I dati sono impietosi.

L’inflazione accelera per il nono mese consecutivo, raggiungendo a marzo 2022 un livello, +6,7%, che non si registrava da luglio 1991. Secondo le stime preliminari dell’Istat, a marzo 2022, l’indice nazionale dei prezzi al consumo in Italia ha registrato un aumento dell’1,2% su base mensile e del 6,7% su base annua, dal +5,7% del mese precedente.

L’accelerazione dell’inflazione su base tendenziale è dovuta prevalentemente ai prezzi dei Beni energetici (la cui crescita passa da +45,9% di febbraio a +52,9%), in particolare a quelli della componente non regolamentata (da +31,3% a +38,7%).

Ma la crescita del prezzo dell’energia e dei carburanti aumenta i costi dei produttori che provano a scaricare l’incremento dei loro costi sul consumatore finale. Crescono quindi i prezzi dei beni alimentari e dei beni durevoli.

Insomma, una spirale innescata dalla ripresa dei consumi dopo la pandemia ed accelerata dalla guerra in Ucraina.

Ma che cos’è l’inflazione e chi ci guadagna e chi ci perde?

L’ inflazione si ha quando si registra un rincaro dei prezzi praticamente esteso a tutti i beni, un aumento quindi che non si limita a singole voci di spesa. Questo significa che con un euro posso acquistare oggi meno beni e servizi rispetto al passato. In altre parole, l’inflazione riduce il potere di acquisto della moneta nel tempo.

La moneta, infatti, non ha un valore intrinseco ma il suo valore è dato dalla quantità di merci e servizi che posso acquistare. Quindi, se i prezzi dei beni e dei servizi che consumo aumentano, ma le mie entrate monetarie rimangono le stesse, io mi ritrovo più povero, pur senza avere avuto nominalmente una diminuzione delle mie entrate monetarie.

Il termine inflazione deriva dal latino inflatio che letteralmente vuol dire gonfiare, e come tutte le cose che si gonfiano pure l’inflazione tende a scoppiare, cioè a crescere rapidamente fino ad arrivare ad un limite e poi a sgonfiarsi.

Non è affatto un fenomeno recente dovuto all’economia capitalistica e globalizzata. Per fare solo degli esempi: il Faraone eretico Amenothep IV dovette preoccuparsi di gravi fenomeni di aumenti incontrollati dei prezzi nel suo regno; e dopo la caduta dell’Impero romano di occidente, la moneta romana (assi, denari, sesterzi e aurei), anche per effetto di una lega più scadente, valeva così poco che i soldati preferirono farsi pagare in natura.

Come in tutti i fenomeni economici l’inflazione non è negativa per tutti; c’è chi ci guadagna e chi ci perde.

Iniziamo da quelli che ci guadagnano di più

I debitori

Già, non è pienamente intuitivo, ma i debitori con l’inflazione ci guadagnano. Infatti, se il valore reale della moneta diminuisce, un soggetto che deve restituire una somma ne consegnerà una quantità apparentemente uguale ma sostanzialmente minore. Quando mi sono indebitato ho preso a prestito da un creditore una quantità di moneta che mi permetteva di comprare una determinata massa di beni e servizi, ora che restituisco la stessa quantità di moneta, il mio creditore non riuscirà ad acquistare la stessa quantità di beni e servizi ma una quantità minore.

Per compensare tale effetto, durante i periodi di inflazione il tasso d’interesse, che non è altro che il prezzo del credito concesso, tende ad aumentare. Ecco perché in questo periodo i tassi sui prestiti, ad esempio i mutui per l’acquisto di un’abitazione, stanno aumentando.

E chi ci perde?

I lavoratori dipendenti e in generale tutti i percettori di redditi fisso.

I lavoratori dipendenti, infatti, non possono decidere autonomamente il prezzo della loro prestazione professionale e quindi i loro stipendi non si adeguano nell’immediato ma devono aspettare i rinnovi contrattuali, almeno 3 anni quando va bene, per sperare di recuperare almeno qualcosa del loro potere di acquisto.

In generale, ogni volta che si presentano fenomeni inflattivi importanti, questi agiscono come dei meccanismi di trasferimento di ricchezza dai percettori di reddito fisso a tutti coloro che invece possono decidere il prezzo dei beni e dei servizi venduti, come commercianti, professionisti, industriali ecc.

Ovviamente il meccanismo non è automatico, per trasferire l’incremento dei prezzi devo avere un mercato che è in grado di recepirlo. Ad esempio, i professionisti un tempo sarebbero stati avvantaggiati dall’inflazione, ma negli ultimi anni hanno perso quote rilevanti di reddito (fino al 40 per cento, ha calcolato l’Adepp, l’associazione delle casse private professionali). Con l’inflazione, al massimo possono recuperare una parte dell’incremento dei costi dovuti all’inflazione, ma con la concorrenza è difficile che possano caricare più di tanto le loro parcelle.

Sicuramente guadagnano tantissimo dall’inflazione gli speculatori

Il mercato dell’energia è un esempio di scuola in tal senso.

Il prezzo dei prodotti energetici non è fissato dall’offerta e dalla domanda reale di energia, ma dalle scommesse fatte sui contratti originari attraverso i titoli derivati (Future).

Un titolo derivato è un’opzione di acquisto o di vendita di un determinato bene ad un prezzo prefissato, si ha quindi quando le parti concordano ad oggi un prezzo per uno scambio di beni che avverrà in futuro. L’ammontare di tali titoli è talmente elevato che finisce per determinare i prezzi da cui partono i contratti sugli acquisiti di energia, quindi, la speculazione determina gli andamenti di mercato in misura maggiore rispetto alle dinamiche della domanda e dell’offerta.

In una situazione così determinata la speculazione utilizza la scusa della guerra per aumentare a dismisura i propri profitti.

Altro esempio di sovraprofitto è dato dai produttori di energie rinnovabili, questi per effetto dell’aumento della domanda dovuta sia alla transizione ecologica sia all’aumento del costo del gas dovuto alla guerra, vendono la loro energia ad un costo estremamente maggiorato adeguando il prezzo della loro energia a quella prodotta dai combustibili fossili senza averne i costi.

Ma chi paga questi extra profitti?

Purtroppo, l’inflazione dei costi energetici ed alimentari colpisce soprattutto i redditi più bassi. Chi appartiene al primo quintile di reddito (i più poveri) ha una spesa per beni energetici ed alimentari in livello percentuale molto più alta di chi si trova all’ultimo quintile (i più ricchi), perché ovviamente il consumo di questi beni non è comprimibile oltre un determinato livello e quindi, in proporzione, subirà di più l’inflazione.

Sembra quindi una buona idea quella del nostro governo di applicare una tassa pari al 10% del valore aggiunto sugli extra profitti delle aziende energetiche per poter riequilibrare la situazione e finanziarie il taglio delle accise sui carburanti, che ha portato ad una diminuzione di 25 centesimi a litro il costo della benzina

Altra buona idea sarebbe la contrattazione dell’acquisto dell’energia a livello di comunità europea, creando un gruppo di acquisto tra le principali imprese energetiche europee, che avrebbe una forza contrattuale talmente forte da poter imporre naturalmente una discesa dei prezzi. Purtroppo, credo che questa Europa, ancora troppo alle prese con gli egoismi delle singole nazioni, non avrà la forza per contrastare l’enorme potere economico degli speculatori.

Passano i secoli, ma la massima di Trilussa nella sua famosa ninna nanna: “la guerra è un gran giro de quatrini che prepara le risorse pe li ladri de le Borse” rimane più che mai vera anche nel 21° secolo.

Nel prossimo articolo parleremo di un argomento più pragmatico, cioè gli strumenti pubblici a supporto dell’investimento in beni strumentali delle PMI.

Continuate a seguirci!

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