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Maratona Rachmaninov: il lusso dell’anacronismo in tre atti

Ascolta la versione audio di questo articolo (generata da IA).

A Roma l’autunno ha il vizio di non arrivare mai da solo, ma sempre scortato da un certo tedio meteorologico e da qualche anniversario illustre. Prima di inaugurare la nuova stagione 2026/2027 all’insegna delle celebrazioni beethoveniane, questa volta, l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia ha deciso di sfidare i tempi moderni – così orfani di melodia e così ricchi di rumore – e tornare, dopo la pausa estiva, proponendoci un pellegrinaggio nel cuore oscuro e luminoso di Sergej Rachmaninov, srotolando all’Auditorium Parco della Musica un tappeto rosso lungo tre sere, interamente tessuto con le fitte note del più ottocentesco dei compositori russi novecenteschi.

Un’offerta, di più, un affare, un “3×2”: un trittico trasportato in tandem da Stanislav Kochanovsky – al podio: mente lucida e gesto rigoroso – e Nikolai Lugansky – un pianista che possiede il raro dono di suonare il titanismo senza farlo sembrare ginnastica -: insieme per esplorare i vertici del tardo romanticismo russo, dalle prime cellule embrionali sino alla Rapsodia su un tema di Paganini, attraversando implacabilmente l’integrale dei concerti pianistici. Il tutto abbondantemente pepato con i poemi sinfonici e coronato dalla monumentale Sinfonia n. 2. Tre appuntamenti dove il genio di Rachmaninov riesce nell’impresa di farci rimpiangere una Russia che non abbiamo mai visto, gelida e malinconica, mentre fuori ancora aleggia l’afa settembrina.

La Sala Santa Cecilia si fa così teatro di un’operazione che, prima ancora di essere musicale, è squisitamente filosofica: una ricognizione totale sull’ultimo dei romantici.

Le date sono 21, 24, e 27 settembre 2026; le esecuzioni saranno registrate dal vivo per l’etichetta Harmonia Mundi.

Rachmaninov

S’inizia dunque il 21 settembre prossimo, accostando la giovanile fantasia orchestrale La Roccia op. 7 ai due concerti per pianoforte che segnano rispettivamente l’inizio e la maturazione del Rachmaninov pianista-compositore: il Concerto n. 1 ed il Concerto n. 2. Un inizio che mette subito in chiaro le cose: il virtuosismo qui non è esibizione, ma il tentativo disperato di aggrapparsi alla bellezza prima che tutto affondi. La Roccia, fantasia giovanile ispirata a “Il viandantedi Čechov, evoca quel destino di solitudine che Rachmaninov non si scrollò mai di dosso, nemmeno quando divenne l’idolo delle platee americane.

Se il primo concerto è invece un abbozzo di ardore che soffre ancora di qualche debito di troppo verso Čajkovskij, è con il secondo che scatta la trappola della memoria. Questo concerto è una confessione che si fa forma: trionfo delle terapie – ipnoterapia e psicoterapia – a cui il Dottor Dal’ sottopose il compositore per curarlo dal blocco creativo in cui era sprofondato dopo “l’incidente” della sua prima sinfonia, esso rappresenta la pagina che ha sdoganato il sentimentalismo nel Novecento. Lugansky – considerato attualmente il massimo interprete di Rachmaninov – è mano ideale per rendere questa transizione: capace di fondere virtuosismo e canto interiore, affronta notoriamente questi “eventi sonori” sottraendoli al melò, e restituendoci la struttura sotto l’emozione. Ed è qui che il compositore si palesa quale artigiano di melodie che sembrano già voler diventare memoria collettiva.

L’isola dei morti, come la vide Sergej Vasil’evič

La seconda serata è la più acrobatica – dal punto di vista intellettuale – ed intellettuale – dal punto di vista acrobatico -, e mette in scena il Rachmaninov che dialoga con le innovazioni musicali del suo tempo, con la morte, e con la forma variazione. Il programma del 24 settembre si apre con il Concerto n. 4, opera più tarda e problematica, spigolosa, incompresa, scritta già nell’esilio americano. Qui Rachmaninov tenta un dialogo impossibile con la modernità e con il jazz, fallendo magnificamente come solo i grandi sanno fare. È il dramma dell’uomo d’ordine che scopre che il mondo è cambiato senza chiedergli il permesso. Subito dopo, L’isola dei morti, dalla tetra bellezza boeckliniana, ci precipita in una meditazione filosofica cupa e necessaria. Ispirato ad una delle cinque versioni dell’omonimo dipinto di Böcklin, questo poema sinfonico è un saggio sul tempo che rema contro di noi. Kochanovsky suole dipanare il motivo gregoriano del Dies iræ con una lentezza ipnotica, trasformando l’orchestra in un immenso traghetto fluviale. La serata si riscatterà però dal baratro in zona Cesarini con la Rapsodia su un tema di Paganini: ventiquattro variazioni dove l’ironia prende il posto della nostalgia, del confronto con la contemporaneità e con l’oltretomba. La Rapsodia è un laboratorio di trasformazioni dove il celebre tema del “Capriccio n. 24 in La minore (Op. 1)” di Paganini diventa specchio e ossessione. La diciottesima variazione, inutile negarlo, strappa il cuore anche al critico più cinico. È la dimostrazione che Rachmaninov sapeva fabbricare l’eternità in tre minuti. Qui la filosofia dell’autore diventa evidente: l’arte non salva il mondo, ma ci permette di osservare la fine del mondo con un’eleganza che sfiora il compiacimento. Kochanovsky dovrà bilanciare la densità orchestrale con la chiarezza della scrittura pianistica.

Rachmaninov corregge le bozze del Terzo Concerto a Ivanovka (photo by Wikipedia)

Il 27 settembre chiude il ciclo con il temuto e amato Concerto n. 3 – prova di resistenza tecnica e psicologica per il solista – e la Sinfonia n. 2, che rappresenta l’apoteosi sinfonica di Rachmaninov: un mondo sonoro che sembra voler ricostruire un universo dopo la catastrofe. La coppia concerto-sinfonia promette una serata di contrasti tra l’io solista e la collettività orchestrale, tra l’improvvisazione apparente e la struttura implacabile. Il “Rach 3” è, per ogni pianista, l’equivalente della scalata dell’Everest in smoking. Ma Lugansky non ha bisogno di dimostrare nulla; la sua prodigiosa condotta delle voci interne trasforma brillantemente questa giungla di note in un giardino formale di rara lucidità. Non c’è mai ombra d’esibizionismo nelle sue esecuzioni, ma una spietata e bellissima coerenza argomentativa.

Sopravvissuti – ancorchè malconci – al terzo concerto, ch’è per il pianista, ribadiamo, una sorta di ordigno a orologeria da cui arduo è non uscirne a pezzi – e, in misura differente, lo stesso si può dire anche per l’ascoltatore -, la seconda sinfonia ci ricorda che l’anima russa preferisce naufragare nei sentimenti piuttosto che risolvere i problemi con la logica cartesiana: un’ora di musica che sembra non voler finire mai, perché Rachmaninov, da buon esule, sa che l’unico modo per abitare la patria è prolungarne il canto. In un’epoca che consuma tutto nello spazio fulmineo di millisecondi, sedersi ad ascoltare l’immenso Adagio è un atto di resistenza civile.

Il programma, concepito come viaggio cronologico e tematico, offre una lettura coerente del percorso artistico di Rachmaninov: dall’impeto giovanile alla meditazione sulla morte, sino alla grandezza sinfonica. È un progetto che richiede interpreti con doppia fedeltà – al gesto romantico e alla chiarezza formale – e in Lugansky e Kochanovsky questa fedeltà pare garantita. Il rischio è la retorica: il repertorio può facilmente scivolare nella spettacolarità consolatoria; la sfida sarà mantenere la tensione tragica senza cedere al facile lirismo. È musica scritta quando il mondo aveva già deciso di cambiare passo (siamo nel Novecento, alle porte della modernità), ma l’autore, testardo come un mulo nostalgico, continuava a scrivere melodie che sembrano sospirare: «’800, OTTOCENTO! Ah,se fossimo ancora nell’Ottocento! Almeno un po’!».

I due interpreti, Kochanovsky e Lugansky, formano un sodalizio perfetto per questo tipo di operazione. Non cercano facili modernismi, non strizzano l’occhio all’avanguardia. Al contrario, si immergono con competenza tecnica rigorosa in queste partiture, restituendoci il ritratto di un uomo che ha trasformato la propria nostalgia in un investimento di capitali emotivi.

Che dire di più? Rachmaninov piace perché ci assolve. E il ciclo proposto ci permette, per tre sere, di credere che la vita sia ancora una faccenda tragica e romantica, e non una sequenza di appuntamenti su un’agenda elettronica.

Per chi ama il suono che pesa e canta insieme, questo trittico è un’occasione per ascoltare Rachmaninov come esperienza viva piuttosto che come una reliquia: tre serate che promettono di restituire la sua musica nella sua ambivalenza più vera: malinconia e potenza, memoria e catarsi.

Oggi che la musica contemporanea spesso si vergogna della bellezza, Rachmaninov ci ricorda che la melodia è l’unica forma di nostalgia che non passa mai di moda. Il pubblico romano ringrazierà, applaudirà, e tornerà a casa, convinto, almeno per una sera – anzi, per tre – che il Novecento sia stato un secolo bellissimo.

Olivier Rossini

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