L’incertezza: su un treno in corsa

Stiamo vivendo un periodo storico di incertezza tra i più singolari, probabilmente, della nostra civiltà. Un periodo in cui, pur essendo informati di tutto ciò che accade in ogni parte del mondo, siamo sempre più spaesati. Sempre meno comprendiamo tutto ciò che accade intorno a noi. Infatti, i riferimenti che abbiamo del passato, la storicità degli eventi, non sono più sufficienti a spiegare il futuro.

Stiamo vivendo su un treno in corsa, incerti sulla sua destinazione e minacciati da eventi imprevedibili. La rivoluzione tecnologica, il mercato dominante, la globalizzazione, la competitività e la precarietà, l’inattesa pandemia, il cambiamento ininterrotto e continuo e l’ignoto futuro.

Questo si somma alla continua necessità di adeguarsi a rapidi mutamenti di priorità, di prospettive, senza la certezza che questi aspetti possano rimanere immutati.

È questo vivere in una costante incertezza che ci logora e ci fa sentire vittime impotenti di un sistema/ingranaggio. Siamo imprigionati da strumenti che non possono fermarsi mai, pena l’essere espulsi dal sistema stesso e non trovare altra collocazione. Situazione acuita in questo nefasto 2020 dove ogni minima certezza, ogni misero appiglio è stato annullato e distrutto dalle conseguenze di una pandemia.

Da un treno in corsa - Rita Marizza

Crisi a più livelli

Questa crisi si esprime a diversi livelli, tutti essenzialmente interconnessi,innanzitutto a livello individuale. L’uomo che vive nella “modernità liquida”, come l’ha definita Zygmunt Bauman, è ammalato di incertezza e di frenesia, in preda a variabili infinite, incontrollabili. Impotenti e spaesate, le persone si rendono conto d’essere congedabili in qualsiasi momento e in qualsiasi situazione. Nella nostra vita affettiva e familiare, nelle amicizie personali, nell’attività lavorativa e nei contatti con i colleghi vige la precarietà. Il lungo termine sembra non esistere più, l’attaccamento si affievolisce, i rapporti si possono troncare con un SMS o su social network. Basta un tweet o un messaggino su WhatsApp per dare l’addio a chi si dichiarava di amare il giorno prima.

La comunità sociale e lavorativa è sempre variabile, si cambia lavoro, residenza, conoscenze, presi nel vortice di un’esistenza che niente lascia immutato. Dominano, per dirla con Spinoza, le “passioni tristi” cioè il senso di impotenza e di disgregazione. L’enorme sviluppo del sapere della scienza, che sembrava consentire all’uomo il dominio sulla natura, in realtà ha lanciato gli uomini nella totale incertezza. La persona è, poi, sempre più assorbita dalla sfera lavorativa tanto che a ognuno di noi sembra di “non avere mai tempo”. Ed effettivamente si percepisce questo cambiamento continuo e rapido con ritmi che vanno aldilà di ogni epoca storica. È proprio l’effetto della “modernità liquida”. Le forme sociali non conservano a lungo la loro forma poiché si sciolgono improvvisamente prima ancora di assumerne una.

Le cause

Le cause sono molteplici e le origini sono essenzialmente socio-economiche, ad esempio la globalizzazione e la forte interconnessione tra i mercati. Altro elemento chiave sono la fortissima evoluzione tecnologica, soprattutto in alcune zone del globo. Mentre i pesanti squilibri geopolitici provocano migrazioni di vaste fette di popolazione in cerca di pace e di benessere. La crisi economica e la disoccupazione hanno importanti conseguenze psico-sociali su persone, famiglie e società.

Insomma, veniamo da un’epoca in cui eravamo stati educati alla conservazione della famiglia, delle tradizioni, della casa, del posto di lavoro, degli oggetti stessi. Ma nell’arco di un ventennio siamo balzati in un mondo che esige il cambiamento, il dinamismo, la flessibilità, la crescita a ogni costo. Non dobbiamo più dare ascolto alle leggi della natura ma a quelle economiche del business che regolano, o meglio, de-regolano le nostre esistenze.

In effetti la vita dell’uomo è subordinata alle esigenze economiche e tecnologiche e, purtroppo, i fini dell’economia non coincidono con quelli dell’uomo. La produzione ha per ultimo scopo l’autopotenziamento, che non riguarda il benessere dei cittadini e le idee riconosciute universalmente sono solo quelle del business. Ne è prova la frase che sentiamo pronunciare continuamente da economisti e politici “Bisogna rilanciare i consumi per aumentare la produzione”.

Incertezza nell'arte moderna

Il lavoro come ricatto sociale

Dunque, dobbiamo consumare per produrre invece che produrre per consumare, come esigeva un’economia a livello-uomo. Le tecniche del marketing creano ulteriore incertezza e confusione con una strategia sempre più abile e sofisticata nel proporre prodotti e servizi inutili. Il consumatore, in balia di questi stimoli contrastanti, prova frustrazione quando non può permettersi spese aggiuntive.

Così si è spinti a guadagnare sempre più, a lavorare sempre più, con un’ansia e un’attenzione spasmodica nel “mantenere il posto di lavoro”. Invece, per chi non ce l’ha, scatta la ricerca folle, adattandosi a qualsiasi compromesso pur di soddisfare le esigenze del mercato e delle aziende.

Focus sulla competizione

Ma l’azienda, qualsiasi azienda, non dà sicurezza, vige il precariato, il contratto a progetto, l’assunzione a breve e brevissimo termine, anche giornaliera. Le aziende hanno come fine la produttività maggiore a bassi costi, quindi meno lavoratori impiegati a parità di risultato.

 Siamo nell’era del Longlife Learning cioè dell’apprendimento continuo, per tutta la vita, poiché stiamo esasperando il nostro ciclo di vita nel mondo del lavoro. Bisogna sempre sentirsi giovani, competitivi, motivati. Pena l’esclusione, l’espulsione dal treno in corsa e la perdita di tutto ciò che si è conquistato e fatto nella vita e nel lavoro.

I risultati a livello umano sono devastanti perché contribuiscono ad aumentare le ansie da prestazione e a destabilizzare i rapporti interpersonali. Si è totalmente assorbiti dal lavoro e non si ha più tempo per sé stessi e la famiglia. Ci troviamo perciò stanchi, frettolosi, irritabili, diffidenti e non si vede una via d’uscita in un futuro sempre più nebbioso e dominato dall’incertezza.

Siamo tutti dipendenti dai prodotti della tecnica: computer, telefoni, automobili, elettrodomestici, Internet, in casa e fuori, nei rapporti con gli altri, al lavoro. Tutta la nostra vita sembra regolata e dipendente dal funzionamento dei nostri apparati elettronici. Guai a un guasto o a una mancanza di connessione alla rete che ci destabilizza e ci fa sentire impotenti.

La tecnica non è più, ormai, uno strumento a nostra disposizione ma è diventata l’“ambiente” stesso in cui ci muoviamo. D’altronde, in una società dominata dall’efficientismo e dall’ottimizzazione del rapporto mezzo/finalità, è necessario adeguarsi.

Dal treno in corsa - Rita Marizza

Ma dove sta andando questo treno?

Ma dobbiamo anche chiederci dove stiamo andando e fino a che limite possiamo giungere.

Heidegger, già nel 1959, si espresse profeticamente in questi termini: “Ciò che è inquietante non è che il mondo si trasformi in un completo dominio della tecnica. Di gran lunga più inquietante è che l’uomo non sia affatto preparato a questo radicale mutamento del mondo”.

Infatti, oggi siamo al punto in cui gli uomini sono stati via via ridotti a “funzionari degli apparati della tecnica”. Nel contempo sono gradualmente sparite, negli anni, le botteghe artigianali, preziose attività collegate a tradizioni storiche antichissime. I loro prodotti sono stati sostituiti dai “made in China” e i lavori manuali sono considerati in subordine e affidati a immigrati o sottosalariati.

I piccoli negozi di quartiere sono ormai pochissimi, soffocati dalle catene di supermercati di proprietà delle multinazionali. Non conta più il rapporto umano, la personalità di ognuno ma solo la funzionalità dell’uomo, sempre e solo al servizio del profitto.

Tutto ciò svilisce ogni rapporto e crea incertezza e solitudine nelle persone che ricercano il benessere economico per restare sul veloce treno della modernità. Dal momento della difficile ricerca del primo lavoro in poi siamo pervasi dall’ansia del successo e dal timore del fallimento.

Come dice Bauman, troppe persone al giorno d’oggi percepiscono l’esistenza non come un fiume che scorre ma come un “insieme imprevedibile di profonde pozzanghere”. Non c’è più una direzione precisa in cui incanalare gli sforzi economici e sociali ma un correre affannoso nell’esaltazione di “flessibilità, mobilità e rischio”.

L’incertezza e l’uomo flessibile

Questo concorre al degrado progressivo della vita soggettiva e sociale e soprattutto incide sul senso di identità e sulla personalità degli individui.

Richard Sennett, sociologo americano studioso dell’individuo inserito nel lavoro e nel contesto urbano, autore de “L’uomo flessibile. Le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale”, asserisce che alla base del disagio psicologico post-moderno si trova la crisi della relazione personale. Quindi teorizza la destrutturazione e la frammentazione del tempo di vita. Anche in Bauman troviamo un’affermazione simile “Il pensiero e l’azione di lungo termine tracollano; non si può più parlare di sviluppo, maturazione, carriera. La vita si frammenta in episodi a volte anche contraddittori.”

Infatti, oggi le nostre vite non hanno traiettorie precise, si vive nell’incertezza e alla giornata scollegati da un progetto di vita a lungo termine. Non c’è tempo per fermarsi a progettare, i treni veloci sono tanti e bisogna scendere da uno e salire rapidi sull’altro, per chissà dove. Il risultato è una vita frammentata in mille episodi, ognuno scollegato dal passato e dal futuro. Bauman ha codificato alla perfezione queste regole nel suo “La Società dell’incertezza” (1999).

“Non programmare viaggi troppo lunghi – più breve è il viaggio, maggiori sono le possibilità di completarlo. Non attaccarti emotivamente troppo alle persone che incontri alle soste – meno sei legato meno ti costerà andare avanti. Non pensare alle tue risorse di oggi come un capitale – i risparmi si svalutano velocemente; oltre a tutto ciò, non differire la gratificazione.”

Opera d'arte moderna

Una vita frammentata

Ecco che, in questo modo, la narrazione della nostra vita diviene discontinua, frammentata. Procediamo adattando il nostro Sé all’incertezza e non siamo in grado di progettare il domani poiché il futuro è diventato nebbioso, ignoto. Anche la nostra identità è in continua trasformazione il che, di per sé, non è negativo. Lo diventa, però, se questa trasformazione è troppo rapida, non voluta e non conseguente alle situazioni precedenti, al di fuori di un’armonica evoluzione.

Al contrario, asserisce Bauman in “Vite di scarto”, il concetto di progresso sembra indicare “la minaccia di un cambiamento inesorabile, ineludibile. Ma invece di promettere pace e sollievo non preannuncia altro che crisi e affanni continui, senza un attimo di tregua”.

Una delle conseguenze è un senso di “smarrimento sentimentale” nei confronti della realtà, che spesso non sentiamo più appartenerci perché non sappiamo come modificarla. Deriva da qui anche un senso di non appartenenza e di sfiducia sociale nei singoli e nelle istituzioni. Prova ne è la partecipazione sempre minore delle persone alle votazioni: “Tanto non cambia nulla, non siamo noi a decidere…”. Queste le frasi più frequenti di quel 50% abbondante di persone che già da anni non va più a esercitare un suo diritto.

Lo smarrimento è di portata sociale, generato dalla crescente sfiducia nella possibilità d’essere partecipi del proprio destino e dal sentirsi abbandonati dalle istituzioni. Sfruttati e defraudati, nell’impossibilità di instaurare una relazione serena con una realtà ambigua e incoerente, vediamo il nostro futuro, avvolto nell’incertezza, sfumato, non pianificabile. “La precarietà del presente rende le mete non identificabili o prive di significato motivazionale ed esistenziale”.

La sfida

La gara della modernità, quindi, ci sfida su un terreno molto complesso, personale e profondo. Dobbiamo essere capaci di riconoscere, raccogliere, costruire ed esprimere la nostra identità in un contesto psicosociale che sembra fare di tutto per impedircelo. Intanto, mentre il treno corre, ci viene in soccorso l’Arte, con la A maiuscola, che, specchio della società, ha sempre una risposta.

Gli artisti, come i filosofi, inseriti nella società e spettatori attivi, raccontano la tensione dei dubbi della creazione artistica e della realtà sociale. Nasce quindi una corrente di pittori la cui caratteristica è la “sfocatura” come principale strumento-guida per la conoscenza del reale. Questa tecnica è particolarmente significativa proprio per la sua capacità di evidenziare i limiti dell’esperienza umana.

Tra questi il capofila è il tedesco Gerhard Richter (1932) che sostiene: “Tutte le parole, le linee, i gesti sono determinati dall’epoca in cui viviamo. Per il singolo individuo, l’esperienza collettiva della propria epoca rappresenta un legame, ma anche una sicurezza, ci sono sempre delle possibilità, anche nelle disgrazie”.

La sfocatura di Richter

“Spiegare l’inspiegabile”

Richter si riferisce all’incapacità dell’uomo moderno, in un momento in cui tutto diventa razionale e spiegabile, di “spiegare l’inspiegabile”. La realtà assume così proporzioni e aspetti mostruosi, compresa la dimensione di un futuro sempre più incerto. “Può sembrare strano non sapere dove si stia andando, l’essersi persi, l’essere perdenti, ma rivela invece fede e ottimismo più grandi….Bisogna aver perso Dio per poter credere, aver perso l’arte per poter dipingere”.

Richter viene celebrato come il maggior pittore vivente, infatti, con il suo incessante lavoro, afferma la vitalità della pittura e la sua fede nell’arte. “L’arte è religione, è l’ultima forma di speranza, che rende possibile sopportare la nostra follia e la nostra brutalità infinita”.

Il mondo in cui viviamo ha, infatti, dolorosamente, un bisogno assoluto di una messa a fuoco più morbida delle problematiche sociali e individuali. C’è bisogno di flessibilità e di tolleranza. Come asserisce Wolfgang Ullrich, filosofo e storico dell’arte, il fenomeno del “fuori fuoco” può definirsi un’ “attitudine culturale” della contemporaneità. In essa si riflette sia la tradizione dell’illusionismo pittorico sia il moderno rifiuto dell’imitazione.

Ma ancora più attraente e intrigante è il fatto che rappresenta la sintesi tra l’arte astratta e la figurativa. Inoltre, contrasta la sovrabbondanza di stimoli, infatti, oberati da miriadi di immagini chiediamo all’Arte anche uno spazio di riposo, di riflessione, di alleggerimento.

Gestire l’incertezza

In questo momento storico epocale vediamo stravolti stili di vita che credevamo stabili nel tempo e ci sentiamo sopraffare dall’incertezza a livello globale. L’Arte ci insegna però che l’incertezza nella stabilità economica, occupazionale, culturale e politica deve essere gestita, non subita, né tantomeno esasperata. Infatti la straordinaria velocità delle comunicazioni ci consente di condividere a livello globale timori e incertezze ma li portiamo all’esasperazione, senza una visione obiettiva.

Dobbiamo saper gestire l’incertezza per consentirci di partecipare, seppur parzialmente, al cambiamento che sta avvenendo fuori ma anche dentro di noi. Siamo poco educati all’incertezza e questo provoca ansia e frustrazione, pur essendo consci che nella vita c’è sempre ampio spazio per l’aleatorio. Ben poco di ciò che ci riguarda può essere programmabile o prevedibile, la nostra vita è costellata di eventi legati al caso. Sentiamo il bisogno di programmare tutto, per sentirci rassicurati, ma viviamo nella “modernità liquida” in cui l’incertezza è ormai un dato di fatto esistenziale.

D’altronde il tutto programmato può portare all’immobilismo, all’abitudine e persino a confondere la realtà con le nostre rappresentazioni mentali. Mentre l’incertezza può aiutarci a creare ipotesi innovative, a cercare nuove soluzioni ai problemi, a fare supposizioni per cercare o per adattarci al cambiamento. Possiamo creare nuovi schemi mentali, valorizzando la crescita della creatività e della libertà individuale, dando “significati” diversi alle cose e agli eventi.

La “ricerca del significato”

Il pedagogista Jerome Bruner asserì che a contraddistinguere la specie umana è proprio la “ricerca del significato”. Questa ricerca fa parte del processo creativo che, non solo per l’arte visiva ma anche per l’immaginazione e l’affettività. Studi psicologici hanno, infatti, dimostrato che non sempre è svantaggioso essere in una situazione di incertezza o di mancanza di controllo. La mente stessa si attiva per compensare e funzionare in modo alternativo, cercando di cogliere una struttura su cui basarsi e una logica nascosta.

Ecco che la creatività può essere non solo uno degli antidoti per la situazione dell’incertezza in cui viviamo. Ma può diventare anche una via privilegiata per un’emancipazione individuale e sociale, fattori necessari per vivere positivamente nella modernità globale. Proprio attraverso l’Arte possiamo trasmettere un senso di fiducia nell’affrontare l’incertezza, intesa non come pericolo inevitabile ma come possibile opportunità di rinnovamento e crescita.

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