere si distribuisce tra un numero crescente di attori mentre, contemporaneamente, aumentano la polarizzazione politica e la competizione tra differenti concezioni dell’ordine internazionale.
Non è detto, però, che un mondo con più potenze sia automaticamente un mondo più equilibrato e non è nemmeno certo che la fine di un’egemonia produca necessariamente maggiore libertà. La storia delle relazioni internazionali mostra piuttosto una tensione permanente tra due aspirazioni: impedire che una sola potenza possa dominare tutte le altre e impedire, al tempo stesso, che l’assenza di un centro produca un conflitto permanente.
Il multipolarismo: l’equilibrio contro il dominio
Per multipolarismo si intende generalmente un sistema internazionale nel quale esistono almeno tre grandi centri di potere capaci di influenzare autonomamente gli equilibri politici, economici e militari.
Non si tratta certamente di un fenomeno nuovo, poiché gran parte della storia europea moderna è stata multipolare. Dopo la pace di Westfalia del 1648, e soprattutto durante il XVIII e il XIX secolo, Francia, Gran Bretagna, Austria, Prussia, Russia e successivamente Germania interagirono attraverso un mutevole sistema di alleanze, rivalità e compensazioni.
L’esempio classico rimane il Concerto europeo nato dopo il Congresso di Vienna del 1815: dopo le guerre napoleoniche, le maggiori potenze cercarono di impedire che uno Stato raggiungesse una superiorità tale da dominare il continente. Non esisteva un’autorità superiore agli Stati: la stabilità doveva quindi essere costruita attraverso il balance of power, l’equilibrio di potenza.
L’idea alla base è piuttosto semplice, tanto da poter risultare quasi banale e poggia sull’idea che se nessun attore è abbastanza forte da sottomettere gli altri, ogni aspirazione egemonica incontra una coalizione capace di contenerla.
Il realismo classico ha attribuito grande importanza a questo meccanismo, basti pensare solo che in Politics Among Nations – uno dei testi cardine del pensiero geopolitico del 900 – l’autore Hans Morgenthau considera l’equilibrio una conseguenza quasi naturale della competizione tra Stati che perseguono il proprio interesse nazionale. La politica internazionale non elimina il potere, ma può distribuirlo in maniera tale da impedirne la concentrazione assoluta.
Una posizione diversa, ma favorevole ad alcuni effetti della pluralità, venne sostenuta nel 1964 da Karl Deutsch e J. David Singer in un celebre articolo sui sistemi multipolari. I due studiosi ipotizzarono che l’aumento del numero degli attori potesse ridurre la frequenza e l’intensità delle guerre, moltiplicando le relazioni possibili e rendendo meno rigida la contrapposizione fra blocchi.
Di nuovo, nel momento in cui nessuna potenza possiede il monopolio della definizione dell’ordine, stati diversi possono conservare maggiore autonomia, costruire coalizioni differenti a seconda dei dossier e resistere più facilmente alle pretese del soggetto più forte.
È questa anche una delle ragioni per cui il concetto esercita ancora oggi una particolare attrazione sul cosiddetto Global South. Per molti Paesi, multipolarità significa anzitutto possibilità di scelta: non dover aderire integralmente al campo americano, cinese o russo, ma intrattenere contemporaneamente rapporti economici con Pechino, cooperazione militare con Washington, legami energetici con Mosca e relazioni politiche con Bruxelles.
Il multipolarismo può dunque ampliare lo spazio dell’autonomia, ma possiede anche un lato più problematico. Kenneth Waltz, principale esponente del neorealismo, giunse infatti a una conclusione quasi opposta rispetto a Deutsch e Singer. Per Waltz un sistema bipolare, come quello della Guerra fredda, può essere più stabile di un sistema multipolare perché riduce l’incertezza. Se le grandi potenze sono due, ciascuna conosce con maggiore chiarezza il proprio principale avversario, le responsabilità non possono essere trasferite facilmente e il rischio di errori nella valutazione delle alleanze diminuisce.
Quando i poli diventano numerosi, invece, aumentano le combinazioni possibili e questo aumenta le possibilità che le alleanze possano cambiare o che uno Stato possa sottovalutare la disponibilità di un alleato a intervenire in suo aiuto.
La storia europea precedente al 1914 rimane sotto questo profilo un ammonimento: il sistema era multipolare, ma l’equilibrio non impedì la Prima guerra mondiale anzi, alleanze incrociate e percezioni errate contribuirono a trasformare una crisi regionale in una catastrofe continentale.
L’egemonia: quando l’ordine ha un garante
All’estremo opposto si trova il concetto di egemonia. La parola possiede una storia antica: nel mondo greco indicava la guida esercitata da una città sulle altre, mentre nel linguaggio moderno descrive una situazione nella quale una potenza dispone di risorse militari, economiche e politiche sufficienti per esercitare un’influenza preponderante sul sistema internazionale.
Egemonia, tuttavia, non significa necessariamente dominio diretto, come tra gli altri ci ha insegnato il politico italiano Antonio Gramsci il quale, pur muovendosi in un contesto differente da quello delle relazioni internazionali, ha offerto una distinzione fondamentale: il potere più solido non si esercita soltanto attraverso la coercizione, ma anche attraverso la capacità di produrre consenso. Trasferita sul piano internazionale, questa intuizione permette di comprendere perché un ordine egemonico non dipenda esclusivamente dal numero di portaerei possedute da una potenza, quanto piuttosto anche dalla capacità di costruire istituzioni considerate legittime e stabilire regole condivise.
In questo senso, la Gran Bretagna del XIX secolo rappresentò un fulgido esempio di egemonia economica e marittima. Dopo il 1945 furono invece gli Stati Uniti a costruire il sistema più vicino a un ordine egemonico globale della storia contemporanea: Washington disponeva di una superiorità economica senza precedenti tra le democrazie occidentali, possedeva capacità militari globali e divenne il centro di una rete di istituzioni e alleanze.
Da questa esperienza nasce la teoria della stabilità egemonica, teorizzata tra gli altri dall’economista Charles Kindleberger, studioso della Grande Depressione, il quale sostenne che il sistema economico internazionale degli anni Trenta fosse precipitato anche perché la Gran Bretagna non possedeva più le risorse per guidarlo e gli Stati Uniti non erano ancora disposti ad assumersi pienamente quel compito.
Un ordine economico aperto, secondo questa impostazione, ha bisogno di qualcuno disposto a fornire ciò che potremmo chiamare beni pubblici internazionali: sicurezza delle rotte commerciali, liquidità nelle crisi, una moneta di riferimento, mercati relativamente aperti, regole e capacità di farle rispettare.
Robert Gilpin sviluppò questa intuizione sul piano politico, affermando che gli ordini internazionali tendono a riflettere la distribuzione del potere esistente nel momento in cui vengono costruiti. Finché la potenza dominante possiede risorse sufficienti e gli altri Stati considerano l’ordine complessivamente conveniente, il sistema può mantenersi stabile. Quando il divario diminuisce, emergono potenze revisioniste e il costo del mantenimento dell’ordine cresce, l’egemonia entra in crisi.
L’argomento a favore dell’egemonia è quindi pragmatico: qualcuno deve sostenere il costo dell’ordine.
Il mondo dopo il “momento unipolare”
La fine della Guerra fredda sembrò offrire agli Stati Uniti una condizione eccezionale, dato che con il dissolvimento dell’Unione Sovietica non rimaneva alcuna potenza capace di competere contemporaneamente con Washington sul piano militare, economico, tecnologico e diplomatico. Il commentatore americano Charles Krauthammer definì quella stagione il “momento unipolare”.
Quel momento non è semplicemente scomparso, ma si è progressivamente eroso: gli Stati Uniti rimangono una potenza centrale del sistema internazionale, possiedono una rete di alleanze senza equivalenti e continuano a esercitare una straordinaria influenza finanziaria, tecnologica e militare. Parlare di “declino americano” senza precisazioni rischia quindi di essere fuorviante.
Ciò che appare in declino è piuttosto la capacità di una sola potenza di organizzare senza contestazioni l’intero sistema. La Cina possiede ormai gli strumenti economici, tecnologici e militari per condizionare l’ordine asiatico e numerosi dossier globali. L’India rivendica una posizione autonoma. La Russia, pur con risorse economiche inferiori a quelle americane o cinesi, conserva capacità militari, nucleari ed energetiche sufficienti per alterare profondamente gli equilibri internazionali. Le monarchie del Golfo hanno sviluppato una capacità finanziaria e diplomatica molto maggiore rispetto al passato e l’Unione europea cerca, con difficoltà, di trasformare il proprio peso economico in autonomia politica e strategica.
Emmanuel Macron ha riproposto proprio nel 2026 la necessità di una maggiore autonomia strategica europea, insistendo sul fatto che l’Europa debba assumersi una parte crescente della responsabilità della propria sicurezza pur restando all’interno della NATO.
Anche i Paesi dell’Indo-Pacifico stanno costruendo legami di sicurezza più articolati per ridurre contemporaneamente la vulnerabilità alla crescita cinese e l’eccessiva dipendenza dalla protezione americana. Reuters ha descritto questa tendenza come una grande strategia di hedging: mantenere l’alleanza con Washington costruendo, nello stesso tempo, maggiori capacità autonome e nuove cooperazioni regionali.
È forse questa la caratteristica più importante dell’attuale sistema: gli Stati cercano meno frequentemente appartenenze assolute e più frequentemente combinazioni di rapporti. Si può essere rivali sul commercio, partner sull’energia e interlocutori sulla sicurezza. Si possono acquistare armi da un Paese, petrolio da un altro e infrastrutture digitali da un terzo. La caratteristica forse definitoria del nostro periodo contemporaneo, pare essere non più ancora un multipolarismo ordinato, quanto piuttosto una pluralità di potenze che cerca le proprie regole.
La rifeudalizzazione del potere
A questa trasformazione se ne aggiunge però un’altra, meno evidente: il potere non si sta distribuendo soltanto tra Stati, ma anche fuori dagli Stati. È qui che diventa utile, con le dovute cautele, introdurre il concetto di rifeudalizzazione.
Il termine appartiene a tradizioni teoriche differenti. Jürgen Habermas, ne La trasformazione strutturale della sfera pubblica, parlava di rifeudalizzazione per descrivere una società nella quale lo spazio pubblico rischia di essere nuovamente occupato da grandi organizzazioni capaci di presentare decisioni già costruite anziché sottoporle realmente alla deliberazione dei cittadini.
Nel campo delle relazioni internazionali, Hedley Bull formulò invece l’ipotesi di un possibile new medievalism. Nel Medioevo europeo il potere non apparteneva esclusivamente a un’autorità territoriale sovrana: si sovrapponevano imperatori, monarchi, signori, città, autorità religiose e legami personali. Bull si domandò se il futuro potesse assumere, in forma secolare, caratteristiche analoghe: autorità sovrapposte e lealtà multiple, senza un monopolio assoluto della sovranità.
Alcuni fenomeni contemporanei sembrano rendere questa intuizione sorprendentemente attuale, basti pensare a come una grande piattaforma tecnologica possa controllare infrastrutture comunicative utilizzate da centinaia di milioni di persone. O ancora, come una società privata possa possedere satelliti indispensabili alle comunicazioni militari di uno Stato. Pochissime imprese controllano segmenti decisivi della produzione mondiale di semiconduttori, infrastrutture cloud o intelligenza artificiale.
Nel settore digitale la distinzione tra potere pubblico e potere privato diventa particolarmente sottile: studi recenti hanno ripreso esplicitamente le categorie del neomedievalismo e del technofeudalism per descrivere sistemi nei quali la sovranità viene esercitata attraverso interazioni tra governi, piattaforme e infrastrutture tecniche che nessun singolo attore controlla completamente.
Naturalmente non stiamo tornando al Medioevo, ma la metafora serve piuttosto ad evidenziare un problema: chi esercita il potere nel XXI secolo?
Formalmente, la sovranità appartiene ancora agli Stati ma, materialmente, molte delle condizioni attraverso cui essa viene esercitata dipendono da soggetti sui quali il controllo democratico è limitato. Uno Stato può possedere frontiere ed un esercito, ma dipendere da altri per i sistemi di pagamento, i satelliti, l’energia, il cloud, i chip, le reti informatiche o l’accesso ai mercati finanziari.
Il futuro potrebbe allora non essere semplicemente multipolare, quanto piuttosto policentrico. Non soltanto Washington, Pechino, Bruxelles, Mosca e New Delhi, ma Stati, organizzazioni regionali, multinazionali tecnologiche, istituzioni finanziarie, città globali, reti transnazionali e soggetti privati eserciterebbero forme differenti e sovrapposte di autorità.
Il rischio è che alla fine dell’egemonia non corrisponda una democratizzazione dell’ordine, ma una privatizzazione del potere. Il signore feudale del XXI secolo non possiede necessariamente un castello, ma può possedere l’infrastruttura attraverso cui comunichiamo, compriamo, lavoriamo, trasferiamo denaro o accediamo all’informazione.
Dalla pluralità del potere alla comunità internazionale
Il problema fondamentale non consiste dunque nello stabilire se sia moralmente preferibile un mondo unipolare o multipolare, dato che entrambi possono essere giusti o ingiusti. Un’egemonia può offrire stabilità, ma trasformarsi in dominio ed un sistema multipolare può proteggere il pluralismo, ma degenerare nella politica delle sfere d’influenza, nella quale le grandi potenze si riconoscono reciprocamente il diritto di decidere il destino dei vicini più deboli.
Non basta quindi distribuire il potere, occorre civilizzarlo. È significativa, in questo senso, la posizione espressa recentemente dalla Santa Sede: nel suo intervento all’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 26 settembre 2026, il cardinale Pietro Parolin ha indicato nella crescente perdita di fiducia tra gli Stati una delle cause profonde della crisi dell’ordine internazionale, richiamando la necessità di superare una diplomazia fondata esclusivamente sulla forza e di ricostruire istituzioni orientate al bene comune.
Pochi giorni prima, durante il viaggio in Francia, Leone XIV aveva ricordato che la pace non coincide con un equilibrio di potenza, ma deve essere costruita attraverso dialogo e giustizia. È forse questo il limite comune tanto dell’egemonia quanto del multipolarismo quando vengono considerati esclusivamente come configurazioni della forza. Una pluralità di potenze può impedire che qualcuno domini il mondo, ma non garantisce che i deboli vengano rispettati. Un egemone può garantire le rotte commerciali e contenere alcuni conflitti, ma non per questo acquisisce il diritto di trasformare la propria volontà in legge universale.
Il principio decisivo dovrebbe essere un altro: la forza deve progressivamente accettare di essere limitata dal diritto. È l’intuizione che attraversa, su piani differenti, tanto la costruzione delle Nazioni Unite quanto la tradizione del pensiero cristiano sull’autorità internazionale. Giovanni XXIII, nella Pacem in terris, aveva compreso che problemi ormai mondiali richiedevano istituzioni capaci di perseguire un bene comune altrettanto mondiale. Leone XIV ha ripreso nel 2026 questa esigenza richiamando la necessità di organizzazioni globali più efficaci e di una diplomazia capace di sostituire alla “cultura della potenza” una “cultura del negoziato”.
Non significa immaginare un mondo privo di interessi nazionali, né ignorare che gli Stati continueranno a competere, quanto piuttosto riconoscere che l’equilibrio della paura non può essere il fondamento ultimo della convivenza.
Un mondo multipolare potrà essere migliore dell’egemonia soltanto se la moltiplicazione dei centri di potere sarà accompagnata dalla crescita delle responsabilità comuni. Altrimenti la fine di un impero produrrà semplicemente molti piccoli imperi, ciascuno intento a costruire la propria sfera d’influenza.
La vera alternativa, allora, non è tra un sistema nel quale la potenza costituisce l’ultima misura della politica e una comunità internazionale nella quale persino il più forte riconosce qualcosa che lo precede e lo supera: la dignità della persona, il diritto dei popoli e la responsabilità di custodire una casa che, per quanto divisa da frontiere e interessi, rimane inevitabilmente comune.