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Domanda – Grande Re, è giunto il momento di fare un primo bilancio ora che siete tornato a Susa dopo aver compiuto grandi conquiste. I vostri contemporanei non hanno scritto delle vostre gesta e spetta senza dubbio a voi raccontarle. La mia prima domanda riguarda la guerra e la volontà di potere. Sono state al centro del progetto di Alessandro ?
Alessandro – Non si può sfuggire al proprio destino e si tende a ripetere ciò che si è vissuto. Filippo II di Macedonia, mio padre, è scomparso tragicamente, assassinato nell’estate del 336 insieme ad alcuni dei suoi discendenti e parenti. Provengo da questo crogiolo in cui la violenza è sempre stata presente.
Sono state le autorità federali, in particolare la Lega di Corinto, in grado di realizzare l’unità dei Greci, a confermarmi nel mio ruolo di capo dell’esercito. Sono state ancora loro a decidere una spedizione punitiva in Asia contro il re di Persia. Ho così ripreso il progetto ideato da mio padre. Ma non mi sono limitato a usare l’arma tradizionale della guerra contro una potenza straniera per affermare la mia egemonia sulla Grecia. Non ero forse l’erede di una dinastia che risaliva a Eracle, figlio di Zeus? Non potevo quindi che iscrivermi in una discendenza divina che mi imponeva dei doveri.
Ma lo dico spesso, devo la mia vita a mio padre, ma è ad Aristotele, il mio maestro, che devo il mio modo di vivere nobile. La guerra era quindi per me uno stato naturale in cui mi sono distinto da giovane, circondato dai compagni di mio padre, Antipatro e Parmenione, sconfiggendo prima i barbari ai confini del mondo greco fino al Danubio e le velleità di rivolta delle città dell’Attica, prima di intraprendere la lotta contro l’Impero achemenide. Ma il pensiero dei filosofi finì per temperare questa mia inclinazione bellicosa.
È vero che nel 330 ho dato alle fiamme il Palazzo degli Achemenidi a Parsa, che noi chiamiamo Persepoli, ma non solo per vendicare le devastazioni inflitte da Serse durante la seconda guerra medica. Atene fu occupata un secolo e mezzo fa e ci vollero l’eroismo di Leonida alle Termopili nel 480 e poi la battaglia navale di Salamina per salvarci dal giogo straniero. Se ho quindi ridotto in cenere il santuario nazionale degli Achemenidi e le loro ricchezze, non è stato solo per una furia dionisiaca volta a riparare l’oltraggio, ma per segnare chiaramente la fine di un dominio. Si trattava di segnalare al mondo il crollo di un assedio militare, economico e dinastico, perché la forza, la ricchezza e la gloria erano passate dall’altra parte.
Il manuale di Washington
Q – Gran Re, questa eredità guerriera e il ricordo dei conflitti del V secolo greco – che fu anche un’età dell’oro – non finirono per costituire una sorta di codice o manuale che rendeva necessario per il Re condurre la guerra ?
A – A parte infatti la discendenza divina e umana, la guerra è di per sé tanto creatrice di storia quanto ne è vittima. Dopo una prima offensiva persiana, che tra l’altro sottomise la Macedonia, la prima guerra medica condotta da Dario nel 490, in risposta alla rivolta delle colonie greche dell’Asia Minore, richiese da parte nostra uno scatto vitale.
La seconda guerra medica di Serse I nel 480 mise ancora più a rischio l’esistenza della Grecia. Le forze erano sbilanciate, poiché il re dei Persiani poteva mobilitare 300.000 uomini e 1.200 navi da guerra, il doppio delle nostre imbarcazioni, senza contare i 60.000 mercenari greci al servizio del Gran Re. Serse forzò il passaggio delle Termopili, nonostante l’eroica resistenza di Leonida, re di Sparta, e occupò Atene e l’Attica. Gli stretti passaggi di Salamina permisero di ridurre la forza navale nemica.
Il codice della guerra è in definitiva anche quello del destino. Come disse allora Eschilo: «sono la terra e il mare che hanno combattuto per i Greci» e il peso della decisione degli dei nella conduzione degli affari umani fece il resto.
La dissuasione del debole nei confronti del forte
Q – Come poté avvenire il rovesciamento, tenuto conto del rapporto di forza iniziale, a favore del più debole rispetto al più potente ?
A – Un sentimento nazionale finì per riunire le città, in particolare Atene e Sparta, il che si tradusse infine sia in mare che in terra. Emersero grandi figure che fecero la differenza rispetto alla minaccia dell’autocrazia.
Temistocle fu l’uomo della potenza marittima ateniese. Fece pervenire a Serse la falsa notizia di una fuga dei Greci nella regione dello stretto di Corinto; ciò portò la flotta persiana ad avventurarsi negli stretti passaggi di Salamina, dove fu decimata il 29 settembre 480. Questa operazione, di audacia senza pari, fu completata dalla vittoria terrestre dello spartano Pausania.
La spedizione dei Diecimila attraverso l’Impero achemenide, descritta da Senofonte nell’Anabasi, era già stata fonte di ispirazione. Essa dimostrò infatti che un corpo di spedizione di soldati greci era stato in grado di attraversare un intero impero, imbattuto e con perdite limitate. Si ricorda la gioia dei combattenti quando finalmente raggiunsero il mare al loro ritorno. Il fatto che dei mercenari al servizio della Persia fossero stati in grado di dimostrare tali capacità poteva portare a immaginare forze che sarebbero state decuplicate da un sentimento realmente nazionale.
Dopo le mie prime battaglie in Asia Minore e soprattutto la vittoria di Isso su Dario III nel 333 e la campagna d’Egitto nel 332-331, si aprirono sette anni di conquiste con un pugno di uomini, oltre la fertile Mesopotamia e il Mar Caspio, in Asia centrale e attraverso la formidabile barriera montuosa dell’Hindu Kush fino all’alto Indo vicino al Kashmir e al Punjab. La partenza dalla Siria nel 331 era avvenuta con soli 40.000 fanti e 7.000 cavalieri.
Ma alla inferiorità numerica, di fronte alle schiere inesauribili di un impero continentale, abbiamo contrapposto la resistenza, il valore combattivo e la mobilità. Le falangi macedoni hanno abbandonato le loro pesanti corazze e i loro scudi pesanti in favore di lunghe lance; la cavalleria era di un’audacia senza pari, esperta in fulminee riposte; Alessandro ha voluto dare l’esempio, non ha affidato la guerra ai satrapi; l’ha condotta lui stesso e avrebbe potuto persino morire nella battaglia del Granico. È possibile che il pellegrinaggio al sito di Troia, in memoria di Achille, mi abbia protetto.
Pace e guerra tra le nazioni
Q – Le vittorie militari sono garanzia di una pace duratura ?
A – Il mio ordine si basava sull’uso della forza che esso legittimava. Non appena la mia lancia fu piantata per la prima volta sulla riva asiatica dello stretto da un uomo privilegiato, favorito dagli dei, fu avviato il progetto di un impero di tipo nuovo.
Ma se il trionfo delle armi è spesso la condizione permissiva per il ritorno a tempi più pacifici, non è necessariamente la condizione sufficiente. Temistocle, il grande uomo della seconda guerra medica, subì ad esempio le vicissitudini della vita politica delle città; alla fine fu ostracizzato e morì in esilio in Asia Minore. Ci vollero trent’anni, con la pace di Callia nel 449, perché fossero garantite l’autonomia delle città e la smilitarizzazione delle coste occidentali dell’Asia Minore.
Le vittorie militari non sono quindi sufficienti e l’esercito conquistatore ha saputo trasformarsi anche in amministrazione. Gli ufficiali macedoni sono stati così nominati nuovi satrapi con guarnigioni ridotte, senza modificare realmente il precedente sistema di amministrazione locale che aveva dato buoni risultati. Le oligarchie furono talvolta sostituite da regimi democratici, il che valse il sostegno popolare. La restituzione dei tributi rispose alle aspirazioni di governance regionale. Infine, il culto di Alessandro iniziò a diffondersi durante la sua vita in un nuovo universo politeista e questo consolidò il tutto.
Tagliare il nodo gordiano
Q – Si può considerare che le grandi imprese belliche, così come una legittima reazione all’aggressione esterna, esprimano l’essenza di un grande capo ? Tagliare il nodo gordiano ne è stato un esempio ?
A – Il triplice valore di Gordion, nel cuore dell’Anatolia, come snodo stradale, postazione militare e luogo di rifornimento, spiega le decisioni audaci che ho preso. Esse sono del resto conformi alla mia concezione della politica e del potere. Si tratta di una materia nobile che consiste nella definizione chiara di una linea guida e nell’espressione di una volontà di agire; l’una non può prescindere dall’altra: è inutile fissarsi obiettivi che non si ha l’energia di realizzare; volere è vano se non si sa in quale direzione si vuole andare. Questa combinazione virtuosa è la nobiltà della funzione e deve essere condivisa da tutti coloro che hanno fede in me.
L’aquila che, davanti a Gordios, è venuta a posarsi come annunciatrice dell’Impero è senza dubbio la replica delle aquile delfiche incaricate da Zeus di fissare il luogo dell’omphalos. Un’antica tradizione prometteva l’Asia a chi fosse riuscito a sciogliere il complesso nodo che fissava il giogo al timone del carro del fondatore della dinastia. Ho quindi tagliato il nodo con un colpo di spada e realizzato la predizione divina. D’ora in poi, al posto della pietra che simboleggia il centro del mondo, la mia posizione ne segnalerà il centro di gravità. Questo sarà dove sarò io.
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