Dal lungo tour nei teatri e nelle piazze italiane al ricordo di La Vita Mia: il racconto di Carlo Di Pinto tra musica, disciplina, amicizia e quella sorprendente traiettoria che unisce il bambino del 1989 al musicista oggi sul palco con Amedeo Minghi
di Stefano Colucci
Ci sono storie che si costruiscono con metodo, sacrificio e talento. E poi ce ne sono altre nelle quali, a un certo punto, sembra insinuarsi qualcosa di più difficile da spiegare: una coincidenza, un ricordo lontano, un filo invisibile capace di unire epoche diverse della stessa vita.
La storia di Carlo Di Pinto e Amedeo Minghi appartiene forse a entrambe le categorie.
È una storia di musica, certamente. Ma è anche una storia di uomini, di chilometri percorsi insieme, di palchi montati sotto la pioggia, di tensioni nascoste dietro le quinte, di perfezionismo, amicizia, paura, disciplina e improvvisi momenti di felicità.
Dopo un lunghissimo tour 2025/2026 di oltre trenta date tra teatri e piazze d’Italia, Carlo Di Pinto non sceglie il linguaggio del successo quando gli chiedo cosa gli sia rimasto di questa esperienza.
Mi parla, prima di tutto, di crescita.
«Questo lungo tour mi ha dato tanto dal punto di vista emotivo, oltre a farmi crescere come musicista. Mi ha forgiato soprattutto come uomo. Mi sento una persona migliore».
Ed è forse proprio da qui che bisogna cominciare.
Perché dietro il fascino apparentemente perfetto di un concerto esiste un mondo che il pubblico non vede.
Esistono le ore trascorse in viaggio, le attese, la stanchezza, le prove, le tensioni. Ma soprattutto esistono le persone.
Durante gli spostamenti, racconta Carlo, tra i musicisti non si parla necessariamente di musica. Qualche indicazione tecnica, uno stacco, un finale da sistemare. Poi, chilometro dopo chilometro, sono le vite a prendere il sopravvento.
Le fragilità.
I caratteri.
Le storie personali.
«Dietro quelle corde, dietro quei tasti e quei tamburi, ci sono le persone».
Una frase semplice, ma probabilmente una delle più autentiche dell’intero racconto.
Perché uno spettacolo può apparire perfetto solo quando chi lo costruisce riesce a governare tutto ciò che perfetto non è.
Gli imprevisti, le tensioni, i confronti.
E poi quella sensazione che cambia tutto quando finalmente si sale sul palco.
«Il palco è gioia pura. Gli applausi, la gente accalcata per assistere al concerto, sono la medicina giusta per guarire da qualsiasi malinconia».
La musica, allora, smette di essere soltanto esecuzione.
Diventa una forma di restituzione.
Una piazza, la pioggia e migliaia di persone
Tra i ricordi del tour ce n’è uno che sembra costruito per il cinema.
Una data in Abruzzo.
Pioggia e vento sembrano aver compromesso definitivamente il concerto.
Musicisti e tecnici si rifugiano in un bar mentre lo spettacolo appare ormai destinato a saltare. Poi, contro ogni previsione, il tempo cambia.
Esce il sole.
Inizia una corsa.
I tecnici tornano sul palco per liberarlo dall’acqua, i musicisti recuperano gli strumenti. Il tempo per prepararsi è pochissimo e non c’è nemmeno la possibilità di effettuare un sound check completo.
Per una ragione molto semplice: la piazza è già piena.
«Arrivarono migliaia di persone uscite da non so dove», ricorda Carlo.
E quello che poche ore prima sembrava un concerto destinato a non esistere diventa uno dei più belli dell’intero tour.
Forse è questo uno dei privilegi della musica dal vivo: la possibilità di trasformare l’imprevisto in qualcosa di irripetibile.
Amedeo Minghi, il dettaglio come disciplina
Quando cominciamo a parlare di Amedeo Minghi, Carlo tiene immediatamente a fare una precisazione.
Prima ancora del grande artista, vuole raccontare l’uomo.
«Il Maestro Amedeo Minghi è innanzitutto una bella persona. Questo ci tengo a dirlo».
Poi arriva inevitabilmente il musicista.
E qui emerge il ritratto di un artista per il quale il dettaglio non è un elemento secondario, ma parte integrante della creazione.
Minghi viene descritto come un perfezionista assoluto.
Sul palco vede tutto.
Ascolta tutto.
Controlla tutto.
«Si accorge di ogni virgola, ogni spostamento, ogni nota. Persino del colore di un cavo».
Può sembrare un particolare marginale, ma racconta invece una concezione molto precisa dell’arte: il pubblico vede il risultato finale, l’artista vede ogni singolo elemento necessario affinché quel risultato esista.
Nulla viene lasciato al caso.
E Carlo, perfezionista a sua volta, sembra essersi riconosciuto immediatamente in questa impostazione.
Ma ciò che più lo affascina è la struttura della musica di Minghi.
La definisce con tre parole:
trionfale, orchestrale, totale.
Partiture complesse, stratificate, cambi di tonalità continui, melodie che si sovrappongono a costruzioni armoniche ricche e articolate.
«Più scavi, più trovi».
È un’espressione che potrebbe essere utilizzata per descrivere molte grandi opere d’arte.
Perché le opere autenticamente complesse possiedono proprio questa caratteristica: non si esauriscono alla prima osservazione.
E forse non è casuale che, parlando da uomo d’arte prima ancora che da intervistatore, sia proprio questo aspetto a colpirmi maggiormente.
La musica di Minghi sembra richiedere ciò che richiede un dipinto antico: avvicinarsi, osservare, tornare indietro, scoprire un livello che prima era rimasto nascosto.
Carlo ha cercato proprio quei livelli.
Ha studiato le melodie meno evidenti, tentando di restituirle attraverso la propria chitarra senza tradire l’identità musicale originale.
Il percorso lo riassume splendidamente lui stesso:
«All’inizio ho imparato, poi ho eseguito e infine ho interpretato».
Tre passaggi.
Tre livelli differenti.
Ed è nell’ultimo che nasce veramente il musicista.
«Abbiamo trovato il violinista»
Anche le grandi band sviluppano un proprio lessico, fatto di rituali e piccole paure.
Una di queste, racconta Carlo sorridendo, è la temuta “convocazione”.
Quando Amedeo Minghi deve correggere qualcosa, che riguardi un musicista o un tecnico, la questione viene affrontata privatamente nel camper.
E così, nel gruppo, essere convocati assume un significato ben preciso.
Carlo scherza sul fatto di non esserlo mai stato.
Almeno fino a oggi.
Ma c’è un episodio che vale più di molte parole.
Durante uno dei primi concerti, al termine di un suo intervento, Minghi si gira verso il Maestro Giandomenico Anellino e pronuncia una frase destinata a rimanere impressa nella memoria di Carlo:
«Abbiamo trovato il violinista».
Un chitarrista definito violinista.
Non per errore.
Ma per la capacità di trasformare lo strumento e renderlo funzionale alla melodia.
«È stato il complimento più bello. Mi è passata tutta la tensione».
In quel momento Carlo comprende definitivamente quale debba essere il proprio posto all’interno di quell’universo musicale.
Non imporsi sulla musica.
Non modificarla per dimostrare qualcosa.
Ma rispettarla.
«Da quel momento ho capito che era quella la mia strada: il rispetto per le melodie».
Ed è una frase che contiene, in fondo, una piccola lezione sull’arte.
Prima dell’ego dell’interprete viene l’opera.
3 dicembre 2025: una telefonata e ventisette canzoni
Poi c’è il giorno in cui tutto comincia davvero.
3 dicembre 2025.
Carlo riceve una telefonata dal Maestro Giandomenico Anellino.
Gli viene comunicato che sta per ricevere il file di un concerto live di Amedeo Minghi. La domanda arriva subito: sarebbe riuscito a ricavare le parti di chitarra ed essere pronto per due date ormai imminenti?
La risposta di Carlo è istintiva.
Sì.
Poi l’euforia lascia spazio alla realtà.
Non ci sono spartiti.
Bisogna ricostruire a orecchio ventisette canzoni complesse.
E bisogna farlo in meno di sette giorni.
Nel file, inoltre, quasi non esiste una traccia di chitarra elettrica, fatta eccezione per le parti registrate dal grande Bruno Marinucci.
Carlo si chiude nel proprio studio.
Giorno e notte.
Ascolta.
Cerca.
Ricostruisce.
Studia.
È il genere di lavoro che raramente arriva al pubblico, perché appartiene a quella zona invisibile in cui il talento deve fare i conti con la disciplina.
Poi arriva il momento del Teatro Acacia di Napoli.
Carlo sale sul palco convinto di affrontare un check.
Ma quello che sta per iniziare non è una prova generale.
È il concerto.
Amedeo Minghi gli si avvicina e gli domanda se abbia bisogno di provare ancora qualcosa.
Carlo prende fiato.
E risponde:
«No Maestro, sono pronto».
È probabilmente in quelle tre parole che si concentra tutta la settimana precedente.
La paura.
Lo studio.
La responsabilità.
E la decisione di accettare la prova.
Più tardi lo stesso Minghi gli avrebbe spiegato che non esisteva altro modo per testarlo se non “buttarlo nella mischia”.
Carlo, a posteriori, ammette di aver pensato che quella fosse stata davvero una prova.
E l’aveva superata.
Una band che diventa famiglia
Ma nessun musicista costruisce da solo un grande spettacolo.
Ed è importante che Carlo, raccontando questo percorso, dedichi parole precise ai colleghi che lo hanno accompagnato.
Il Maestro Luca Perrone, pianista e punto di riferimento per la componente tecnica, gli ha dato consigli che Carlo dice di conservare «nel cuore».
Il bassista Alessandro Mazza lo ha continuamente stimolato a spingersi oltre.
Il batterista Stefano Marazzi, scherza Carlo, inizialmente lo osservava quasi volesse capire se fosse davvero all’altezza del compito.
Poi Rosy Messina, dalla voce che Carlo definisce stupenda, e il giovanissimo Giordano Spadafora completano un gruppo nel quale la dimensione professionale sembra essersi progressivamente trasformata in qualcosa di più profondo.
Una famiglia musicale.
È forse questo uno dei motivi per i quali il tour ha lasciato un segno tanto forte.
Non soltanto ciò che si è suonato.
Ma le persone con le quali lo si è fatto.
Il pubblico che percorre chilometri per esserci
E poi ci sono loro.
I fan.
Il Fans Club Minghi, che Carlo descrive come una presenza costante, affettuosa, capace di attraversare chilometri per seguire il Maestro nelle diverse date.
Con molti di loro è nato un rapporto spontaneo.
Carlo si ferma, parla, saluta.
È un altro elemento che, dall’esterno, potrebbe apparire secondario.
Non lo è.
Perché la storia della musica italiana è stata costruita anche da comunità di persone che hanno accompagnato gli artisti nel tempo, trasformando le canzoni in parte della propria biografia.
E probabilmente nessuna canzone rappresenta meglio questo rapporto fra musica e vita di quella che ci conduce all’ultimo episodio del nostro incontro.
La Vita Mia
Alla fine della nostra conversazione Carlo desidera ringraziarmi per averlo introdotto nella Commissione Musica dell’Intergruppo Parlamentare Sviluppo Sud, definendo un onore la possibilità di poter offrire il proprio contributo.
Poi mi dice:
«In cambio ti racconto una cosa che non ho mai raccontato a nessuno».
A quel punto non siamo più soltanto dentro un’intervista.
Entriamo in un ricordo.
Quando Carlo era bambino, i suoi genitori avevano un nastro di Amedeo Minghi.
Lo ascoltavano continuamente durante i viaggi in automobile.
Tra quelle canzoni ce n’era una in particolare.
La Vita Mia.
Quando partiva, i suoi genitori lo stringevano forte e cantavano quelle parole rivolgendole quasi a lui.
Quel nastro era stato acquistato nel 1989.
L’anno in cui Carlo era nato.
Oggi, molti anni dopo, Carlo Di Pinto si trova dietro la propria chitarra.
Davanti a lui c’è Amedeo Minghi.
Parte La Vita Mia.
Migliaia di persone la cantano.
E Carlo, per qualche istante, non è più soltanto il musicista professionista impegnato in un grande concerto.
È nuovamente quel bambino seduto in automobile.
La musica compie così un giro lunghissimo per tornare esattamente nel punto dal quale era partita.
Solo che tutto, nel frattempo, è cambiato.
I genitori che stringevano il proprio figlio ascoltando una voce provenire da una cassetta non avrebbero potuto sapere che, decenni più tardi, quel figlio avrebbe suonato accanto all’uomo che quella voce l’aveva resa immortale.
Non tutto deve necessariamente avere una spiegazione.
L’arte, talvolta, possiede proprio il privilegio di lasciare alcune domande sospese.
Carlo stesso, alla fine del nostro incontro, ne formula una.
«Il destino è stato davvero così burlone?»
Forse.
Oppure certe melodie cominciano ad accompagnarci molto prima che possiamo comprenderne il significato.
E aspettano.
Attraversano gli anni, cambiano forma, si nascondono nella memoria.
Finché un giorno, sotto le luci di un palco, davanti a migliaia di persone, tornano a cercarci.
E quando accade, comprendiamo che alcune canzoni non fanno semplicemente parte della nostra vita.
Alcune canzoni, in qualche modo, erano già lì ad aspettarla.
foto di Felice Cucinotta