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Le democrazie europee hanno progressivamente scoperto che non basta più custodire i confini fisici, proteggere le infrastrutture o garantire il corretto svolgimento formale delle elezioni: esiste oggi uno spazio altrettanto decisivo e assai più difficile da delimitare.
È in questo territorio immateriale che operano la disinformazione, le campagne coordinate, l’uso politico degli algoritmi, i contenuti manipolati attraverso l’intelligenza artificiale e le attività di influenza riconducibili ad attori stranieri. La Commissione europea utilizza l’espressione “Foreign Information Manipulation and Interference”, spesso indicata con l’acronimo FIMI, per descrivere azioni intenzionali e coordinate capaci di alterare il dibattito pubblico, alimentare la polarizzazione e indebolire la fiducia nelle istituzioni.
Secondo l’Eurobarometro richiamato dalla Commissione europea, il 79% dei cittadini europei teme che la disinformazione possa influenzare il voto, mentre il 70% manifesta preoccupazione per le interferenze straniere nei processi democratici. Non si tratta, dunque, soltanto di una questione tecnologica o di sicurezza, quanto di una questione politica e, prima ancora, culturale.
La comunicazione strategica assume qui un’importanza particolare e non dovrebbe essere confusa con la propaganda, né ridotta alla promozione dell’immagine di un governo. In una democrazia, comunicare strategicamente significa spiegare con coerenza le decisioni, rendere riconoscibili le fonti, individuare le narrazioni ostili e offrire ai cittadini gli strumenti necessari per interpretare la realtà.
Da questo punto di vista, la propaganda tende a chiudere il confronto, mentre la buona comunicazione istituzionale dovrebbe invece renderlo possibile su una base di fatti verificabili.
Che cosa sta facendo l’Europa
Nel novembre del 2025 la Commissione ha presentato lo European Democracy Shield, lo Scudo europeo per la democrazia. La strategia si sviluppa intorno a tre obiettivi: proteggere lo spazio dell’informazione, rafforzare le istituzioni democratiche e i media indipendenti ed aumentare la capacità della società di resistere alla manipolazione.
Nel febbraio del 2026 ha inoltre iniziato i propri lavori il Centro europeo per la resilienza democratica, al quale partecipa anche l’Italia. Il Centro riunisce istituzioni europee, Stati membri, Paesi candidati, ricercatori e organizzazioni della società civile, con l’obiettivo di condividere informazioni, sviluppare sistemi di allerta e coordinare le risposte alle minacce.
Accanto a queste iniziative vi è poi un insieme più ampio di strumenti. Il Digital Services Act impone alle grandi piattaforme di valutare e ridurre i rischi sistemici collegati alla disinformazione. Il Codice europeo sulla disinformazione è stato integrato nel quadro di applicazione del regolamento, mentre l’AI Act introduce obblighi di trasparenza per alcuni contenuti artificiali e manipolati.
Dal 10 ottobre 2025 si applica inoltre il regolamento europeo sulla pubblicità politica, che richiede di rendere riconoscibile chi finanzia un messaggio sponsorizzato e per quale ragione un determinato pubblico viene selezionato. A ciò si aggiungono lo European Media Freedom Act, le disposizioni contro le azioni giudiziarie abusive rivolte a giornalisti e attivisti, il progetto EUvsDisinfo ed il sistema europeo di allerta rapida. È un’architettura ancora in costruzione, ma mostra come l’Unione abbia compreso che la sicurezza democratica dipende anche dalla qualità dell’ambiente informativo.
Occorre naturalmente prudenza, in quanto difendere lo spazio pubblico non deve significare istituire un’autorità incaricata di stabilire dall’alto ogni verità ammessa. Un sistema democratico deve contrastare le operazioni manipolative senza comprimere il dissenso e la libertà di espressione. La sua forza non consiste nell’eliminare le opinioni scomode, quanto piuttosto nel rendere visibili i metodi e gli interessi che si trovano dietro di esse.
Il confine tra lobbying ed interferenza
È precisamente in questo punto che il tema delle interferenze straniere incontra quello del lobbying. Entrambi riguardano l’influenza esercitata sulla decisione pubblica, ma non sono la stessa cosa.
Come abbiamo avuto modo di discutere già in precedenti articoli il lobbying, quando questo è trasparente, non occulta l’identità di chi parla, ma dichiara anzi l’interesse rappresentato e accetta il confronto con interessi differenti.
L’interferenza opaca segue una logica opposta: nasconde il finanziatore, dissimula il mandato, utilizza intermediari non dichiarati o diffonde contenuti costruiti per apparire spontanei. Non si limita a sostenere una posizione, ma altera le condizioni nelle quali i cittadini e le istituzioni possono giudicarla. La differenza decisiva non risiede quindi soltanto nella provenienza nazionale dell’interesse, dato che un soggetto straniero può legittimamente partecipare al confronto europeo, così come un soggetto interno può agire in modo opaco. Il vero discrimine è costituito invece dalla trasparenza, dalla responsabilità e dal rispetto dell’autonomia del decisore.
L’Unione ha anche proposto una direttiva dedicata alla trasparenza delle attività di rappresentanza svolte per conto di Paesi terzi. La proposta, ancora inserita nel percorso legislativo europeo, non mira formalmente a vietare tali attività, ma a renderne conoscibili il committente, il finanziamento e gli obiettivi. Il principio può essere riassunto in modo semplice: la democrazia non si difende chiudendo tutte le porte, ma rendendo visibile chi le attraversa.
Come funziona il lobbying europeo
Occorre ora fare un passo indietro e ricordare che il processo decisionale europeo è particolarmente articolato. Una proposta può nascere nella Commissione, essere sottoposta a consultazioni pubbliche, passare attraverso commissioni parlamentari, gruppi politici e gruppi di lavoro del Consiglio, per poi arrivare ai negoziati tra le istituzioni. Successivamente, atti delegati e norme tecniche possono incidere in modo altrettanto rilevante sull’applicazione concreta della legge.
In ambito di lobbying, il principale strumento di regolamentazione è il Registro europeo per la trasparenza, fondato sull’accordo interistituzionale del 2021 tra Parlamento, Commissione e Consiglio. Il sistema opera attraverso il principio di condizionalità: per accedere a numerose forme di interlocuzione istituzionale occorre essere registrati.
I rappresentanti di interessi devono indicare l’organizzazione per la quale operano, gli obiettivi perseguiti, i clienti rappresentati, le risorse umane impiegate e alcune informazioni finanziarie. Devono inoltre rispettare un codice di condotta che vieta l’uso di pressioni indebite, l’acquisizione disonesta di informazioni e la presentazione di dati incompleti o ingannevoli. Sono previste procedure di reclamo, sospensione e cancellazione dal registro e le regole sono illustrate nel codice di condotta europeo.
I deputati europei devono pubblicare gli incontri programmati con i rappresentanti di interessi: dal gennaio 2025 gli obblighi della Commissione sono stati estesi ai funzionari con responsabilità dirigenziali e, dal settembre dello stesso anno, la registrazione preventiva è diventata necessaria anche per incontrare numerose figure direttive dell’amministrazione del Parlamento.
Non è un sistema perfetto naturalmente, in quanto il registro europeo non copre automaticamente le attività svolte presso le istituzioni nazionali e alcune forme di influenza informale restano difficili da osservare. Anche la qualità dei dati finanziari e la capacità di controllo possono essere migliorate, tuttavia, l’Europa ha costruito una cornice relativamente stabile nella quale il diritto di rappresentare interessi viene collegato al dovere di renderli riconoscibili.
È significativo che l’articolo 17 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea preveda un dialogo aperto, trasparente e regolare con le Chiese, le associazioni religiose e le organizzazioni filosofiche e non confessionali. La rappresentanza degli interessi, infatti, non appartiene soltanto al mondo economico, ma anche le comunità religiose e i corpi intermedi contribuiscono alla discussione pubblica, portando un patrimonio di esperienza sociale, educativa e culturale.
La distanza italiana
La principale differenza rispetto all’Italia consiste nell’assenza, almeno fino a oggi, di una disciplina nazionale organica pienamente operativa. Nel nostro Paese esistono registri, regolamenti parlamentari e prassi adottate da singole amministrazioni, ma manca ancora un quadro uniforme capace di stabilire regole comuni per tutti i principali decisori pubblici.
Alcune organizzazioni della società civile hanno evidenziato diverse criticità: l’esclusione di importanti organizzazioni sindacali e datoriali, l’assenza di un obbligo pienamente simmetrico di pubblicazione delle agende da parte dei decisori, una rendicontazione giudicata poco tempestiva ed un sistema sanzionatorio considerato non sufficientemente incisivo, sono solo alcune delle osservazioni illustrate da Transparency International Italia, che costituiscono oggi parte del confronto parlamentare sul tema.
La distanza dall’Europa non riguarda quindi soltanto la presenza o meno di un registro. Da una parte il modello europeo tende a collegare registrazione, accesso alle istituzioni, pubblicazione degli incontri, trasparenza dei rapporti tra cliente e intermediario e rispetto di un codice etico. In Italia invece, il dibattito rimane ancora prevalentemente legato alla prevenzione della corruzione, mentre dovrebbe essere inserito anche nel tema più ampio della qualità della democrazia e della protezione dello spazio informativo.
Una buona legge italiana dovrebbe evitare due errori opposti: considerare ogni attività di lobbying come sospetta oppure limitarsi a una trasparenza puramente burocratica e non deve rendere più difficile la partecipazione dei soggetti meno strutturati, delle associazioni civiche e dei corpi intermedi.
La verità come forma della relazione
L’interferenza manipolativa considera il cittadino come un bersaglio: un insieme di paure, preferenze e fragilità da utilizzare. La buona comunicazione politica e la rappresentanza trasparente lo riconoscono invece come interlocutore, capace di giudizio e meritevole di rispetto.
Anche il lobbying, nella sua forma più alta, non dovrebbe cercare di sostituire la decisione politica. Il rappresentante di interessi porta una parte di verità, una conoscenza concreta ed una determinata esperienza: spetta però alle istituzioni confrontare quella parte con le altre e ricomporla alla luce dell’interesse generale.
La tradizione cristiana ha sempre ricordato che la verità non può essere separata dalla libertà e che la libertà, senza responsabilità, rischia di diventare dominio del più forte. La trasparenza non è allora un semplice adempimento amministrativo, ma una forma di rispetto per la dignità dell’altro: significa mostrarsi per ciò che si è, dichiarare ciò che si cerca e accettare che la propria posizione venga discussa.
La comunicazione strategica difende la democrazia quando non costruisce una realtà artificiale, ma aiuta la società a vedere meglio quella esistente. Il lobbying serve la democrazia quando non agisce nell’ombra, ma trasforma interessi particolari in contributi conoscibili e responsabili.
Una comunità politica matura non pretende di eliminare l’influenza, perché ogni relazione umana contiene una forma di influenza. Pretende però che essa abbia un volto, un nome ed una responsabilità. La democrazia resta umana quando non silenzia le voci, ma chiede a ciascuna di entrare nella casa comune a viso scoperto.