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L’aporia dell’ulivo appassito

Editoriale di Francesco Rizzo

Io ho trent’anni. Ho trent’anni e l’amaro in bocca di chi è cresciuto nutrendosi di una nostalgia di seconda mano, di chi ha ereditato un sogno politico già impacchettato e pronto per essere svenduto. Non so più da che parte guardare le piazze, né da che parte guardare i palazzi, perché la mia generazione è nata proprio sull’illusione che quella distanza fosse stata finalmente colmata. Ci avevano cresciuti con una promessa che suonava come una profezia laica: la grande sintesi. Ci avevano detto che l’incontro tra l’anima inquieta del cattolicesimo democratico e il rigore morale della sinistra comunista non avrebbe generato un compromesso al ribasso, ma la formula perfetta per governare il nuovo millennio. L’Ulivo. Il riformismo dolce. L’alleanza strutturale tra chi un tempo pregava nelle sacrestie e chi lottava fuori dai cancelli di Mirafiori.

E noi ci abbiamo creduto. Ci ho creduto io, adolescente, guardando a quel cantiere del centrosinistra, a quella “vocazione maggioritaria” che doveva essere il nostro scudo crociato e la nostra bandiera rossa fusi in un unico, invincibile argine contro le disuguaglianze. Sembrava l’epilogo glorioso di un Novecento tragico: i figli di Dossetti e i nipotini di Berlinguer, uniti per addomesticare il capitale, per dare un’anima alla globalizzazione, per dimostrare che si poteva stare nel mercato senza diventarne schiavi.

Ma la verità, la scandalosa verità che mi toglie il fiato oggi, mentre compilo l’ennesimo contratto a progetto o guardo i miei coetanei emigrare con un master in tasca e la disperazione nel cuore, è che quella sintesi si è rivelata una gigantesca, tragica resa. Non abbiamo addomesticato il capitale; è il capitale che ha addomesticato noi. In nome della “responsabilità”, parola magica e ricattatoria con cui ci hanno drogato fin da ragazzini, abbiamo trasformato l’idealismo in contabilità. Noi, i figli della sintesi, ci siamo ritrovati a essere i chierichetti del neoliberismo. Abbiamo sostituito la Rerum Novarum e i Quaderni del carcere con le direttive della Banca Centrale Europea. Abbiamo recitato il Vangelo dello Spread come fosse l’unica liturgia possibile, convincendoci che smantellare i diritti dei lavoratori, precarizzare le nostre stesse vite, svalutare il lavoro in nome della “flessibilità”, fosse l’unico modo per salvare il Paese.

E se alzo lo sguardo dai grandi sistemi macroeconomici e lo abbasso sulla mia provincia, sui nostri piccoli centri, sulle piazze dove sono cresciuto, l’amaro si fa acido, quasi insopportabile. Un po’ lo specchio di tutti i piccoli centri dell’entroterra Italiano. Credevamo che nei municipi di paese, nelle sezioni locali, si sarebbe celebrato il miracolo: la carità cristiana della parrocchia che si sposa con l’ardore civile della Casa del Popolo. Invece, guardate cosa è diventato questo partito nei territori. Ha fagocitato, con un’avidità clinica, il peggio assoluto di entrambe le tradizioni. Dal vecchio corpaccione democristiano ha ereditato il trasformismo più cinico, il clientelismo di bassa lega, l’ossessione per il potere amministrativo e la gestione febbrile del piccolo cabotaggio: l’appalto in proroga, il favore sottobanco, il sussurro all’orecchio per la concessione edilizia. Dal vecchio apparato comunista, invece, ha mutuato l’arroganza settaria del funzionario, la rigidità burocratica, la liturgia asfissiante di correnti chiuse come fortini, dove il dissenso è lesa maestà e la fedeltà al capobastone di turno vale infinitamente più del talento. Un notabilato di provincia vestito a festa che soffoca ogni anelito giovanile, esige la tessera come lasciapassare e distribuisce briciole in cambio di un silenzio complice. Hanno creato un comitato d’affari che si commuove per i diritti civili ma volta la faccia dall’altra parte quando un operaio cade da un’impalcatura o quando a un mio coetaneo viene offerto l’ennesimo stage non retribuito.

È questa l’aporia che mi divora, il cortocircuito di un trentenne che si scopre orfano pur avendo i padri ancora seduti in Consiglio Comunale. Come posso conciliare la mia educazione ai valori della solidarietà cristiana, della dignità inalienabile della persona, con una prassi politica locale che è diventata un comitato elettorale permanente, sordo agli ultimi e prono ai potenti della vallata? Abbiamo avuto così tanta paura di sembrare vecchi, di sembrare “ideologici”, che abbiamo abbracciato l’ideologia più spietata di tutte: il mantenimento dello status quo. E ora mi ritrovo qui, fermo sulla soglia. Il cuore mi esplode di una rabbia radicale, fiera, che vorrebbe ribaltare i tavoli di quelle sedi di partito. Vorrei che la mia generazione trovasse il coraggio di essere eversiva, di gridare che questa gestione del potere fatta di scarti e piccole clientele è ontologicamente incompatibile con il Vangelo e con la giustizia sociale. Vorrei un cristianesimo che torni a essere scandalo e una sinistra che torni a fare paura a chi si arricchisce sulle spalle altrui.

Eppure, il retaggio genetico della mia formazione mi frena. Quella dannata cultura della mediazione, l’ossessione per la “governabilità”, mi trattiene dal lanciare la pietra. Resto bloccato in questa paralisi analitica, diviso tra l’urgenza di una ribellione che restituisca dignità alla mia generazione e il riflesso condizionato di un moderatismo che ormai ha il sapore della cenere. Siamo i figli di una sintesi fallita, i chierici di una religione evaporata. Siamo i moderati del niente, prigionieri di un’educazione sentimentale alla politica che non esiste più, disperatamente a guardia di rovine che continuiamo, mentendo a noi stessi, a chiamare casa.

E’ tempo di agire!

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