Tra pressioni politiche e silenzio europeo, la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967 mette alla prova il governo Meloni.
In un momento di crescente critica internazionale alla guerra israeliana a Gaza, Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, ha preso una posizione molto chiara nei confronti del governo italiano, chiedendo a Roma di abbandonare la sua politica di ostruzionismo alle sanzioni europee contro Israele e di revocare quello che gli osservatori hanno definito il “veto politico” che impedisce una posizione europea più rigorosa.
La Albanese ha annunciato il suo pieno sostegno alla petizione lanciata dal quotidiano “Il Fatto Quotidiano” tramite la piattaforma “EuCelgo”, che chiede al governo italiano di cessare l’opposizione alla sospensione dell’Accordo di Associazione UE-Israele, un accordo che garantisce a Tel Aviv ampi vantaggi commerciali e strategici con il continente europeo.
Con tono deciso, la funzionaria delle Nazioni Unite ha sottolineato che la questione non è più un gesto simbolico o una mossa di pubbliche relazioni, ma un vero e proprio strumento di pressione in grado di influenzare il comportamento di Israele. Ha affermato che, nonostante la sua forza militare, Israele rimane fortemente dipendente dai suoi legami economici e politici con l’Europa, rendendo le sanzioni un mezzo efficace per fermare quella che ha definito la sua “aggressione in corso”, non solo contro i palestinesi, ma anche contro il Libano e altri paesi della regione.
Albanese ritiene che l’accordo di associazione UE-Israele costituisca la spina dorsale delle relazioni economiche tra le due parti, rendendo l’Unione Europea il principale partner commerciale di Israele. Pertanto, sostiene, la sospensione dell’accordo non sarebbe solo un messaggio politico, ma un passo concreto in grado di esercitare una pressione diretta sul governo israeliano.
In risposta al tradizionale discorso occidentale che collega qualsiasi critica a Israele alla messa in discussione del suo “diritto all’autodifesa”, Albanese ha categoricamente respinto tale argomentazione, affermando che le azioni di Israele “non possono essere ridotte al quadro della protezione della sicurezza”, ma sono diventate, per usare le sue parole, “una minaccia per la vita di altri popoli e per la stabilità dell’intera regione”.
La relatrice speciale delle Nazioni Unite si è spinta ancora oltre, accusando alcuni governi europei, tra cui l’Italia, di usare la propria influenza politica per ostacolare misure che, a suo dire, sono conformi al diritto internazionale e persino alle stesse norme europee, le quali prevedono chiaramente la possibilità di sospendere gli accordi con qualsiasi parte che commetta gravi violazioni dei diritti umani.
In una critica feroce alla narrativa ufficiale israeliana, Albanese ha respinto quelli che ha definito tentativi di distinguere tra “intransigenti” e “moderati” all’interno del governo di Benjamin Netanyahu. Ha sostenuto che presentare figure come Itamar Ben-Gvir come l’eccezione estrema è solo un tentativo di insabbiare un governo che, in sostanza, adotta lo stesso approccio.
Ha sottolineato che le politiche proposte contro i palestinesi, comprese le richieste di pena di morte, non sono posizioni individuali isolate, ma riflettono piuttosto uno stato di consenso politico all’interno delle istituzioni di governo israeliane. Questo, ha affermato, contraddice l’immagine che la propaganda israeliana cerca di proiettare al mondo.
Le dichiarazioni di Albanese pongono il governo georgiano di fronte a un complesso dilemma politico e morale: continuare ad allinearsi alla posizione israeliana nonostante le crescenti critiche internazionali in materia di diritti umani, oppure riconsiderare questo approccio e adottare una posizione europea più rigorosa riguardo alla guerra e alle continue violazioni nei territori palestinesi.
Con la crescente indignazione pubblica e per i diritti umani in Europa, Roma si trova ora di fronte a una domanda che non può più essere rimandata: per quanto tempo l’Italia potrà continuare a fornire copertura politica a Israele mentre le accuse internazionali di violazioni dei diritti umani e la catastrofe umanitaria a Gaza si intensificano?