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L’architettura come espressione della cultura e del potere

Oltre il mito delle dittature: lo stile architettonico riflette le svolte culturali e politiche di ogni epoca.

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Quando si parla di architettura e urbanistica contemporanea può capitare, frequentemente, di ascoltare il solito commento a proposito di certa architettura che acquisterebbe un determinato carattere rappresentativo solo in regimi retti da dittature. Generalmente viene portata ad esempio l’architettura cosiddetta fascista che si è affermata in Italia e fuori d’Italia col Novecentismo o razionalismo tra le due guerre. Per rafforzare il concetto, vengono di solito affiancate anche l’estetica della Germania nazionalsocialista e La Russia Sovietica col suo realismo socialista, liquidato come propaganda di regime.

I sostenitori di tale facile interpretazione, dimenticano sempre di ricordare che dittature o democrazie, tutti i periodi rappresentativi, di svolte storiche, hanno sempre presentato puntualmente le medesime caratteristiche. L’Inghilterra vittoriana, caratterizzata dalla sua massima espansione commerciale, imperiale e protagonista della seconda rivoluzione industriale, sappiamo essere stata caratterizzata da uno stile architettonico inconfondibile detto appunto stile vittoriano che non è altro che uno stile riconoscibilissimo dal carattere eclettico con spunti neoclassici, neogotici, romantici e che ha interessato la moda, gli interni delle abitazioni, i palazzi, l’arredo urbano, il decorativismo, il caratteristico gusto borghese ottocentesco.

Negli Stati Uniti d’America che glorificavano la propria indipendenza da colonia a Stato libero, trionfava il cosiddetto stile neopalladiano che sembra ripercorrere le orme delle ville venete che sorgono lungo le rive del Brenta. Infatti Washington è tutta edificata a imitazione di quello stile con un lucore quasi spettrale. Anche i municipi, i musei e tutti gli edifici di rappresentanza delle città americane anche della provincia, presentano frequentemente elementi come il timpano che riecheggiano il frontone del tempio greco ed il colonnato prospiciente, elementi ripresi, appunto, dal Palladio.

Anche la Rivoluzione giacobina, in Francia, ha imposto uno stile neoclassico quasi a voler ricordare la democrazia greca, per trasformarsi, con Napoleone Bonaparte, nello stile impero che si rifletteva anche nell’arredamento e nella moda soprattutto femminile. Anche il Re Sole, Luigi XIV, impose un suo stile architettonico particolare denominato classicismo francese. Era caratterizzato da un’enfasi che si sviluppava nel decorativismo e nella simmetria delle linee. Durante la Controriforma la Roma dei Papi era caratterizzata dallo stile barocco, con i palazzi che sembrano acquistare movimento con le facciate curvilinee. Tutto sembrava voler impressionare le masse meno alfabetizzate che con l’urbanesimo si riversavano nella città. Per tale operazione vennero in aiuto grandi architetti come Bernini e Borromini.

Le Signorie italiane del Cinquecento, invece erano caratterizzate dall’inconfondibile stile rinascimentale di cui il Vasari era l’interprete ed il Brunelleschi il principale esponente. Ogni periodo storico che ha avuto una certa rilevanza culturale e politica è stato caratterizzato da un proprio gusto estetico che si rifletteva anche e soprattutto nell’architettura oltre che nel costume e il tutto era sempre in armonia col mutamento culturale.

Sarebbe ora di cessare di ricorrere al vezzo di cercare di dimostrare che solo le dittature e i totalitarismi in generale sono capaci di esprimere un gusto estetico collettivo. Infatti il solito discorso ricompare ogni volta che si analizza un’epoca storica con una propria peculiare cultura, un gusto estetico che la caratterizza, una filosofia, un carattere che riflette in un tipo di urbanistica, uno stile architettonico, un ordine strutturale e culturale.

Come è accaduto a Lisbona fatta ricostruire in seguito al terremoto e maremoto disastroso dalle direttive del marchese di Pombal, secondo canoni illuministi. Un razionalismo della concezione, sottolineato dalle strade ampie e regolari, piazze prospettiche e grandiose simili a palcoscenici teatrali. Era la moda culturale del periodo storico. A Parigi si occupò del risanamento urbanistico il prefetto, Barone Haussmann sotto Napoleone III il quale riorganizzò il volto della città con logica illuminista. Anche qui abbiamo vasti viali rettilinei, sistemi fognari e idrici e la sparizione dell’antico tessuto medioevale mefitico.

Nello stesso periodo storico, a Barcellona si sviluppa il piano Cerdà, un piano urbanistico a scacchiera. Il piano era il frutto dell’ingegner Cerdà. In occasione di Firenze capitale, l’architetto Poggi riorganizzò la città abbattendo le antiche mura ed edificando i viali, ristrutturando inoltre tutto il centro storico non senza polemiche.

Ancora oggi, ogni qualvolta si tratta di moderna urbanistica, non si sa fare altro che ricorrere ingenuamente al discorso del totalitarismo. Non si rendono conto questi signori che l’ordine che definiscono autoritario e prefettizio altro non è che il razionalismo Illuminista in auge dalla Rivoluzione. Molte polemiche sembrano difensive, atte forse a giustificare il disordine caotico della speculazione edilizia e la mancanza di stile di gusto che esprime la nostra epoca priva di modelli culturali e che segue unicamente l’andamento del mercato. Sembra il giustificazionismo di un periodo di decadenza che vuole legittimare il degrado con il paravento della democrazia.

Il razionalismo, le geometrie, la salubrità e l’igiene che hanno caratterizzato l’illuminismo e il modernismo, sono stati scambiati per autoritarismo reazionario e magari oscurantista e questo è accaduto dalla ristrutturazione di Haussmann il quale ha eliminato un tessuto urbano labirintico caotico e malsano medievale aprendo lo spazio per i boulevards per costruire fognature e rete idrica. Queste riforme sono state interpretate come antipopolari. Comprendiamo le critiche estetiche di certo romanticismo ma proporre interpretazioni di tipo antipopolari anche al volgere del XX secolo sembra sia stato, come è avvenuto, un atteggiamento antistorico e incolto.

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