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La lingua inglese è ormai parte integrante della nostra vita quotidiana: la incontriamo nella musica, nelle serie TV, nei social network, nel mondo del lavoro e, naturalmente, all’università. Ma imparare una lingua significa anche conoscere una cultura, comprendere nuovi modi di comunicare e confrontarsi con una realtà sempre più internazionale. Per approfondire il ruolo dell’inglese nel mondo di oggi, abbiamo incontrato la Dottoressa Alessia Battista, Ricercatrice in Lingua, traduzione e linguistica inglese presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata. Con lei parleremo dello studio e dell’uso della lingua inglese, del rapporto tra i giovani e le lingue straniere, delle trasformazioni portate dalla tecnologia e dell’impatto dell’intelligenza artificiale sullo studio e sulla comunicazione.
1. Partiamo dall’inizio: che rapporto aveva con l’inglese prima di intraprendere la carriera accademica? È stata una passione immediata o qualcosa che è cresciuto nel tempo?
È stata una passione nata molto presto. Alla scuola materna facevo già qualche ora di inglese e ricordo ancora la soddisfazione di riuscire a dire poche frasi in una lingua che non era la mia. Da bambina dicevo di voler imparare “tutte le lingue del mondo” . Poi, ho frequentato il liceo linguistico e conseguito la laurea in lingue. La vera svolta è arrivata durante la triennale quando, grazie alla docente di linguistica inglese, ho iniziato a pensare che la ricerca in ambito linguistico avrebbe potuto essere essere la mia strada.
2. Oggi i ragazzi sono immersi nell’inglese ogni giorno, tra social, musica, videogiochi e serie TV. Secondo lei lo conoscono e lo usano davvero meglio rispetto alle generazioni precedenti?
Direi che sono molto più esposti all’inglese e vi hanno un accesso molto più immediato, ma esposizione e competenza non vanno necessariamente di pari passo. Molti studenti hanno una familiarità notevole con espressioni colloquiali, lessico dei social, del gaming o della cultura pop e spesso comprendono l’inglese informale con grande naturalezza. Questo, però, non significa automaticamente saper utilizzare la lingua con la stessa efficacia in contesti diversi, per esempio in ambito accademico o professionale. Infatti, è fondamentale sapersi adattare alla situazione, all’interlocutore e allo scopo comunicativo.
3. Qual è la difficoltà più grande che riscontra negli studenti quando devono imparare o utilizzare l’inglese?
Una delle difficoltà maggiori è forse superare la paura di sbagliare. A volte gli studenti possiedono già molte risorse linguistiche, ma esitano a usarle perché cercano continuamente la formulazione perfetta. Naturalmente, grammatica e accuratezza sono importanti, ma conoscere una lingua significa anche capire come funziona nei diversi contesti di comunicazione: saper riformulare, negoziare il significato, interpretare il non detto e adattarsi all’interlocutore e alla situazione.
4. C’è un errore o un’abitudine linguistica che incontra particolarmente spesso e che vorrebbe “correggere” nella nuova generazione?
Più che un singolo errore grammaticale, cercherei di correggere un’abitudine. Spesso, infatti, gli studenti tendono a tradurre mentalmente parola per paroladall’italiano. Le lingue non funzionano come sistemi perfettamente sovrapponibili. Una frase può essere grammaticalmente corretta e tuttavia non risultare naturale o non produrre esattamente l’effetto comunicativo che immaginiamo. È anche per questo che trovo importante lavorare sui testi autentici e sull’analisi del discorso: osservare come le persone usano davvero la lingua permette di capire che il significato non nasce soltanto dalle parole, ma anche dal contesto e dalle relazioni tra gli interlocutori.
5. L’intelligenza artificiale è ormai entrata anche nelle università. Dal suo punto di vista, la considera più una rivoluzione positiva o una possibile minaccia per l’apprendimento?
Credo che possa essere entrambe le cose. L’intelligenza artificiale è, ormai, una realtà con cui dobbiamo confrontarci e molto dipende dall’uso che ne facciamo. Ignorarla sarebbe poco realistico, perché è già parte dell’ambiente comunicativo e professionale nel quale i nostri studenti vivono e vivranno. Tuttavia, utilizzarla per delegarle qualsiasi attività rischia di impoverire l’apprendimento. Di conseguenza, penso che sia importante aiutare gli studenti a sviluppare una vera AI literacy, fondata sul pensiero critico, per capire che cosa questi strumenti possono e non possono fare, in cosa possono essere utili e quali sono i loro limiti.
6. Se uno studente oggi può chiedere a un’intelligenza artificiale di tradurre un testo, perché dovrebbe ancora dedicare anni allo studio dell’inglese?
Comprendere una lingua e ottenere la traduzione di un testo sono due cose molto diverse. Una macchina può proporci in pochi secondi una traduzione apparentemente eccellente, ma conoscere l’inglese o una qualsiasi altra lingua significa poter capire autonomamente perché una persona abbia scelto proprio quelle parole, quale tono stia utilizzando, se stia scherzando, cercando di persuaderci o costruendo una particolare immagine di sé. E poi c’è una questione molto concreta: se non conosco sufficientemente la lingua, come faccio a sapere se la traduzione proposta dall’IA è davvero adeguata? Credo quindi che l’intelligenza artificiale non renda inutile conoscere le lingue. Al contrario, rende ancora più importante possedere gli strumenti per valutare criticamente ciò che produce.
7. L’inglese è diventato una sorta di lingua globale. Secondo lei questo arricchisce le altre lingue oppure rischia di impoverirle?
La diffusione globale dell’inglese comporta inevitabilmente rapporti di forza tra le lingue, ma crea anche straordinarie opportunità di entrare in contatto con persone che altrimenti sarebbe molto più difficile conoscere. Trovo però importante ricordare che l’inglese non appartiene esclusivamente ai cosiddetti “parlanti nativi”: viene continuamente adattato, trasformato e utilizzato da comunità linguistiche diverse e ciò produce innovazioni e nuove forme comunicative molto interessanti. Naturalmente, è importante continuare a valorizzare il plurilinguismo; allo stesso tempo, l’inglese, proprio per il suo ruolo sul piano internazionale, ci apre moltissime porte e ci permette di conoscere mondi nuovi.
8. Nella sua attività di ricerca, qual è l’aspetto della lingua inglese che continua ancora oggi ad incuriosirla di più?
Mi incuriosisce soprattutto il modo in cui attraverso la lingua costruiamo significati, identità e relazioni. Una stessa espressione può informare, persuadere, creare complicità o autorevolezza a seconda del contesto in cui viene usata. È un interesse che attraversa diverse mie linee di ricerca: dalla comunicazione sui social media al rapporto tra lingua e intelligenza artificiale, dalla comunicazione specialistica ai fenomeni sociolinguistici legati all’identità e alle relazioni sociali. Mi interessa inoltre osservare come il significato non passi soltanto attraverso le parole, ma anche attraverso immagini, gesti, sguardi e tono della voce. È proprio questa complessità della comunicazione reale che continua ad affascinarmi.
9. Guardando agli studenti che incontra quotidianamente, c’è qualcosa che i giovani le hanno insegnato o fatto cambiare nel suo modo di vedere l’insegnamento?
Sicuramente mi hanno insegnato quanto siano importanti l’ascolto e l’empatia. Ogni studente arriva in aula con interessi, passioni, esperienze, competenze e insicurezze diverse e questo mi ha fatto capire ancora di più che insegnare non significa semplicemente trasmettere dei contenuti, ma anche cercare di capire chi si ha davanti. Credo molto in una didattica che sappia partire anche dagli interessi e dalle esperienze degli studenti, perché ciò che fa già parte del loro mondo può diventare un punto di accesso efficace alla riflessione sulla lingua e sulla comunicazione. Ciò ha rafforzato in me l’idea che, per insegnare, sia fondamentale continuare ad ascoltare, osservare e mettersi in discussione.
10. Se potesse dare un solo consiglio a un ragazzo che oggi dice “l’inglese non mi serve”, cosa gli risponderebbe?
Gli direi che probabilmente lo sta già usando senza accorgersene. L’inglese non è più soltanto la lingua che possiamo incontrare durante un viaggio all’estero: attraversa la musica che ascoltiamo, i social, la tecnologia, la ricerca, il lavoro e una parte enorme delle informazioni disponibili online. Gli direi anche di non studiarlo semplicemente perché qualcuno gli dice che “serve”. Ogni lingua che conosciamo amplia ciò a cui possiamo accedere: persone, idee, testi, opportunità e punti di vista. Imparare l’inglese non significa soltanto poter parlare con più persone: significa darsi la possibilità di partecipare a una conversazione su scala globale.
Esposito Santolo Simone