Anna Maria Cavacini, in arte Annie Brighton, è un’artista dalla sensibilità poliedrica: cantante lirica, pittrice autodidatta e ideatrice del format itinerante Il Cuore di una Rosa, in cui musica, arti visive e letteratura si incontrano in un unico percorso espressivo. Dalle influenze liberty e decadenti fino alle esperienze internazionali tra il Carrousel du Louvre e Times Square, il suo lavoro si muove costantemente tra ricerca estetica e tensione poetica.
Quando ha capito che la musica e l’arte visiva potevano fondersi in un unico progetto artistico?
«L’ho capito quando mi è stato chiesto di cantare durante una mostra collettiva in cui esponevo anch’io. Da sempre sono affascinata dal concetto di Arte Totale tipico del Decadentismo, fondato sulle misteriose correspondances tra arti apparentemente lontane, come la musica e le arti figurative. Esiste un codice arcano di rimandi, evocazioni e richiami reciproci che mi ha sempre attratta profondamente.
Ho avuto la fortuna di incontrare persone illuminate, con l’apertura mentale necessaria a favorire questo dialogo tra le arti, e da lì è nato il desiderio di costruire un progetto in cui ogni forma espressiva potesse amplificare l’altra.»
“Il Cuore di una Rosa” è una mostra-concerto itinerante: come costruisce il dialogo tra voce, immagini e parola?
«Lo costruisco intervallando le performance canore con letture teatrali di testi legati alle tematiche delle mie opere. Ad esempio, Amber Rose, ispirata all’immaginario liberty di Mucha e alle figure femminili dorate di Klimt, è anche un omaggio alle donne dei salotti musicali e letterari frequentati da Francesco Paolo Tosti e Gabriele D’Annunzio.

Prima di eseguire alcune arie tostiane, leggo un suggestivo articolo apparso su La Tribuna nel 1888, in cui D’Annunzio descrive quelle figure femminili con straordinaria eleganza. Di recente ho coinvolto anche la professoressa Claudia Antonelli, docente di filosofia, che introduce alcune mie performance con riflessioni sul rapporto tra arte, musica e pensiero filosofico.
Inoltre, da circa un anno seguo un corso di cantautorato e sto lavorando all’idea di trasformare brevi prose artistiche dedicate ai miei quadri in racconti musicati da me, con la guida della mia insegnante Corinne Di Marco. Vorrei creare un dialogo sempre più ampio tra musica, arte e letteratura.»
Lei ha studiato tra accademie di belcanto e masterclass internazionali: qual è l’insegnamento che porta oggi sul palco con maggiore forza?
«L’insegnamento più importante è che non si arriva mai davvero: non si smette mai di imparare e nemmeno di esprimersi. La musica, l’arte e la poesia sono mondi dagli stimoli inesauribili.
Mi viene spesso in mente Il Porto Sepolto di Giuseppe Ungaretti. In quella poesia il porto sommerso diventa simbolo della creazione artistica: solo l’artista riesce a immergersi negli abissi dell’animo umano per riportare alla luce frammenti di verità, di poesia, di bellezza.
Ungaretti scrive:
“Di questa poesia
mi resta
quel nulla
d’inesauribile segreto.”
Credo che l’arte sia proprio questo: un mistero inesauribile che si manifesta per bagliori improvvisi.»
Nelle sue opere si riconoscono influenze che vanno da Shingo Araki a Klimt. Come riesce a renderle parte di uno stile personale?
«Lasciandomi guidare dall’istinto. Ho sempre ammirato grandi maestri come Klimt, Shingo Araki o Riyoko Ikeda, ma non ho mai voluto essere né manierista né epigona. Non mi interessa imitare: cerco piuttosto uno stile che mi appartenga completamente e che racconti chi sono.
In questo percorso non seguo regole precise. Lascio andare la mano liberamente e scopro soltanto alla fine dove mi abbia condotta. D’Annunzio, ne La Tregua, definisce il genio creativo un “despota”, perché si impossessa dell’artista e lo trascina in una sorta di ebbrezza dionisiaca, senza orari e senza limiti. Mi riconosco molto in questa visione.»
Dopo il Carrousel du Louvre, Times Square e i prossimi studi al Conservatorio Santa Cecilia, quale direzione immagina per il suo futuro artistico?
«Non sono molto brava a immaginare il futuro del mio percorso, anche perché ho sempre creato per il puro piacere di creare, seguendo il principio dannunziano dell’“Arte per l’Arte”. Anche le esperienze più prestigiose sono arrivate quasi per caso: non sapevo nemmeno dell’esistenza dello spazio espositivo sotto la Piramide del Louvre, né immaginavo che a Times Square si potessero realizzare videoesposizioni artistiche.
In futuro vorrei continuare a formarmi a 360 gradi e creare in piena libertà. Mi piacerebbe che il mio nome venisse storicizzato e che almeno una mia opera entrasse in un catalogo conservato in un grande museo, come il Metropolitan o il Museo d’Arte Moderna di New York. Sto vivendo alcuni contatti importanti in questa direzione e attendo l’esito di una selezione significativa.
Ma, comunque vadano le cose, mi basterà vedere negli occhi delle persone sorpresa e meraviglia davanti alle mie opere. Credo che il fine ultimo dell’arte sia proprio questo: sorprendere.
Come scriveva Giovan Battista Marino:
“È del poeta il fin la meraviglia:
chi non sa far stupir, vada alla striglia.”»
