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Alla luce dei tragici avvenimenti attuali, si ripropone l’annosa questione della storia russa sull’appartenenza della Russia all’Europa o all’Asia.
Questo immenso interrogativo era stato sollevato in particolare da Nicolas Berdiaev nella sua famosa opera *Le fonti e il senso del comunismo russo*, che trattava dell’eterno movimento pendolare tra gli “slavofili” e gli “occidentalisti”.
Nicolas Berdiaev, nella sua riflessione pubblicata nel 1938, si è dedicato alla ricerca delle radici profonde del comunismo, e in particolare del leninismo, nel pensiero russo. Lui stesso, proveniente da un ambiente aristocratico, partecipò al grande movimento socialista e per questo fu imprigionato e relegato in province remote. Alla fine fu proprio a causa della sua adesione al cristianesimo che dovette lasciare la Russia.
Il pensiero russo si è forgiato, secondo lui, in un territorio troppo vasto e dai contorni imprecisi. Mosca si è a lungo immaginata come la “Terza Roma”, in una sorta di sogno della Bisanzio perduta, anche nella sua versione profana di centro dell’impero sovietico ribattezzato “Оплот Мира” (il baluardo della pace).
Tra la modernizzazione secondo Pietro il Grande e il misticismo della superiorità del popolo russo e del muzhik – diventato in seguito il proletario – si è inserito il dibattito tra occidentalisti e slavofili.
Il muzhik si è trasformato in un soldato al servizio di un regime che non si definisce nemmeno più come un comunismo modernizzatore (cfr. “i soviets più l’elettricità”), ma deriva sia da una “verticale del potere” dello Stato che dall’orizzontale degli interessi oligarchici predatori, in ogni caso privi di una reale istruzione e di una vera profondità storica.
Vladimir Putin si presenta evidentemente da alcuni anni come un sostenitore dell’Eurasia – versione contemporanea dello slavofilo – tormentato da un odio inestinguibile verso l’Occidente. È per questo motivo che, indipendentemente dalle sue convinzioni, si è appoggiato a una Chiesa ortodossa che non è altro che un ulteriore strumento del suo potere. È anche ciò che lo ha portato, paradossalmente, a tentare di avvicinarsi al monumento rappresentato da Aleksandr Solženicyn, eternamente imprigionato nell’arcipelago di un gulag interiore.
Putin non può pretendere di essere Lenin, che Solženicyn definì un giorno “personaggio malvagio”. Infatti, secondo Berdiaev, Vladimir Ilich riuniva in sé sia la tradizione dell’intellighenzia rivoluzionaria sia quella del potere russo nella sua espressione più dispotica. Siloviki e razviedka, ovvero le strutture di forza e i servizi, hanno ormai sostituito gli intellettuali. Questi ultimi vengono talvolta eliminati fisicamente, come Anna Politkovskaja, o messi da parte, come Alexis Venediktov della radio Echo di Mosca.
Oggi bisogna far capire alla Russia, che è palesemente fuori dai binari, che è anche fuori dal suo spazio naturale. Alla fine c’è sempre un confine e bisogna segnarlo, non solo in modo fisico, ma in nome di valori fondamentalmente diversi.
“Ci si definisce opponendosi”, secondo la dialettica hegeliana. È ciò che la Russia ha sempre voluto fare nella ricerca disperata della propria identità e dei propri limiti. Ciò non può avvenire a spese dell’Europa, che si vede costretta a reagire, poiché non può essere un insieme ecumenico essendo anche il prodotto di storie nazionali considerevoli e l’espressione di un grande progetto di civiltà che occorre salvare a beneficio dell’umanità intera. Per quanto riguarda la Russia, in mancanza di una conversione, sulla strada intrapresa da Nikolaj Berdjaev, dovrà rieducarsi, il che richiederà un processo molto lungo, nella migliore delle ipotesi.
🔺Testo redatto il 21 marzo 2022🔺

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