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Sillabe spezzate e fondi di caffè. Fenomenologia di un sentimento che sconfigge la morte nel racconto breve di Antonio Liotta
Intervista alla Dottoressa Alessia Battista

Sillabe spezzate e fondi di caffè. Fenomenologia di un sentimento che sconfigge la morte nel racconto breve di Antonio Liotta

Il racconto di Antonio Liotta si dischiude non tanto come una semplice narrazione di affetti, quanto come una delicata indagine fenomenologica dell’esistenza in cui si esplora il confine sottile tra la parola detta, il corpo vissuto e il tempo inesorabile. In questo microcosmo siciliano, la materia si fa veicolo di trascendenza. Gli elementi gastronomici perdono la loro funzione puramente alimentare per diventare veri e propri varchi verso l’infinito. La pasta Elena, con le sue consistenze di ricotta e mandorle tostate, e il caffè sorseggiato rigorosamente senza zucchero, non sono meri oggetti di consumo, ma “essenze qualitative” che sublimano i sensi e radicano l’uomo nell’istante presente. La gestualità quasi maniacale del professor Alberto nel sollevare la tazzina, togliendo il coperchio thermos per liberarne il profumo, assume i contorni di una liturgia laica che, isolando i due protagonisti dal vocio incessante del mondo esterno, crea uno spazio intimamente sacro e protetto. L’intera opera è attraversata da una tensione continua e vibrante tra il risveglio della vita e l’avanzare della fine, una dialettica in cui il corpo diventa il vero foglio bianco dell’esperienza umana. La promessa poetica di scrivere “sul tuo corpo sillabe spezzate” fonde indissolubilmente l’atto creativo intellettuale con un desiderio carnale inespresso. Nina sperimenta così un profondo turbamento emotivo e fisico che si scontra, fatalmente, con l’inesorabile decadimento di Alberto, ormai segnato dalla malattia e dal passo claudicante. L’intimità massima tra i due non si raggiunge mai nel possesso, ma nella comunione spirituale e nella reciproca vulnerabilità, culminando nell’attimo in cui Nina posa la mano tremante dell’uomo sul proprio seno. Nel finale, il testo ci consegna una toccante riflessione sul superamento della mortalità attraverso il simbolo e la memoria condivisa: i cerchi concentrici lasciati dal caffè nella tazza durante il loro ultimo incontro divengono una potente metafora del tempo, segni tangibili che testimoniano l’esistenza e le sue radici profonde. La trasformazione estrema del tavolino in un altare laico, cosparso di fogli autografi e chicchi di caffè tostati, segna il trionfo definitivo del ricordo sull’assenza fisica, mentre la ridenominazione del locale in “Cafè di l’amuri” fissa in eterno un amore utopico, dimostrando come la poesia e il rito possano, infine, sopravvivere alla morte.

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Liotta CAFFÈ DELIRIO

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