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L’isola come teatro del Mondo. Un’Ontologia Camilleriana il 27 Luglio 2026, il Belvedere “Michele Gravina” di Comitini. A cura di Alan Scifo
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L’isola come teatro del Mondo. Un’Ontologia Camilleriana il 27 Luglio 2026, il Belvedere “Michele Gravina” di Comitini. A cura di Alan Scifo

La locandina ci ricorda un appuntamento di grande spessore: il 27 Luglio 2026, il Belvedere “Michele Gravina” di Comitini si farà culla per la presentazione del libro In Sicilia con Andrea Camilleri. La geografia del sogno di Salvatore Picone e Gaetano Savatteri. Questo evento, incastonato nella rassegna “Grandi Libri in Piccolo Borgo”, non è solo una doverosa celebrazione letteraria, ma un invito a compiere uno scavo storico e filosofico nell’universo del Maestro di Porto Empedocle. A mente fredda, allontanandoci dall’affetto popolare che giustamente lo circonda, qual è il vero peso specifico di Andrea Camilleri nel panorama del pensiero critico italiano? Spesso si commette l’errore di relegare Camilleri al pur nobilissimo recinto del romanzo poliziesco o della letteratura di puro intrattenimento. Da un punto di vista strettamente filosofico e storico, l’operazione camilleriana è di portata ben più vasta: si tratta di una vera e propria ricostruzione ontologica della Sicilia, e attraverso di essa, delle eterne contraddizioni della condizione umana.

Vigata non è semplicemente un luogo geografico trasfigurato; è uno spazio metafisico. È esattamente quel “sogno” a cui allude il saggio di Picone e Savatteri. Storicamente, Camilleri si inserisce nel solco dei grandi pensatori e narratori siciliani — da Verga a Pirandello, fino a Sciascia e Tomasi di Lampedusa — ma ne ribalta l’esito nichilista o fatalista. Se nel Gattopardo l’immobilità è un ineluttabile destino cosmico e in Sciascia la ragione sbatte contro i muri di gomma del potere, in Camilleri assistiamo all’eterno scontro tra il Mito (l’atavica e passionale natura siciliana) e il Logos (la spinta razionale e morale, incarnata principalmente da Montalbano). Il commissario cerca costantemente di ristabilire un ordine, o quantomeno una forma di giustizia terrena, per quanto sbeccata e imperfetta possa essere.

Camilleri ha compiuto un miracolo filosofico: ha trasformato la marginalità geografica della provincia siciliana in un centro di gravità universale, dove i vizi e le virtù dell’intera umanità vengono messi a nudo.

Il giudizio storico su Camilleri non può in alcun modo prescindere dalla sua invenzione più formidabile: la lingua, il vigatese. Chi lo derubrica a mero vezzo folkloristico ne manca il bersaglio. Questa lingua è uno strumento epistemologico. Filosoficamente, Camilleri ci insegna che la verità profonda delle cose sfugge all’italiano burocratico, asettico e standardizzato. La lingua ufficiale delle istituzioni, nei suoi romanzi, è spesso inganno e sovrastruttura. È solo calandosi nel magma di un linguaggio ibrido, impastato di carne, suoni onomatopeici e arcaismi, che si può afferrare l’essenza di un movente o la radice di un dolore. La sua è fenomenologia applicata alla letteratura: la realtà esiste e rivela il suo senso solo nel modo unico e irripetibile in cui viene pronunciata dalla sua gente. In ultima analisi, Andrea Camilleri è stato un sismografo della società italiana, celato dietro le spoglie rassicuranti di un cantastorie. Ha saputo leggere le nevrosi, le derive politiche e la corruzione dell’Italia contemporanea riflettendole nello specchio antico della sua isola. Il suo giudizio storico è stato sempre implacabile contro i soprusi e le ipocrisie del potere (di qualunque colore esso fosse), ma è stato costantemente temperato da una profonda pietas per le debolezze dei vinti.

Iniziative lodevoli come quella promossa dal Comune di Comitini sono vitali. Esse ci ricordano che esplorare la “geografia del sogno” di Camilleri non significa evadere dalla realtà, ma consultare la mappa più precisa e disillusa che abbiamo a disposizione per ritrovare, oggi più che mai, la nostra bussola morale.

Il delicato compito di dialogare con gli autori Salvatore Picone e Gaetano Savatteri sarà del giornalista e scrittore Alan Scifo. Nel teatro del pensiero letterario, il ruolo dell’interlocutore non si riduce mai a una mera funzione di raccordo o di scansione dei tempi. In una serata dedicata a un’indagine così profonda sull’ontologia e sui luoghi di Camilleri, ad Alan  toccherà vestire i panni del maieuta socratico: provocare, interrogare, disvelare. Sarà lui il Virgilio chiamato a guidare il pubblico tra le pieghe del testo, fungendo da catalizzatore affinché quella “geografia del sogno” si manifesti non come sterile nostalgia o semplice aneddotica, ma come un territorio vivo, fecondo e criticamente attuale. Dalla qualità delle sue domande, dalla capacità di innescare il dubbio e di far scaturire il Logos dalle riflessioni degli autori, dipenderà gran parte della forza di questo incontro. Un compito prezioso ed essenziale, poiché è proprio nella vivacità del dialogo che la letteratura smette di essere pagina scritta e torna a farsi parola incarnata e respiro collettivo.

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