La Santa Sede in diplomazia

La Chiesa Cattolica Apostolica Romana è l’unica confessione religiosa che ha pieno accesso alle relazioni diplomatiche. Ciò è dovuto in primo luogo al fatto che il suo governo supremo, la Santa Sede, nel corso dei secoli ha mantenuto soggettività internazionale e riconosciuta eminenza negli affari internazionali. La Santa Sede, che esercita sovranità territoriale sullo Stato della Città del Vaticano, intrattiene relazioni diplomatiche con 183 stati, ai quali vanno aggiunti l’Unione Europea e il Sovrano Militare Ordine di Malta. Inoltre, essa è osservatore permanente alle Nazioni Unite e in molte organizzazioni intergovernative regionali, ed è parte di importanti convenzioni internazionali.

L’eccezione cinese

Ad oggi, solo una manciata di stati – quattro – non ha rapporti diplomatici con la Sede Apostolica, come la Santa Sede è anche chiamata. Tra essi uno torreggia per territorio, popolazione, economia e massa geopolitica. Tale paese è la Repubblica Popolare Cinese, una nazione che si staglia da protagonista sulla scena del ventunesimo secolo. Eppure sarebbe inesatto affermare che la Santa Sede è priva di rappresentanza diplomatica in terra cinese. Infatti, la Sede Apostolica, unica in Europa, ha relazioni diplomatiche con la Repubblica di Cina – come Taiwan ancora si denomina ufficialmente – che è attualmente riconosciuta da soli quindici stati, perlopiù piccole nazioni emergenti. La Nunziatura Apostolica in Cina si trova per tale ragione a Taipei, la capitale taiwanese.

La Santa Sede e Taiwan

Quello della Repubblica di Cina, fondata nel 1912 dopo la caduta dell’ultima dinastia imperiale, era inizialmente il governo nazionale di tutta la Cina, con cui la Santa Sede aveva stabilito relazioni diplomatiche nel 1942. Ma pochi anni dopo, nel 1949, in seguito alla proclamazione della Repubblica Popolare Cinese da parte dei comunisti di Mao Tse-tung la Repubblica di Cina si trovò in ridotta sull’isola di Taiwan e alcune piccole isole limitrofe. Dal 1971, l’anno in cui la Cina comunista ha scalzato la Repubblica di Cina dal seggio della “Cina” alle Nazioni Unite, la Santa Sede non ha più nominato nunzi per la Cina, ma soltanto incaricati d’affari. La nunziatura apostolica di Taipei è quindi diretta da un semplice incaricato d’affari.

Il principio dell’unica Cina

La Repubblica Popolare Cinese afferma che il governo di Taipei è illegittimo, che considera Taiwan una provincia ribelle, e che è pronta a usare la forza nel caso di una formale dichiarazione di indipendenza dell’isola. Viene perciò richiesto agli stati che abbiano o cerchino relazioni diplomatiche con la Repubblica Popolare Cinese di aderire al principio che esiste una sola Cina, comprendente anche Taiwan e il cui solo governo legittimo è quello a Pechino che intima, senza eccezioni, di non riconoscere la Repubblica di Cina. Difatti, una della due condizioni poste dal gigante asiatico alla Santa Sede per instaurare relazioni diplomatiche è che quest’ultima si conformi al principio della “unica Cina”. Vale a dire, ponga fine ai rapporti ufficiali con Taipei. La narrativa dell’ineluttabilità del riconoscimento della Repubblica Popolare Cinese verrebbe così affermata e rinforzata, e Pechino userebbe la conversione diplomatica vaticana per dimostrare l’antistoricità e la futilità di continuare a riconoscere Taipei.

La discriminante della libertà religiosa

Tuttavia, lo scenario del grande balzo diplomatico della Santa Sede verso la Cina non è da considerarsi certo né tantomeno imminente. Per una serie di ragioni. Anzitutto, Taiwan è una realtà democratica e pluralista che garantisce piena libertà religiosa ai circa 300,000 cattolici che vivono sull’isola. La situazione dei 12 milioni dei cattolici dall’altra parte del mare è invece nettamente diversa. Il governo cinese, infatti, sta attuando una politica di “sinicizzazione delle religioni” volta allo stretto controllo della vita istituzionale e financo dottrinale dei gruppi religiosi, perseguitando chi dissente. Il clero e i fedeli cattolici che non accettano di sottostare alle imposizioni governative non di rado soffrono vessazioni e prigionia. Per lungo tempo, la Chiesa Cattolica in Cina è stata divisa in due segmenti: i cattolici “sotterranei” e quelli “ufficiali”. Mentre i primi vivono la loro fede in una pericolosa zona d’ombra, i secondi sono inquadrati in organizzazioni statali che ne assicurano l’ortodossia politica. Tale dicotomia è stata, in teoria, risolta e superata in forza dell’Accordo Provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese sulla nomina dei Vescovi, siglato nel settembre 2018.

L’Accordo Provvisorio sui vescovi del 2018

l’Accordo Provvisorio, che ha valore biennale e il cui testo non è stato reso pubblico, stabilisce un modus operandi per la nomina e il reciproco riconoscimento dei vescovi. Segnatamente, una questione spinosa e cruciale nei rapporti tra la Santa Sede e la Cina era proprio la scelta dei vescovi, a volte nominati senza il consenso del Papa e quindi non in comunione con Roma. Per quanto è dato conoscere, l’accordo prevede che la Sede Apostolica abbia facoltà di indicare il più idoneo di una terna di candidati proposta dal governo cinese. Inoltre sembrerebbe che il Papa possa, per seri motivi, porre il veto su figure non gradite. L’accordo, dunque, sancisce il riconoscimento, almeno sul piano formale e procedurale, del primato petrino nelle nomine episcopali. Al tempo stesso, viene attribuito a Pechino un ruolo prominente, quasi principale, nella selezione dei vescovi.

Obiettivi divergenti

Al di là del risultato tattico di avere un sistema di convergenza parallela per la nomina dei vescovi, la Santa Sede e i leader cinesi vedono l’Accordo Provvisorio come un mezzo per realizzare i loro rispettivi intenti strategici. Questi sono di grande portata ma tra loro divergenti. O meglio, opposti. La Santa Sede considera l’accordo sia come una piattaforma per allargare il dialogo con Pechino, sia come una via per ricondurre all’unità i fedeli “sotterranei” coi loro fratelli “ufficiali”, vedendo nel contempo l’autorità papale riconosciuta anche dal governo. Per il Partito Comunista Cinese l’accordo, oltre a sanare la posizione di alcuni vescovi di nomina governativa in precedenza scomunicati, ha aperto una strada per portare tutti i cattolici cinesi sotto l’ala statale e perseguirne la subordinazione al governo, esautorando di fatto la Sede Apostolica. L’obiettivo finale appare essere quello enunciato nella formula mussoliniana “tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato”. In altri termini, in Cina tutto deve essere di Cesare. Anche Dio.

Il tempo è superiore allo spazio

Nondimeno, nella strategia internazionale di Papa Francesco, il dossier cinese è irrinunciabile ed inderogabile. L’approccio del pontefice argentino verso la Cina è modellato su quello del grande gesuita Matteo Ricci, che vedeva nell’operosa costruzione di ponti umani e culturali lo strumento principe dell’evangelizzazione. L’afflato missionario aveva spinto Ricci fino a un paese, la Cina, che lui diceva essere ‘alla fine del mondo.’ Con lo stesso spirito, il papa gesuita intende orientare la Chiesa verso quelle che viste da Roma sono periferie, ma che egli considera nuovi centri in cui si deve compiere la vocazione universale del cattolicesimo. L’ascesa della Cina, epitome della periferia che si fa centro, nella visione bergogliana richiede che l’azione della Santa Sede sia improntata ai quattro criteri proposti da Papa Francesco nell’Esortazione Evangelii Gaudium. Questi sono: il tempo è superiore allo spazio; l’unità prevale sul conflitto; la realtà è più importante dell’idea; il tutto è superiore alla parte. Per Bergoglio, dunque, occorre porsi in una prospettiva olistica e di lunga durata per la quale nel fluire della storia, che per il cristianesimo è dimensione teandrica, tutto può essere riconciliato e risolto.

Matteo Ricci in Cina

Nella complessa equazione sino-vaticana si possono quindi individuare quattro elementi che contribuiscono in maniera considerevole a definire lo stato dei rapporti tra le due parti e a influenzarne l’evoluzione.

Papa Francesco ha gettato le reti

1) Dopo decenni di ‘estenuante partita a scacchi tra il Vaticano e Pechino, un confronto e uno scambio in cui si alternano aperture e bruschi dinieghi, ottimistiche aspettative e “docce gelate”,’ Papa Francesco si mostra determinato ad alzare il livello del dialogo con la Cina, gettando evangelicamente le reti di Pietro in una prospettiva di incontro civilizzazionale. Con tale animo, la diplomazia della Santa Sede ha intensificato, con costrutto, gli sforzi per portare la Cina ad aprire delle finestre di trattativa sul possibile e sul realizzabile. Vi è però grande incertezza sui futuri sviluppi del dialogo: il momento positivo si evolverà in una fruttuosa politica dei piccoli passi o, al contrario, le aspettative della Santa Sede verranno frustrate dall’arroccamento della Cina sul paradigma della propria politica religiosa?

La Cina ha risposto

2) Pechino ha risposto positivamente all’invito al dialogo non solo spendendo parole di apprezzamento verso Papa Francesco, ma anche confrontandosi fattivamente con la Sede Apostolica sulla questione della “elezione democratica” (in pratica, la selezione e nomina da parte governativa) dei vescovi in Cina. Sebbene il governo cinese abbia ribadito che i principi da esso seguiti nel relazionarsi con la Santa Sede rimangono ‘coerenti, chiari e immutati’, ha comunque accettato di iniziare negoziati che hanno portato all’approvazione di un meccanismo condiviso per la nomina dei vescovi. Resta da vedere se Pechino, dopo aver ottenuto ciò che cercava grazie all’accordo, vale a dire maggior controllo sui cattolici cinesi e ritorno di immagine internazionale, si muoverà verso un punto di reciproco vantaggio oppure cercherà di attirare l’interlocutore vaticano in un limbo di conversazione cordiale ma senza sbocchi sulla libertà religiosa.

L’insistenza cinese su Taiwan

3) la disputa sulla nomina dei vescovi è stata per lungo tempo uno dei maggiori ostacoli alla normalizzazione diplomatica tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese. L’Accordo Provvisorio ha in larga misura rimosso tale problema. Nel contempo, l’insistenza di Pechino nel richiedere come condizione per lo stabilimento di relazioni formali che la Santa Sede ponga fine al legame diplomatico con Taiwan e ‘riconosca che il Governo della Repubblica Popolare Cinese è il solo governo legittimo di tutta la Cina, e che Taiwan è parte inalienabile della Cina,’ rimane uno scoglio difficilmente superabile. Perlomeno nel breve termine. Sebbene il rapporto diplomatico tra la Santa Sede e Taiwan sia spesso caratterizzato come questione ancillare piuttosto che focale nella geopolitica sino-vaticana, la sua rilevanza nel quadro d’insieme non dovrebbe essere sottostimata.

La preoccupazione di Taipei

4) In superficie, non sembra che le relazioni tra Taiwan e la Santa Sede siano state perturbate dalle nuove dinamiche sino-vaticane. I rapporti tra la Sede Apostolica e la Repubblica di Cina rimangono infatti cordiali e stabili. Anzi, Taiwan sta intensificando la cooperazione umanitaria e gli scambi culturali con la Santa Sede e la Chiesa Cattolica. Di converso, l’attivismo da parte taiwanese può essere visto come il segno della preoccupazione di Taipei riguardo alla possibilità di perdere un importante alleato diplomatico. In sostanza, mentre si adopera per rinsaldare i legami con la Santa Sede, il governo di Taiwan spera che l’intransigenza di Pechino in materia di politiche religiose continui a dissuadere il Palazzo Apostolico dall’attraversare il Rubicone diplomatico e passare alla Cina.

L’eccezionalismo etico della Santa Sede

A dispetto delle predizioni di una garrula compagine di analisti, giornalisti e commentatori a vario titolo su una svolta diplomatica prossima ventura – e delle voci che vogliono Papa Francesco convinto che “Pechino val bene una messa” – solcare d’impeto lo Stretto di Taiwan sarebbe un’impresa a dir poco ardua per la Santa Sede. Prima di tutto in forza di un limite fondamentale alla latitudine decisionale del Palazzo Apostolico: il suo status di grande potenza morale. Infatti, la Santa Sede è una entità religiosa e sovrana che conduce una diplomazia etica. Quindi, mentre la politica estera degli stati consiste essenzialmente nella difesa ed espansione del proprio potere, l’interesse nazionale della Santa Sede ha come stelle fisse l’evangelizzazione delle genti e la difesa dei diritti umani. Vi è dunque una forte aspettativa che, nella sua politica estera ed azione diplomatica, la Santa Sede non segua principi e logiche di realpolitik.

Pechino non val bene una messa

Di conseguenza, l’immagine e il prestigio globali della Santa Sede verrebbero seriamente danneggiati se questa abbandonasse Taiwan per conclamato calcolo politico. Mentre la democrazia taiwanese assicura completa libertà religiosa ai cattolici, la Cina di Xi Jinping sotto molti aspetti non la garantisce e spesso la nega. Sarebbe perciò difficile per la Sede Apostolica giustificare il passaggio a Pechino con motivazioni che trascendano il realismo politico, salvo aperture significative del governo cinese in tema di diritti religiosi. In definitiva, l’eccezionalità etica della Santa Sede rende impervia, allo stato attuale, l’opzione di una veloce normalizzazione delle relazioni con la Cina.

Prudenza e pazienza vaticane

Infine, va ricordato che storicamente la diplomazia pontificia si distingue per prudenza e pazienza. E per la proverbiale avversione al rischio. Su tale base, si può ben sperare che i diplomatici del Vaticano, con due millenni di esperienza istituzionale alle spalle, sappiano misurarsi egregiamente con i loro omologhi cinesi, che a loro volta sono eredi di una venerabile tradizione diplomatica. Il Palazzo Apostolico, ha quasi sicuramente dato considerazione alla possibilità che Pechino sia scesa a un compromesso (più di forma che di sostanza) sulla nomina dei vescovi al fine di persuadere la Santa Sede a cessare i rapporti diplomatici con Taiwan. Compiuto quel passo, la posizione negoziale vaticana sarebbe notevolmente indebolita perché la Cina non avrebbe più un forte incentivo a mostrarsi conciliante. Presumibilmente, Pechino incasserebbe la vincita per poi alzarsi dal tavolo della partita.

L’inizio di un percorso, non la sua fine

A conferma della linea di sapiente cautela della Santa Sede vi è la precisazione da parte vaticana che l’obiettivo dell’Accordo Provvisorio non è politico ma solo pastorale. Più in generale, il Cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin ha spiegato che, per arrivare alla normalizzazione delle relazioni con la Cina, ‘c’è bisogno di pazienza e perseveranza. E ci vorrà un lungo cammino, poiché abbiamo dietro di noi una storia molto, molto difficile.’ Se è vero che l’Accordo Provvisorio, che verrà con ogni probabilità rinnovato nel settembre di quest’anno, ha tagliato il nodo gordiano della nomina dei vescovi, è altrettanto vero che molte altre questioni dovranno essere appianate prima che lo stabilimento di relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese divenga una eventualità concreta. Greg Burke, ex-direttore della Sala Stampa Vaticana, ha descritto il quadro dei rapporti e la dialettica diplomatica sino-vaticani con aforistica chiarezza di sintesi: ‘Questa non è la fine di un processo, ma solamente il suo inizio.’

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