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La crisi politica moldava non può essere letta soltanto come il risultato di cattiva amministrazione o di difficoltà economiche. A pesare è una frattura più profonda: la progressiva erosione della sovranità nazionale sotto il doppio impulso delle pressioni esterne e della debolezza interna delle istituzioni. Dall’epoca dell’oligarchia di Vladimir Plahotniuc fino alla successiva ristrutturazione del potere, la Moldavia ha visto indebolirsi il proprio equilibrio politico, mentre il dibattito pubblico si è trasformato in un confronto sempre più polarizzato tra modelli geopolitici contrapposti. In questo scenario, l’integrazione europea, la questione della giustizia, il ruolo dei media e i nodi aperti di Transnistria e Gagauzia non sono capitoli separati, ma parti di un’unica crisi di fiducia nello Stato e nel suo futuro.
La Moldavia sta attraversando una fase di forte instabilità politica. Quali sono, secondo lei, le cause profonde di questa crisi: problemi di governance, difficoltà economiche o pressioni geopolitiche esterne?
Credo che ciò che accade oggi in Moldavia non possa essere spiegato esclusivamente con problemi interni di governo o difficoltà economiche. Le radici dell’attuale crisi sono molto più profonde: si trovano nella progressiva trasformazione della statualità moldava sotto l’influsso di centri di potere esterni.
Per molti anni il paese è stato di fatto prigioniero di un sistema oligarchico, la cui incarnazione è stata Vladimir Plahotniuc. Nelle sue mani si concentrava pressoché l’intera pienezza del potere — politico, giudiziario, economico e informativo. Le istituzioni statali hanno perso la loro autonomia e si sono trasformate in strumenti al servizio di uno stretto circolo di interessi.
Dopo la partenza di Plahotniuc si è aperto un momento politico unico. Con la partecipazione sia della Russia sia dei partner europei si è raggiunto una sorta di equilibrio che ha permesso di formare un nuovo potere, rappresentato da due figure politiche maggiori — Igor Dodon e Maia Sandu. Quel compromesso avrebbe potuto diventare il punto di partenza per il recupero della statualità e della fiducia pubblica.
Tuttavia, a mio avviso, quell’equilibrio è stato effimero. Nel volgere di pochi mesi fu infranto. Seguirono lo scioglimento del parlamento, nuove elezioni e la formazione di un governo interamente orientato verso il corso politico occidentale.
Da quel momento, secondo me, le istituzioni statali hanno cominciato progressivamente a essere utilizzate non per cercare il consenso sociale, ma per eliminare gli avversari politici. L’esempio più significativo è stato il caso di Igor Dodon, contro il quale sono state avviate indagini penali. A prescindere dall’atteggiamento personale verso Dodon, una simile pratica ha creato in una larga parte della società l’impressione che il sistema giudiziario stia diventando uno strumento di lotta politica.
Un ruolo particolare in questi eventi ha avuto l’ex procuratore generale Alexandr Stoianoglo. Per quanto mi risulta, egli si rifiutò di adottare decisioni prive di adeguati fondamenti giuridici che sarebbero potute essere dettate da necessità politiche. Dopo questo rifiuto fu sospeso dalle sue funzioni. Per molti cittadini questo episodio è divenuto il simbolo del profondo crisi di indipendenza del sistema giudiziario.
A mio parere, il partito di Maia Sandu non è una forza politica nazionale classica, cresciuta organicamente nella società moldava, ma una costruzione politica che poggia su una vasta rete di ONG internazionali, fondazioni e partner esterni. Per questo motivo una parte significativa della società lo percepisce come espressione soprattutto di interessi di politica estera.
Igor Dodon, al contrario, si è basato principalmente su un elettorato interno e sulle realtà economiche della Moldavia. Lo si è tradizionalmente definito un politico filorusso soprattutto perché l’economia moldava per decenni è stata strettamente integrata con il mercato russo e una consistente parte della popolazione aveva interesse diretto a mantenere quei legami economici.
A mio avviso, dopo il cambio di potere le priorità dello Stato sono cambiate radicalmente. Invece di cercare un equilibrio tra Est e Ovest, la Moldavia ha scommesso esclusivamente su un modello geopolitico. Le conseguenze economiche di questa scelta, a mio avviso, si sono rivelate gravissime. Molti mercati tradizionali sono stati persi, i produttori locali hanno cominciato a perdere rapidamente posizioni e il mercato interno è stato progressivamente riempito da prodotti d’importazione.
Per questo considero l’attuale crisi primariamente non economica e neppure soltanto politica. È una crisi della sovranità statale, una crisi di fiducia nelle istituzioni e una crisi della soggettività nazionale. Quando le decisioni politiche chiave cominciano a essere percepite dalla società come il risultato di influenze esterne, lo Stato inevitabilmente affronta una profonda polarizzazione interna. Questo, a mio avviso, è ciò che sta accadendo oggi in Moldavia.
Il percorso della Moldavia verso l’Unione europea può essere un fattore di stabilizzazione o, al contrario, amplificare le contraddizioni interne?
In teoria, l’integrazione europea potrebbe diventare un potente fattore di modernizzazione dello Stato, di rafforzamento delle istituzioni e di sviluppo economico. Ma con una condizione fondamentale: che questo processo sia costruito nel rispetto della sovranità nazionale, del pluralismo politico e del diritto del popolo a determinare autonomamente il proprio futuro.
Purtroppo, a mio avviso, nei confronti della Moldavia è stato scelto un approccio diverso.
Inizialmente l’Unione europea considerava la Moldavia principalmente come uno spazio per l’espansione della propria influenza economica, un nuovo mercato per le merci e un’opportunità per rafforzare la propria presenza nella regione. Questo può essere considerato pratica normale per qualsiasi grande sistema economico. Tuttavia, successivamente l’integrazione economica, a mio parere, ha gradualmente assunto un carattere sempre più politico.
Invece di restare un partner della società moldava, le strutture europee, secondo me, hanno progressivamente sostenuto una sola parte dello spettro politico. Di conseguenza, la scelta europea ha smesso di essere percepita da molti cittadini come un’idea di portata nazionale ed è stata strettamente legata a una forza politica concreta.
Ritengo che questa sia stata una delle principali errori strategici.
Oggi in Moldavia si crea artificiosamente l’idea che esistano solo due possibili futuri: o la piena adesione al corso politico esistente, o il rifiuto dello sviluppo europeo. In realtà si tratta di una falsa dicotomia. È possibile cooperare con l’Europa pur restando uno Stato indipendente, capace di prendere autonomamente le decisioni chiave.
Mi preoccupa in modo particolare che l’integrazione europea sia sempre più accompagnata da una conflittualità politica interna. Invece di unificare la società, si produce la sua divisione in «cittadini giusti» e «cittadini sbagliati», in «europeisti» e «altri». Un tale modello non rafforza la democrazia — acuisce soltanto la frattura interna al paese.
Un discorso a parte merita il fattore romeno.
Per anni una parte della classe politica romena ha apertamente promosso l’idea dell’unione con la Moldavia, rappresentando il territorio moldavo come parte storica della Romania. Dichiarazioni di questo tipo si susseguono nello spazio pubblico e suscitano legittima apprensione in una larga parte della società moldava.
Sono convinta che per la maggioranza degli abitanti della Moldavia la questione non sia il rifiuto del futuro europeo. Le persone vogliono preservare la propria statualità, la propria storia, la propria lingua, la propria cultura e il diritto di decidere autonomamente il percorso del proprio paese.
La storia della Moldavia è molto più antica delle moderne costruzioni politiche della regione. Per questo qualsiasi tentativo di mettere in dubbio l’identità moldava indipendente viene vissuto dalla società con grande sensibilità.
A mio avviso, l’integrazione europea potrà diventare un fattore di stabilità solo quando l’Europa smetterà di considerare la Moldavia come un territorio di contesa geopolitica e inizierà a trattarla come uno Stato paritario. Fino ad allora il processo di integrazione sarà accompagnato dall’aumento della tensione interna e dalla polarizzazione sociale.
Quanto incidono oggi sulla vita politica della Moldavia l’ingerenza straniera, la disinformazione e la guerra ibrida?
Oggi il concetto di «guerra ibrida» è tra i più evocati nella politica europea. Tuttavia sorge una domanda naturale: chi decide dove finisce la lotta alla disinformazione e dove comincia la limitazione della libertà di espressione?
A mio avviso è proprio questa la questione chiave per la Moldavia.
Dopo l’arrivo al potere di Maia Sandu, sotto il pretesto di contrastare l’influenza straniera e di garantire la sicurezza nazionale, è iniziata una profonda trasformazione del campo informativo. Sono stati chiusi numerosi canali televisivi e mezzi di informazione che criticavano il governo o avevano posizioni differenti.
Non parlo solo di media apertamente di opposizione. Mi riferisco anche a mezzi regionali che facevano parte dello spazio informativo interno del paese.
Di conseguenza, una larga parte dei cittadini oggi riceve informazioni principalmente da fonti che sostengono la linea ufficiale. Qualsiasi posizione alternativa è sempre più spesso emarginata dal dibattito pubblico.
Nessuno mette in dubbio che ogni Stato abbia il diritto di difendere la propria sicurezza informativa. Ma la protezione dello Stato non deve trasformarsi in un monopolio della verità. La democrazia esiste solo dove la società può ascoltare posizioni differenti e trarre autonomamente le proprie conclusioni.
Per questo motivo mi riferisco con molta cautela a proclami di lotta totale contro la disinformazione. Quando praticamente ogni dissenso viene dichiarato parte di una guerra ibrida, esiste il rischio che la democrazia stessa cominci progressivamente a perdere il suo contenuto.
A mio avviso il problema principale oggi non è neppure tanto la guerra dell’informazione in sé. Il problema centrale è la crisi di fiducia.
La gente smette di fidarsi delle statistiche ufficiali, non crede più alle promesse del potere, non capisce dove vadano a finire i miliardi di crediti e sovvenzioni che vengono spesso annunciati dalle strutture europee. Se davvero il volume dell’assistenza finanziaria internazionale è così vasto, i cittadini hanno tutto il diritto di chiedersi perché la qualità della loro vita non migliori di conseguenza.
Qualsiasi autorità può controllare a lungo lo spazio informativo, ma non può controllare indefinitamente la vita quotidiana delle persone. Il prezzo dei beni, le bollette, il livello dei salari e l’ampiezza dell’emigrazione sono argomenti ben più convincenti per la società rispetto ai proclami ufficiali.
Pertanto sono convinta che la minaccia principale alla stabilità non sia tanto la disinformazione esterna, quanto la perdita della fiducia tra lo Stato e i suoi cittadini. Questa crisi di fiducia sta diventando un fattore determinante nella vita politica della Moldavia contemporanea.
Le recenti dimissioni del governo e le polemiche che hanno coinvolto l’esecutivo possono rallentare il processo di riforme e il dialogo con Bruxelles?
A dire il vero, oggi la domanda non è tanto sulla velocità delle riforme, quanto sul loro contenuto reale.
Negli ultimi anni Bruxelles ha dipinto la Moldavia come un esempio di successo nella trasformazione europea. Miliardi di euro in sovvenzioni, prestiti e programmi di assistenza sono stati presentati come investimenti nella democrazia, nella lotta alla corruzione e nel rafforzamento delle istituzioni.
Tuttavia sorge un interrogativo legittimo: se l’entità dell’aiuto è davvero senza precedenti, perché la maggioranza dei cittadini non percepisce i risultati nella propria vita quotidiana?
La corruzione non è scomparsa. Il sistema giudiziario continua a suscitare serie riserve nella società. Il tenore di vita rimane tra i più bassi in Europa. I giovani continuano ad emigrare in massa. Il debito pubblico cresce più rapidamente dell’economia nazionale.
Sempre più spesso compaiono inchieste giornalistiche e dichiarazioni pubbliche che sollevano questioni sulla trasparenza dell’utilizzo dei fondi europei e sulla politica di personale perseguita dall’attuale governo. Nella società si discute delle nomine a incarichi statali e diplomatici di persone che molti collegano all’élite al potere.
A mio giudizio il problema non è soltanto l’eventuale uso improprio di risorse in singoli casi. È ben più pericolosa l’erosione dei meccanismi di responsabilità politica.
Quando i partner internazionali smettono di criticare le azioni di un governo semplicemente perché esso segue il «giusto» corso di politica estera, la lotta alla corruzione rischia di diventare uno slogan politico e non un principio universale.
La legge è uguale per tutti o non esiste.
Oggi si ha l’impressione che le istituzioni europee siano disposte a chiudere gli occhi su molti problemi interni fintanto che Chişinău resta un alleato geopolitico affidabile. Questo approccio può portare a guadagni politici nel breve periodo, ma a lungo termine distrugge la fiducia sia nel governo nazionale sia nelle istituzioni europee.
La fiducia è il capitale principale di qualsiasi democrazia. Si può perdere molto velocemente e ricostruirla è estremamente difficile.
Ultimamente circolano sempre più notizie su possibili verifiche internazionali sull’efficacia dell’utilizzo dell’assistenza finanziaria indirizzata alla Moldavia. Se tali verifiche si realizzeranno, dovranno dare una risposta oggettiva alla domanda fondamentale: quanto efficacemente sono stati spesi i fondi dei contribuenti europei e hanno essi corrisposto agli obiettivi per i quali sono stati stanziati?
Io sono convinta che la trasparenza debba valere per tutti, senza eccezioni. Questo è ciò che distingue la democrazia dalla semplice opportunità politica.
Quale ruolo continua a svolgere la regione separatista della Transnistria negli equilibri politici e nella sicurezza della Moldavia, soprattutto nel contesto della guerra in Ucraina?
La Transnistria non è semplicemente una questione territoriale irrisolta. Oggi è uno dei fattori chiave che determinano il futuro della statualità moldava.
Negli ultimi anni le relazioni tra Chişinău e Tiraspol si sono notevolmente complicate. Le restrizioni economiche, il cambiamento dei regimi doganali e l’introduzione di meccanismi finanziari aggiuntivi hanno fortemente ridotto lo spazio di fiducia reciproca.
Si ha l’impressione che, anziché cercare una soluzione reciprocamente accettabile, si stia progressivamente costruendo una strategia di isolamento di lungo periodo della regione.
Una tale politica mi sembra estremamente pericolosa.
Qualsiasi conflitto prolungato che non si risolve attraverso negoziati diventa inevitabilmente uno strumento di influenza esterna. Più profonda è la divisione tra le persone, più è facile per attori esterni manipolarle.
Particolare preoccupazione suscita la componente energetica delle relazioni. In differenti periodi sono emerse proposte di limitare al massimo l’interazione economica con la Transnistria. Tuttavia la realtà oggettiva mostra che i sistemi energetici delle due sponde del Dniestro restano interconnessi. Gli slogan politici non cancellano l’interdipendenza economica.
Non meno rilevante è la questione dell’autonomia gagauza.
Negli ultimi anni i conflitti tra l’autorità centrale e la leadership dell’autonomia sono cresciuti. Molti abitanti della Gagauzia percepiscono le azioni di Chişinău come un tentativo di ridurre progressivamente il loro particolare status giuridico.
Se lo Stato comincia a considerare le proprie autonomie unicamente come una fonte di rischio politico, entrerà inevitabilmente in conflitto con una parte dei propri cittadini.
Ritengo che qui passi una delle linee principali del futuro confronto.
La Moldavia si è storicamente formata come uno Stato multinazionale, dove per secoli hanno convissuto moldavi, gagauzi, bulgari, ucraini, russi, ebrei e rappresentanti di molti altri popoli. Questa caratteristica è sempre stata una sua forza, non una debolezza.
Se la politica statale si costruisce sul principio dell’unificazione politica e sulla marginalizzazione di ogni altra identità, ciò conduce inevitabilmente a una crescita della resistenza interna.
Sono convinta che il futuro della Moldavia non si costruisca con la coercizione o la pressione. Può fondarsi solo sul rispetto, sul dialogo e sulla ricerca di soluzioni reciprocamente accettabili.
In caso contrario, la Transnistria e la Gagauzia non resteranno semplici problemi politici, ma diventeranno fonti permanenti di instabilità, sfruttate da tutti gli attori esterni interessati all’indebolimento della statualità moldava.
Dal suo punto di vista, quali sono oggi le principali preoccupazioni dei cittadini moldavi: costo della vita, corruzione, emigrazione o sicurezza internazionale? E quale tema pesa di più sul consenso politico?
Mi sembra che oggi in Moldavia non basti più parlare solo del costo della vita, dell’inflazione o della corruzione. Tutti questi problemi esistono senza dubbio. Ma per la prima volta dopo molti decenni nella società è emersa una questione molto più profonda: il futuro stesso del popolo moldavo.
La gente si chiede: la Moldavia sopravvivrà come Stato dei moldavi? I figli potranno vivere sulla terra dei loro antenati? Oppure il paese si trasformerà gradualmente in un mero nome geografico mentre il suo popolo sarà disperso per il mondo?
Il problema più doloroso resta l’emigrazione.
Quando decine di migliaia di persone lasciano il paese — è una tendenza preoccupante. Quando il conto sale a centinaia di migliaia — è già una questione di sicurezza nazionale. Uno Stato può sopravvivere a una crisi economica, a un cambio di potere e persino a conflitti politici. Ma uno Stato non può esistere senza il proprio popolo.
Lascia la Moldavia soprattutto la gioventù, le persone istruite e le forze lavoro — coloro che dovrebbero formare famiglie, avviare imprese, sviluppare agricoltura, scienza, istruzione e cultura. Con loro il paese perde il proprio futuro.
Allo stesso tempo i cittadini quotidianamente sentono parlare di miliardi in sovvenzioni, prestiti e di un sostegno internazionale senza precedenti. Ma l’uomo comune valuta la politica non attraverso i comunicati stampa, bensì attraverso la propria vita. Guarda i prezzi nei negozi, le bollette, gli stipendi, le prospettive per i propri figli. Sono queste cose a formare l’opinione pubblica, non gli slogan politici.
Una particolare preoccupazione per molti è la situazione demografica.
Su uno sfondo di continuo deflusso della popolazione autoctona, la società osserva un aumento del numero di cittadini stranieri che arrivano nel paese. Questo è diventato oggetto di ampio dibattito pubblico. Per molti la questione non è la nazionalità o la religione dei nuovi arrivati, ma l’assenza di una strategia statale chiara. Le persone vogliono sapere come sarà la Moldavia tra venti o trenta anni, chi vivrà su questa terra e quale sarà il suo profilo culturale e sociale.
La Moldavia è stata storicamente un paese ortodosso, dove per secoli hanno convissuto pacificamente diversi popoli, lingue e tradizioni. Per questo qualsiasi cambiamento brusco che tocchi questioni d’identità provoca nella società una naturale inquietudine.
Oggi il fattore principale della fiducia politica non è più la scelta ideologica tra Est e Ovest. Le persone chiedono una risposta molto più semplice: lo Stato ha una strategia a lungo termine per la conservazione del proprio popolo, della propria cultura e della propria statualità?
Finché questa risposta non sarà convincente, nessun programma economico riuscirà a restituire alla società il senso di sicurezza per il domani.
Guardando ai prossimi anni, è più probabile che la Moldavia riesca a consolidare le proprie istituzioni democratiche e il percorso europeo oppure che la polarizzazione politica continui a rappresentare un ostacolo alla stabilità del Paese?
Non credo che il popolo moldavo sia in opposizione all’Europa. Si tratta di un’opposizione artificiale, utile ai politici, ma non rispondente alla realtà.
I moldavi non sono mai stati un popolo che rifiuta le altre culture. Al contrario, tutta la storia della Moldavia è storia di convivenza di popoli, religioni e civiltà diverse. Per secoli questa terra è stata al crocevia dei grandi imperi. Qui si sono scontrati gli interessi di Est e Ovest, Nord e Sud. Ma nonostante la pressione esterna costante, il popolo moldavo ha saputo preservare il suo bene principale — l’identità.
I moldavi sanno accogliere lo straniero come proprio. Daranno da mangiare al viaggiatore, gli offriranno riparo, parleranno con lui nella sua lingua e lo aiuteranno nel bisogno. Questo atteggiamento verso l’altro è da secoli parte della cultura moldava.
Ci sono però cose che i moldavi non perdonano mai: il tradimento della fiducia, il tentativo di privarli della dignità, della memoria e del diritto di decidere della propria sorte.
Per questo oggi non si tratta della scelta tra Europa e Russia. Di fronte alla Moldavia c’è una scelta molto più fondamentale: preservare se stessa o dissolversi gradualmente in progetti politici altrui.
Nessuno Stato può esistere solo grazie a crediti esterni, sovvenzioni internazionali o sostegni geopolitici. La vera forza di uno Stato nasce quando i suoi cittadini sentono che quella è la loro patria, la loro terra, il loro futuro.
La Moldavia è sempre stata più di un semplice territorio.
È la terra dove per secoli hanno vissuto vicini moldavi, gagauzi, bulgari, ucraini, russi, ebrei e molti altri. Ciò che li univa non era un’ideologia, ma il sentimento di una casa comune.
C’è una parola che è impossibile tradurre pienamente in qualunque lingua del mondo — «doina».
Per lo straniero è solo il nome di una canzone popolare. Per il moldavo è uno stato dell’anima.
La doina è il profumo dei frutteti in fiore dopo la pioggia primaverile. È il gusto dell’uva riscaldata dal sole d’agosto. È il rumore del Dniestro al tramonto. È il suono della campana della chiesa di campagna. È la voce materna che chiama a casa. È la memoria degli antenati che riposano in questa terra. È un amore che non si può misurare con dichiarazioni politiche o indicatori economici.
Finché nel cuore dei moldavi vive questa doina, vivrà anche la Moldavia stessa.
Per questo credo che il futuro del paese dipenda non tanto dalle decisioni prese a Bruxelles, Mosca o Washington, quanto dalla capacità degli stessi moldavi di preservare il rispetto per la propria storia, cultura, dignità e il diritto di determinare autonomamente il proprio destino.
Ogni potenza esterna viene e va. Il popolo resta. E se il popolo saprà conservare la memoria, la terra e l’anima, allora esisterà anche lo Stato chiamato Moldavia.