“Intelligenza Artificiale: Kairòs per la chiesa e nella ricerca teologica?
Siamo in affanno. È questa la nuda, cruda, dolorosa e ineludibile verità del nostro tempo, un’epoca che ci ha promesso l’onnipotenza digitale e ci ha consegnato invece alla nevrosi. Noi ci sentiamo in affanno davanti alle macchine. Ci sentiamo perennemente in ritardo rispetto a un mondo che viaggia alla velocità disumana della fibra ottica, schiacciati da un senso di inadeguatezza strutturale che ci toglie il respiro e ci svuota l’anima. Abbiamo costruito intelligenze di silicio, server farm sterminate e reti neurali artificiali cullandoci nella dolce illusione di poterci finalmente liberare dalla fatica materiale, dal peso delle scelte, dal sudore della quotidianità. Eppure, il risultato è sotto gli occhi di tutti: ci ritroviamo prigionieri di un’ansia da prestazione che divora le nostre giornate, sfigura la nostra umanità e avvelena le giovani generazioni. Le macchine che abbiamo plasmato a nostra immagine (o forse a immagine dei nostri deliri di onnipotenza) non dormono mai, non esitano, non si stancano, non conoscono il dubbio, non contemplano l’incertezza né accarezzano mai la fragilità. E noi, costretti quotidianamente e spietatamente a misurarci con la loro esatta, fredda, calcolante efficienza algoritmica, ci scopriamo vulnerabili, imperfetti, irrimediabilmente spaventati. Giudichiamo il nostro valore umano, intimo e profondo utilizzando i parametri del processore, e ne usciamo, ovviamente, perennemente sconfitti. In questo scenario globale che rischia di farsi pericolosamente distopico – dove il pensiero critico sembra cedere silenziosamente il passo alla mera potenza di calcolo, dove i sentimenti vengono profilati, dove le amicizie si misurano in metriche di engagement e il software si erge a nuovo oracolo per ogni decisione politica, economica e affettiva – la riflessione umanistica, filosofica e spirituale non può e non deve arretrare di un singolo millimetro. E proprio qui, nel cuore di un territorio che troppo spesso si piange addosso, che sovente si culla pigramente sulla sterile contemplazione delle rovine del suo glorioso passato classico dimenticandosi di edificare il presente, si erge un presidio di resistenza intellettuale di cui forse non tutti hanno ancora compreso l’assoluta e dirompente portata: lo Studio Teologico “San Gregorio Agrigentino”.
Affiliata alla prestigiosa Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia “San Giovanni Evangelista” di Palermo, questa istituzione non è affatto, come qualche disattento o cinico osservatore potrebbe superficialmente supporre, un mero recinto accademico destinato in via esclusiva alla formazione interna del clero o a dibattiti teologici lontani dalla polvere del mondo. Al contrario, si impone oggi con prepotente urgenza come il polo culturale indispensabile, il vero e proprio cuore pulsante del pensiero critico per l’intera provincia di Agrigento. È la trincea avanzata dove si difende, con le armi del ragionamento e della fede, lo statuto stesso dell’essere umano. Mentre altri luoghi deputati al sapere si trasformano in aziende erogatrici di crediti formativi, il San Gregorio si candida a essere l’Agorà del ventunesimo secolo, il luogo in cui Agrigento può e deve tornare a pensare se stessa e il cosmo.

La riprova plastica di questa vocazione d’avanguardia andrà in scena il prossimo 21 Ottobre 2026. Alle ore 17,00, le pesanti porte della solenne Aula Magna del Seminario Arcivescovile di Agrigento si apriranno non per una stanca e rituale cerimonia formale, né per compiacersi di vecchi allori, ma per un autentico simposio speculativo sul destino della nostra civiltà. La Prolusione dell’Anno Accademico 2026/2027 affronterà, infatti, il tema più vertiginoso, scivoloso e urgente di questo decennio: “Intelligenza Artificiale: Kairòs per la chiesa e nella ricerca teologica?”.
Dopo i saluti istituzionali, che saranno affidati a Don Rino Lauricella Ninotta, l’attento e vigoroso Direttore dello Studio Teologico, e prima delle profonde conclusioni di Mons. Alessandro Damiano, Arcivescovo di Agrigento, il territorio avrà l’immenso e raro privilegio di ascoltare la Prolusione del Prof. don Luca Peyron.
E qui occorre fermarsi, trattenere il fiato, pesare accuratamente le parole e comprendere fino in fondo la magnitudo dell’evento e la statura dell’ospite. Perché la provincia di Agrigento ha davanti a sé una grandissima opportunità: potersi confrontare faccia a faccia, senza filtri e senza la barriera di uno schermo, con uno degli intellettuali più acuti, originali, poliedrici e autorevoli dell’intero panorama europeo contemporaneo.
Chi è, davvero, Luca Peyron?
Nato a Torino nel 1973 e ordinato presbitero nel 2007 per l’arcidiocesi sabauda, non è affatto il classico teologo speculativo chiuso nel perimetro rassicurante e un po’ polveroso della sacrestia. Prima di vestire l’abito talare, prima di dedicare la vita all’altare, si è laureato in Giurisprudenza, esercitando la spietata e complessa professione di avvocato specialista in proprietà industriale e intellettuale. Questa doppia, formidabile lente – il rigore del diritto da un lato, la profondità insondabile della teologia dall’altro – unita a una passione divorante per l’astrofisica, gli ha permesso di decodificare l’innovazione tecnologica con una lucidità semplicemente inarrivabile per i comuni commentatori.
Oggi, Peyron è l‘incarnazione di quel sapere “universale” che un tempo rendeva grandi le nostre accademie. Rappresenta l’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale AI4I e l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Insegna Teologia della trasformazione digitale, è faculty fellow del Centro Nexa su Internet e Società del Politecnico di Torino e siede nel Consiglio scientifico dello Humane Technology Lab (HTLAB). Non stiamo parlando di un luddista avulso dalla realtà che predica il ritorno alle caverne, e nemmeno di un catastrofista in cerca di facili applausi. Stiamo parlando dell’uomo che ha fondato il Servizio per l’Apostolato Digitale – un unicum a livello globale – e che ha persino coordinato “Spei Satelles”, la storica e visionaria missione spaziale che ha portato in orbita un satellite contenente le parole di speranza di Papa Francesco.
Peyron arriva ad Agrigento, nella terra dei filosofi empedoclei e della proporzione aurea dei templi dorici, per dirci qualcosa di scandalosamente rivoluzionario. Viene per scardinare l’ipocrisia della nostra acritica resa tecnologica. Viene a spiegarci, con spietata dolcezza e formidabile acume, proprio il perché noi ci sentiamo in affanno davanti alle macchine. La sua analisi è un bisturi affilato che incide le nostre nevrosi contemporanee: la macchina, programmata per essere infallibile, velocissima, priva di esitazioni, ci umilia e ci distrugge solo se noi accettiamo supinamente di giocare la nostra esistenza sul suo stesso campo. Solo se scambiamo l’efficienza per felicità.
Ma l’essere umano – ci insegna a gran voce questo straordinario pensatore – non è nato per competere in efficienza con una rete neurale. Non siamo nati per essere “ingranaggi” perfetti. L’essere umano è costituzionalmente, radicalmente, meravigliosamente, dolorosamente fragile. È esattamente questa fragilità il nostro superpotere inalienabile, il nostro marchio di fabbrica divino. È il nostro limite strutturale che ci impedisce di bastare a noi stessi, che ci costringe a rompere il guscio dell’isolamento digitale, a smettere di scrollare nevroticamente schermi neri in cerca di conferme effimere, per cercare disperatamente l’Altro. È la fragilità che ci obbliga a tessere relazioni vere, a chiedere aiuto, a innamorarci follemente, a edificare una comunità solidale. Le macchine, per quanto addestrate su miliardi di parametri, fredde e calcolanti, non potranno mai provare un’oncia di vera generosità, né conoscere lo slancio vitale di un desiderio autentico.
E il desiderio – che etimologicamente significa avvertire la mancanza delle stelle (de-sidera) – è la spinta verso l’infinito, verso la bellezza sconfinata del cosmo, verso quell’oltre che dà senso al nostro camminare incerto. È l’antidoto definitivo all’alienazione. Sotto la lente formidabile del Professor Peyron, l’Intelligenza Artificiale cessa di essere un idolo da venerare o uno spauracchio apocalittico da temere ciecamente, per rivelarsi per ciò che può essere se governata con sapienza: Kairòs. Il tempo propizio. Il “tempo di grazia” in cui, liberati dalle fatiche più meccaniche, possiamo tornare a occuparci esclusivamente di ciò che ci rende gloriosamente, eternamente umani.
Avere un pensatore di questa stazza monumentale ad Agrigento non è una semplice casella da smarcare con sufficienza nel calendario accademico o un evento da relegare in qualche trafiletto di cronaca locale. È una scossa sismica salutare per le coscienze addormentate della nostra terra. È la dimostrazione lampante, tangibile e inoppugnabile di come lo Studio Teologico “San Gregorio Agrigentino” stia gettando ponti d’acciaio verso la contemporaneità più complessa e magmatica, offrendo all’intera cittadinanza, ai professionisti, agli educatori, ai giovani e alle istituzioni, gli strumenti concettuali per non farsi travolgere dalle onde spietate del terzo millennio.
Non possiamo, come territorio, permetterci il tragico lusso di ignorare questa chiamata. La provincia agrigentina ha oggi tra le mani la formidabile e tangibile opportunità di dimostrare che il Sud non è periferia dell’impero, ma sa essere fucina rovente e avanguardia del pensiero vivo. Partecipare, ascoltare, interrogare criticamente un gigante intellettuale come Luca Peyron in questa cruciale Prolusione significa rifiutare l’eterna, rassegnata condanna della marginalità culturale. Significa decidere, con un sussulto di dignità e uno scatto d’orgoglio, di smettere di rincorrere l’ombra perfetta delle macchine con il fiato corto e l’affanno nel petto, per rimetterci saldamente, consapevolmente e sovranamente al volante del nostro destino. Agrigento ha l’occasione di pensare in grande. Non sprechiamola.