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L’uomo che scelse i suoi antenati

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Sappiamo che l’uomo, non solo non discende dalla scimmia ma non fa nemmeno parte della stessa famiglia e questo nonostante faccia parte dello stesso ordine dei primati.
Sappiamo anche che l’uomo è un animale culturale, nel senso che è completamente inetto alla nascita. Quando nasce non sa camminare, non sa parlare, non vede bene, non sa nemmeno tenere la testa su. È l’unico cucciolo prematuro. È obbligato a diventare culturale. Deve imparare a essere uomo da altri uomini. Se viene abbandonato, muore. Questo vuoto di istinto è lo spazio dove entra lo Spirito. L’animale non può tradire la propria natura, non può migliorarla, non ha scelta. L’uomo può.
La cultura è la forma che prende l’istinto quando è stato liberato dall’obbligo di essere innato. Lì dentro l’ uomo mette quello che negli animali è armonia innata: il portamento regale del leone, la lealtà del lupo verso il gruppo, il volo dell’aquila. Noi dobbiamo re-impararli come cultura, come rito, come cavalleria, come danza. Per questo ogni popolo tradizionale insegna al bambino come stare in piedi, come guardare, come salutare. Non sono maniere, non è solo formalità. Sono la sostituzione culturale dell’istinto perduto. Siamo l’unico animale costretto a ricordarsi di essere quello che è.
Non siamo usciti dalla confusione animale per evoluzione. Siamo usciti per selezione. L’uomo si è guardato intorno e ha detto: questo sì, questo no. Ha partecipato alla regalità del leone, all’armonia del volo dell’aquila, alla fedeltà del lupo, alla pazienza dell’orso, all’ eleganza dell’ incedere del cervo reale. Ha scelto le virtù animali. È quello che gli antichi chiamavano “distinguere”. Adamo che dà il nome agli animali non è un classificatore di organismi, è un osservatore delle doti: questo animale incarna la Maestà, quest’altro l’Astuzia, quest’altro la Lussuria. Li nomina per separare la luce dall’ombra dentro di loro. L’uomo non è una scimmia evoluta. È l’animale che ha avuto il coraggio di scegliere i suoi antenati.
Gli animali totem, agli albori, erano gli antenati che gli uomini si erano scelti. In tempi remoti i kazaki credevano che ogni clan discendesse da un animale. Alcune tribù rivendicano di venire dal lupo, altre dal cigno bianco. Le tribù dell’ovest dall’aquila.
Tutti i kazaki, quando nasce un bambino, gli mettono vicino un artiglio d’aquila o un dente di lupo, non per proteggerlo dal male, ma perché sappia riconoscere il suo antenato. Questo antico convincimento è la volontà di non perdere spiritualmente la propria componente animale, di non perdersi.
Prendiamo ad esempio i nativi americani, più vicini di noi all’uomo tradizionale. Non dicevano “allevo un’aquila” o “uso un cane”. Dicevano “mio fratello aquila mi ha insegnato a vedere”, “mio fratello lupo mi ha insegnato a cacciare in branco”. L’uomo non ha inventato quasi nulla, ha copiato. Dagli uccelli rapaci ha imparato a tenere lo sguardo fisso sulla preda durante la corsa, dai lupi la gerarchia del branco e l’assedio. Molti cacciatori con l’aquila a cavallo del Centro Asia non addomesticano, ma imitano per migliorare. L’aquila insegna la pazienza assoluta, dato che può stare sei ore immobile su un sasso a guardare. Insegna a non sprecare energia. È stile aristocratico perché non è dominio, è apprendistato. Chi alleva l’aquila non ne è il padrone. E questo si vede dal portamento di entrambi.
Anche le danze più antiche per connettersi con l’armonia cosmica sono tutte imitazioni di animali. Basti pensare alla danza dell’aquila dei kazaki, dove le braccia diventano ali e la testa scatta come il becco. Le ragazze la ballano prima di andare a caccia per entrare nello stato dell’aquila. Oppure la danza del gallo cedrone, la danza del bisonte, la danza del corvo. Anche il flamenco all’inizio era imitazione del cavallo e del falco. Non era spettacolo, era sacralità e allenamento. Ballando per ore come un’aquila, quando arriva il momento di cavalcare, il corpo ricorda come bilanciarsi. Non si impara con la testa, ma con i muscoli e i riflessi.
Gli animali hanno insegnato all’uomo anche l’arte del combattimento. Il kung fu ha i cinque animali: tigre, gru, leopardo, serpente, drago. Ogni stile copia il modo di colpire di quell’animale. La lotta kazaka ha mosse che si chiamano “ala d’aquila”, “morso del lupo”. I samurai studiavano l’airone che sta immobile nell’acqua e colpisce in un millisecondo. L’uomo da solo è debole, non ha artigli né zanne. Ha dovuto rubare i gesti agli animali per sopravvivere.
L’uomo ha mutato anche il suo portamento. Se osserviamo il comportamento del primate vediamo che è sempre in movimento: si gratta, si guarda intorno, agita le mani, ride. È iper-vigile perché è preda. Il rapace fa l’opposto. Stasi assoluta. Un’aquila reale può stare ore senza muovere un muscolo, solo gli occhi. Quella immobilità è potere. Dice: non ho bisogno di muovermi, sono dominante. Un qualsiasi cacciatore dell’Altai che sta fermo a cavallo con l’aquila sul braccio non ha il portamento di un primate, ma del suo maestro, dell’aquila. È il portamento che i romani chiamavano gravitas. Essere talmente sicuri da potersi permettere di non muoversi. I re antichi lo copiavano dagli animali proprio per questo.
Ogni animale era considerato maestro in qualcosa. Il bisonte insegna a non scappare. I nativi delle pianure dicevano “sii bisonte” quando bisognava tenere la posizione sotto le frecce. Il cinghiale insegna l’attacco a testa bassa. Non schiva, sfonda. I celti e i germani caricavano così, e i samurai avevano l’elmo da cinghiale. Coraggio cieco, quando non c’è altra via. Il lupo insegna il branco, non agisce mai da solo. Gengis Khan aveva fatto del suo esercito un branco di lupi, ogni dieci uomini un capo-lupo. L’aquila insegna la visione. Vedere da sopra, non farsi distrarre dal dettaglio. I condottieri che stanno sulla collina e guardano tutta la battaglia imitano le aquile. Il cervo insegna l’ascolto, sente un ramo spezzato a trecento metri. Gli arcieri kazaki e i nativi imparavano dal cervo a muoversi nel bosco senza fare rumore
L’uomo completo, per gli antichi, era quello che sapeva essere tutti gli animali a seconda del momento. Per i kazaki il vero eroe non è quello che uccide più lupi. È quello di cui i lupi non hanno paura. C’è un proverbio: “Il lupo si siede vicino al vero batyr”, l’uomo valoroso. Più animali l’uomo sapeva contenere senza diventare bestia, più era eroico. Era una misura di grande anima.
Schuon è quasi l’unico a parlare esplicitamente di “razza dell’aquila” e “razza dell’orso” come tipi spirituali, non biologici. Per lui l’uomo primordiale partecipava alla forma dell’animale, non lo imitava. Per Mircea Eliade l’iniziazione sciamanica è diventare animale. Il futuro sciamano sogna di essere smembrato da aquile e lupi e di rinascere conoscendo il loro linguaggio come Sigfrido col sangue del drago impara quello degli uccelli.
L’ anello di Re Salomone donava la capacità di parlare con gli animali, capire il linguaggio di uccelli, formiche, venti. È l’archetipo dell’anello del potere legittimo il quale rende obbediente il mondo a chi è saggio abbastanza per portarlo. Ananda Coomaraswamy, nei saggi sull’arte tradizionale, spiega che quando un egizio si metteva la maschera di Anubi non faceva teatro, diventava davvero la forza dello sciacallo. Ogni animale è manifestazione di una funzione cosmica.
Per Schuon l’uomo primordiale non imitava l’animale, partecipava alla sua essenza. Prima della caduta, l’uomo conteneva in sé tutti gli animali come possibilità spirituali. Poi ci siamo specializzati, ci siamo frammentati. La modernità avrebbe perso l’uomo totemico e avrebbe lasciato solo l’uomo economico. Tornare a collegarsi alle forze cosmiche è una forma di misticismo. Quando l’uomo torna al centro, gli animali lo riconoscono. L’ episodio di Francesco d’Assisi e il lupo ne è una dimostrazione perché Francesco sembra essere tornato a quel centro. Non è che gli animali diventano buoni. È l’uomo che torna trasparente, e allora non hanno più paura.
Tutti noi ricordiamo quel momento. Prima che ci dicessero che l’aquila è una specie protetta, il cavallo un mezzo di trasporto, il cane un amico servizievole. Il paradiso perduto non era un giardino. Era quel tempo in cui uomo, animale e cielo parlavano la stessa lingua senza traduttore.
L’uomo non è una scimmia evoluta. È l’animale che i suoi antenati hanno avuto il coraggio di scegliere. Gli antichi sapevano che ogni animale era un sigillo divino, unico, irripetibile. Il leone non può diventare aquila. Deve essere leone perfettamente fino alla fine. Lì è la sua fedeltà. Ogni animale mostra un Nome di Dio che nessun altro può mostrare. Il falco manifesta la Vista pura, l’orso la Forza solitaria, la gazzella la Fuga sacra. Guardando l’animale, appare un attributo del Principio che altrimenti resterebbe invisibile. Il Corano dice: “Negli animali ci sono segni per chi comprende”. Non sono decorazione della natura. Sono lettere che fanno parte di un alfabeto sacro. Quando l’uomo non sa più leggere la manifestazione divina nell’animale, perde anche la Forma dentro di sé.
L’uomo moderno addestra l’animale per renderlo più scimmia. L’uomo tradizionale si lascia addestrare dall’animale per smettere di esserlo.
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