(Roma, giugno 2025)
Contributo alla riflessione sullo stato del mondo e sul ruolo della diplomazia
Lo stato del mondoGuerra ad alta intensità nel continente europeo, paralisi del Consiglio di sicurezza dell’ONU, emergere di nuovi poli di potere e frammentazione del mondo, messa in discussione della globalizzazione e ascesa del populismo, minacce di una nuova guerra dei dazi: il sistema internazionale che conosciamo dalla fine della guerra fredda – che era già di per sé costituito da un insieme minimo di regole e quindi caratterizzato da imperfezioni – è indubbiamente messo in discussione. La transizione che stava avvenendo sotto i nostri occhi ha preso una piega più brutale che deve essere esaminata attentamente.
Il mondo sta affrontando un’ ”epidemia” di crisi; almeno questa è la percezione generale. Il termine “crisi” è abusato: c’è stata la crisi economica del 1929; la crisi di Suez del 1956, che ha ridefinito la gerarchia delle potenze mondiali mettendo in evidenza la relativa diminutio capitis della Francia e dell’Inghilterra; la crisi dei Sudeti del 1938, che ha preannunciato la seconda guerra mondiale nonostante l’accordo di Monaco; l’attuale crisi di Taiwan, sullo sfondo delle tensioni tra Stati Uniti e Cina continentale; e la crisi ucraina, che in realtà è una guerra di lunga durata piuttosto che un momento parossistico di tensione internazionale. Per non parlare del Medio Oriente. Una crisi, nel senso stretto del termine, è un episodio breve; può rivelarsi quello che oggi viene talvolta definito un game changer, ovvero un evento all’origine di importanti trasformazioni economiche, militari o sociali.
Ma la guerra nel continente europeo è una guerra di lunga durata, l’acuirsi delle tensioni nel Vicino e Medio Oriente sullo sfondo di un Iran alle soglie del nucleare ha raggiunto una fase critica, la paralisi del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, il lento risveglio dell’Europa, la moltiplicazione dei poli di potere e delle alleanze “à la carte” all’ombra di una Cina che aspira ai più alti destini, sono le caratteristiche attuali del sistema internazionale. È possibile che il mondo stia vivendo un momento di cambiamento strategico dopo un periodo iniziato nel 1991 con il crollo dell’Unione Sovietica, la prima guerra del Golfo e l’affermazione del potere americano in un sistema di fatto unipolare.
Di conseguenza, il sistema internazionale costruito dal 1945, in particolare nel quadro dell’ONU, appare disorganizzato, se non addirittura allo sbando. La deregolamentazione economica che ha accompagnato la globalizzazione del commercio negli ultimi decenni – non tutta negativa – è stata seguita da una rimessa in discussione delle regole che regolano il sistema internazionale, con il diritto e la diplomazia che hanno perso terreno. L’instabilità di quella che oggi possiamo definire solo con esitazione «società internazionale» ha contagiato anche la sfera militare nucleare.
Di fronte a queste crisi e a questi problemi, esiste ancora un sistema internazionale? Il mondo della Guerra Fredda è giunto al termine nel 1990/1991 con il crollo dell’Unione Sovietica e in seguito alla prima guerra del Golfo nel gennaio 1991; ha dato origine a un “Nuovo Ordine Internazionale”, in realtà dominato dagli Stati Uniti, ma in cui non mancava la cooperazione multilaterale tra le potenze. Oggi assistiamo all’affermarsi di un mondo multipolare, che non va confuso con le pratiche multilaterali.
Il mondo odierno sembra essere tornato allo stato di natura descritto da Thomas Hobbes nel XVII secolo nel Leviatano, dove la forza prevale sul diritto; il mondo è meno unipolare di quello denunciato dal presidente Putin nel suo famoso discorso del 2007 alla Wehrkunde di Monaco; per l’Europa, il concetto di autonomia strategica fatica a prendere piede, ma le circostanze potrebbero favorirlo; l’opposizione tra Est e Ovest non è la realtà che alcune narrazioni vorrebbero imporre, perché le relazioni internazionali sono diventate più instabili e le alleanze sono settoriali e, in ultima analisi, “à la carte”; è quindi difficile immaginare blocchi reali.
Ma il nostro nuovo mondo – che in definitiva assomiglia a quello di Hobbes – sembra essere un sistema in fase di disgregazione e anche di ricomposizione. La minaccia nucleare, impensabile durante la Guerra Fredda, ad eccezione della crisi dei missili di Cuba nel 1962, rivela una situazione che può essere definita “infra-nucleare”. In Ucraina non stiamo difendendo la democrazia o la civiltà occidentale, ma il diritto, fondamento di un ordine internazionale minimo. Come ai tempi di Hobbes, dovremo ripristinare una forma di contratto sociale per l’intera umanità.
Le tendenze più recenti
Stiamo assistendo a un passaggio verso un mondo dominato da potenze revisioniste?
La Guerra Fredda era caratterizzata più dall’esistenza di un duopolio, talvolta definito “condominio”, che da una struttura triangolare estesa a una terza potenza. Il condominio americano-sovietico rifletteva l’ascesa delle due superpotenze nucleari. Ma R. Nixon concepì un triangolo conflittuale come un modo per gli Stati Uniti di trarre vantaggio dalle tensioni sino-sovietiche. Come si è evoluta la situazione da allora? Data la natura instabile delle attuali relazioni internazionali, dobbiamo essere piuttosto cauti nella nostra analisi e limitarci a formulare ipotesi.
Il “Nuovo Ordine Internazionale” era un concetto formulato da George Bush Sr. all’inizio degli anni ‘90, quando l’Unione Sovietica stava disintegrandosi e gli Stati Uniti avevano appena vinto la Guerra del Golfo. Il mondo che ne era risultato era caratterizzato dall’ “iperpotenza” americana, sebbene mitigata dal mantenimento di un certo grado di cooperazione all’interno del sistema delle Nazioni Unite. Durante questa fase, potenze come la Cina e, soprattutto, la Russia hanno mantenuto il loro attaccamento alla Carta delle Nazioni Unite (“tutta la Carta, nient’altro che la Carta”), che, a loro avviso, non poteva essere modificata in alcun modo; ciò valeva in particolare per il Consiglio di sicurezza, la cui composizione non poteva essere ampliata, né tantomeno messo in discussione il meccanismo di veto. Queste potenze sono state descritte come “anti-revisioniste”.
Oggi ci siamo allontanati da questo sistema. Negli ultimi anni, il sistema internazionale ha subito un cambiamento accelerato, con l’emergere di centri di potere e un minimo di regolamentazione nel quadro delle Nazioni Unite. Il modello che sta emergendo non è necessariamente una vera e propria divisione del mondo tra i più potenti, ma piuttosto quello di un nuovo gioco a tre, distinto per definizione dal condominio americano-sovietico della Guerra Fredda e persino dal primo triangolo Washington-Pechino-Mosca dello stesso periodo.
Un caso persistente per la diplomazia?
Nonostante lo “squilibrio del terrore” che caratterizza oggi lo stato di un mondo in cui la deterrenza nucleare non sembra più garantire una relativa stabilità nel sistema internazionale, come invece accadeva durante la Guerra Fredda; in cui la guerra definita “ad alta intensità” è tornata nel continente europeo per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale; dove il Vicino e il Medio Oriente sono in fiamme a causa di conflitti storici irrisolti e notevoli ambizioni regionali; dove lo Stretto di Formosa, la nuova “linea blu dei Vosgi”, al centro delle ambizioni delle superpotenze, è soggetto a tensioni estreme; c’è ancora spazio per la diplomazia in questo universo più instabile?
In un mondo più multipolare, come dimostra l’emergere dei BRICS, ma in cui il multilateralismo, che potrebbe essere definito come il dialogo e la cooperazione internazionale sviluppati nell’ambito dell’ONU, “il peggiore dei sistemi, ma il migliore che sia stato trovato”, ha subito una significativa regressione, quali strade dovrebbero essere esplorate all’indomani della guerra in Ucraina?
Una via da seguire potrebbe essere quella di portare finalmente a termine la riforma delle Nazioni Unite, prevista più di venticinque anni fa, avviata ma mai completata. Tale trasformazione dovrebbe mirare, in via prioritaria, a garantire che l’organizzazione mondiale rifletta meglio la realtà mondiale e risponda alle ambizioni vecchie, emergenti e, in ogni caso, legittime. Ciò dovrebbe tradursi in un Consiglio di sicurezza allargato, i cui meccanismi decisionali potrebbero anche essere adeguati.
Ma la risposta globale non può limitarsi alla questione dei meccanismi istituzionali. Dovrà ovviamente tenere conto anche del contesto internazionale nel suo complesso. Al di là della questione della fine della guerra nel continente europeo – che sembra influenzare il sistema più dei conflitti in Medio Oriente, dove la Russia e a maggior ragione la Cina sono rimaste relativamente distaccate – quale sarà la politica della nuova amministrazione americana? Cosa accadrà nei prossimi anni alle relazioni sino-americane, che inevitabilmente “struttureranno” il sistema da sole?
(Patrick PASCAL, Ex Ambasciatore di Francia, 15 giugno 2025 )