Oggi, domenica 10 maggio 2026, ci ritroviamo a celebrare la Festa della Mamma. Una data che, purtroppo, nel frastuono della nostra epoca iper-connessa e superficiale, rischia troppo spesso di scivolare nella vuota retorica dei cioccolatini e delle frasi fatte, perdendo di vista il peso specifico, biologico, spirituale e profondamente sociale della maternità. Voglio sgombrare subito il campo da ogni possibile equivoco o dietrologia rassicurante: questo non sarà un articolo accomodante. Non lo sarà perché la gravità dei tempi che viviamo ci impone un’onestà intellettuale granitica, definitiva, inappellabile. Ci impone di guardare in faccia la realtà e di difendere un argine che sta per crollare sotto i colpi di un individualismo sfrenato mascherato da progresso. Oggi voglio celebrare la Mamma “Insurrogabile”. Quella figura che, nella sua essenza più profonda, resiste alla mercificazione, alla contrattualizzazione e alla riduzione a mero strumento di produzione. E per farlo, sento l’urgenza civica e morale di affrontare un tema che sta dilaniando le coscienze, un tema su cui la politica, e in particolare quella sinistra che un tempo era la mia casa, ha consumato il suo più tragico fallimento morale e valoriale: la pratica dell’utero in affitto, o maternità surrogata. Affrontare questo argomento richiede il coraggio di svestire i panni del conformismo e di indossare quelli dell’analisi critica più spietata. Se vogliamo essere “sale e luce” per questa società, non possiamo assecondare la narrazione dominante. Dobbiamo compiere un’operazione intellettuale brutale ma necessaria: strappare il velo delle giustificazioni ideologiche per guardare in faccia la dura realtà materiale dei rapporti di forza.
La sovrastruttura delle “Migliori Intenzioni”
Per distruggere un concetto malato, dobbiamo prima analizzarlo nella sua forma apparentemente più nobile. Abbandoniamo per un attimo l’idea della surrogazione commerciale palese, quella dei cataloghi e dei listini prezzo, e ipotizziamo lo scenario idealizzato promosso da certo pensiero radicale e liberale: la cosiddetta “GPA solidale”. Ci viene raccontata una favola:
una donna, spinta unicamente da un altruismo disinteressato e dal puro amore per il prossimo, decide di donare la propria capacità riproduttiva per aiutare qualcuno che non può avere figli.
Si ipotizza che questa donna agisca nel pieno della sua autodeterminazione, esercitando una totale sovranità sul proprio corpo, in un atto di dono privo di logiche di profitto, se non un “rimborso spese”. Difficile dopo quanti euro al giorno smette di essere rimborso e diventa compenso… In questa cornice ideologica — che per usare categorie antiche ma dolorosamente attuali chiameremo “sovrastruttura” — l’utero in affitto ci viene venduto come il trionfo dell’amore, della scienza e dei nuovi diritti civili. Sembra un cantiere di pace e di felicità. Ma è un’illusione. È la forma che divora la sostanza.
La macchina Capitalista e il corpo come mezzo di produzione
Non appena caliamo queste “migliori intenzioni” nel tritacarne del sistema capitalista reale in cui viviamo, l’intera impalcatura crolla miseramente. La critica materiale demolisce queste intenzioni dimostrando come, sotto la legge inesorabile del mercato, anche il “dono” diventi un raffinato strumento di oppressione. Anche partendo dall’intenzione più pura, il risultato finale e ineludibile è la mercificazione della vita umana. Un essere umano appena nato e il processo biologico più intimo della natura (la gravidanza) vengono trasformati in una merce o in un servizio regolato da un contratto. Il corpo della donna cessa di essere un tutt’uno inscindibile con la sua persona, la sua anima e la sua dignità, e viene brutalmente ridotto a mezzo di produzione. Il bambino, reciso dal suo legame biologico originario tramite la freddezza di un accordo legale, diventa l’oggetto finale di una transazione. Viene alienato dal processo che lo ha generato. E non illudiamoci sulla gratuità. Anche ipotizzando una madre surrogata che non percepisce alcun compenso per puro spirito solidaristico, il grande capitale vince comunque, incassando profitti esorbitanti. Intorno alla favola della “GPA solidale” ruota una gigantesca industria transnazionale: cliniche per la fertilità, agenzie di intermediazione, studi legali internazionali, compagnie assicurative. Tutti questi soggetti estraggono un massiccio plusvalore dal lavoro riproduttivo e biologico della donna, che di fatto “lavora” con il proprio corpo e il proprio sangue per arricchire un settore bio-medico privato. L’altruismo della donna, le sue migliori intenzioni, diventano semplicemente il carburante a basso costo per il profitto aziendale.
L’alienazione suprema
Viviamo in un’epoca in cui si parla giustamente della tutela della salute mentale e del benessere dei lavoratori. Eppure, si chiudono gli occhi di fronte all’alienazione più estrema che un essere umano possa subire. Alla donna, la lavoratrice riproduttiva di questo nuovo, oscuro millennio, viene richiesto un sacrificio disumano: scindere la propria psiche dal proprio corpo. Deve ospitare, nutrire e far crescere una vita dentro di sé per nove mesi, i mesi in cui si crea il legame biologico, chimico ed emotivo più forte in natura, per poi esserne espropriata al momento del parto. Si chiede alla donna di alienarsi non solo dal “prodotto” del suo lavoro corporeo, ma dalla sua stessa natura psicofisica. È una violenza intima, profonda, che nessuna clausola contrattuale potrà mai sanare.
Il falso mito della libertà e l’oppressione di classe
E poi c’è la menzogna più grande: l’idea della “libera scelta”. Questa narrazione ignora totalmente, colpevolmente, i rapporti di classe. In una società globale segnata da disuguaglianze economiche sempre più feroci, la libertà slegata dalle condizioni materiali è una presa in giro. Guardiamo in faccia la realtà: chi “affitta” (i committenti) appartiene invariabilmente alle classi agiate, detiene il potere economico e culturale. Chi “viene affittata” (le madri surrogate) appartiene quasi sempre alle classi subalterne, a paesi in via di sviluppo o a fasce marginalizzate della società. Un contratto stipulato tra soggetti con un drastico, incolmabile squilibrio di potere economico e materiale non è mai, e non potrà mai essere, libero. È una coercizione economica camuffata da accordo consensuale. È l’ultima e più spietata frontiera del turbocapitalismo: il momento in cui il mercato, avendo già fagocitato il tempo, l’ambiente e il lavoro degli esseri umani, decide di colonizzare, frammentare e mettere a profitto l’origine stessa della vita, sfruttando ancora una volta il corpo della classe proletaria per soddisfare i desideri delle classi abbienti.
Il tradimento della solidarietà e gli orfani dimenticati
Ed è qui, in questo preciso snodo, che il cortocircuito morale si fa assordante e chiama in causa le responsabilità storiche della politica. Qui emerge la più grande contraddizione di un’area culturale progressista che ha smarrito la propria bussola, mutando geneticamente fino a diventare irriconoscibile. La critica più spietata all’impianto ideologico dell’utero in affitto emerge spontaneamente quando si osserva il mondo: la nostra Terra è letteralmente piena di bambini già nati, orfani, abbandonati, privi di mezzi di sussistenza, di affetto e di una rete familiare. Questi bambini non sono un’astrazione: sono gli “ultimi” per eccellenza, la frazione più fragile, indifesa e diseredata dell’umanità. In un’ottica autenticamente riformista e solidale, l’adozione rappresenta la massima, la più pura e rivoluzionaria espressione di solidarietà sociale. È la collettività, la singola famiglia, che si fa carico del bisogno materiale ed emotivo di un essere umano già esistente, donando amore incondizionato e riparando a un’ingiustizia sociale e del destino. Eppure, l’odierna politica dei sedicenti progressisti — che storicamente avrebbe dovuto difendere questi “ultimi” fino allo stremo delle forze — non si batte in modo massiccio per una radicale semplificazione, promozione e gratuità delle adozioni. Non si scende in piazza per dimezzare i tempi burocratici che condannano migliaia di bambini agli istituti. Al contrario, si sceglie di farsi baluardo e scudo ideologico di soggetti che, pur ergendosi a paladini dei diritti e definendosi “discriminati”, possiedono in realtà il capitale economico necessario per aggirare i propri limiti biologici pagando decine di migliaia di euro. Invece di orientare questo legittimo e meraviglioso desiderio di genitorialità verso chi ha un disperato bisogno di una famiglia, si rivendica il “diritto” di stipulare contratti commerciali transnazionali per produrre un nuovo bambino su misura. Questo segna il passaggio definitivo, drammatico e irrevocabile, dalla tutela dei bisogni collettivi all’esaltazione dei desideri di consumo individuali. L’ossessione per il figlio biologico a tutti i costi, la pretesa di trasmettere il proprio patrimonio genetico ignorando i bambini già nati e bisognosi d’amore, non è altro che l’ennesima manifestazione di un narcisismo borghese, di un individualismo proprietario dove la vera solidarietà verso i più deboli viene sacrificata sull’altare del feticismo genetico. E tutto questo viene fatto passare, con un’arroganza semantica insopportabile, per una battaglia “di sinistra”.
La restanza umana
Io non posso assecondare questa visione. Non a trent’anni. Non con la coscienza di chi crede fermamente che la dignità umana non abbia un prezzo. Ho scelto la “restanza” nella mia terra per combattere le ingiustizie, non per piegarmi al cinismo di chi trasforma i desideri in diritti commerciali. La madre non è un “forno” (per usare un termine orribile in voga in certe tristi apologie). La madre è cura, è dono incondizionato, è carne e spirito intrecciati. La maternità non si affitta, non si appalta, non si commissione tramite PEC o avvocati. In questa giornata, il mio pensiero e i miei auguri più veri vanno alle madri che lottano ogni giorno in mezzo a mille difficoltà economiche, a quelle che crescono i figli da sole, alle madri adottive che hanno abbracciato vite già iniziate salvandole dall’abisso, e a tutte quelle donne che, pur desiderando un figlio, hanno avuto la dignità e la statura morale di accettare i limiti imposti dalla natura o dalla biologia, rifiutandosi di alimentare il mercato dello sfruttamento. Il futuro appartiene a chi sa costruirlo in armonia con la dignità umana, preservando ciò che ci rende liberi. E nulla è più libero, intimo e profondamente eversivo rispetto alle logiche del capitale, di un amore materno autentico e insurrogabile.
Viva la vita. Viva le donne che non si vendono. Viva la Mamma.