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Mao Tse-tung praticò la rivoluzione permanente in Cina, trasformandola in una vera e propria pratica di governo, seppur spesso caotica, e anche come strumento per mantenere il proprio potere. Basti citare per comprenderlo i Cento Fiori del 1956, il Grande Balzo in Avanti del 1958, oppure l’insurrezione giovanile delle Guardie Rosse che, tra il 1966 e il 1968, scatenò la violenta Rivoluzione Culturale, che Zhou Enlai cercò infine di contenere.
Deng Xiaoping era al potere nel 1989 durante la rivolta di Piazza Tian’anmen, repressa nel sangue, ma nel 1992 avviò grandi riforme economiche che portarono a tassi di crescita a due cifre.
La singolarità della rivoluzione cinese può infine condurre a un tentativo di classificare le rivoluzioni nel mondo, anche se in modo schematico e con il rischio di semplificare eccessivamente. Basandosi sul trittico repubblicano — libertà, uguaglianza e fraternità — si potrebbe parlare di rivoluzioni della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità.
Una tipologia delle rivoluzioni
«Il liberalismo è uno dei grandi fatti del XIX secolo», sottolineava lo storico René Rémond. Si tratta di una filosofia globale: politica, individuale, della storia (la storia è fatta dagli individui) e della conoscenza. Da questo punto di vista, la rivoluzione cinese non è mai stata liberale. La religione della libertà si oppone inoltre alle religioni e alle tradizioni, cosa che in Cina non è avvenuta in modo prioritario, nonostante la denuncia, a partire dall’inizio del XX secolo, dell’immobilismo del potere imperiale.
Il liberalismo ha trasformato l’Europa, così come era nel 1815, con eventi come il Sole di luglio del 1830 e la Primavera dei popoli del 1848; la Russia conobbe il movimento decabrista nel 1825 e il liberalismo vi trionfò, anche se in modo effimero, durante la rivoluzione del 1905; il Partito del Congresso in India ha un’ispirazione liberale; la rivoluzione Meiji (Illuminismo) in Giappone, a partire dal 1868, fu un processo di modernizzazione elitario intrapreso dall’alto dal potere imperiale, senza rottura con il passato.
La fortuna e l’istruzione sono i due pilastri dell’ordine liberale e in Cina, con Deng Xiaoping, si è assistito a un periodo in cui l’orientamento non era dissimile dal famoso «Arricchitevi» di Guizot; ciò ha portato a una crescita a due cifre per molti anni e ha permesso alla Cina di diventare una delle prime due potenze economiche mondiali.
Le rivoluzioni dell’uguaglianza si sono inserite nell’«era della democrazia». Il movimento democratico non ha dovuto affrontare l’Ancien Régime, già superato dall’ordine liberale. Le rivoluzioni dell’uguaglianza sono soprattutto rivoluzioni socialiste; si tratta per lo più di democrazie che associano l’autorità a un fondamento popolare. Le rivoluzioni democratiche sono spesso anti-parlamentari, anti-liberali e plebiscitarie; oggi possono incarnarsi in movimenti populisti.
Le rivoluzioni socialiste si sono storicamente realizzate sotto l’influenza del marxismo. Vi era un certo interesse nei loro confronti e lo stesso Kuomintang (Partito del Popolo) non ne era insensibile; ma il modello cinese era specifico e si basava sulle masse rurali (cfr. la scelta strategica di Mao) e non sull’insurrezione operaia (cfr. ciò che era la speranza di Zhou Enlai). Stalin non credette mai alla rivoluzione cinese e da lì risale lo scisma tra le due potenze comuniste, culminato con gravi scontri militari nel 1969 lungo i fiumi Amur e Ussuri.
Per semplificare, le rivoluzioni della fratellanza sono quelle del Terzo Mondo. La Cina rivoluzionaria, povera, vi si ricollega ed è stata persino la portabandiera a partire dalla conferenza dei Paesi non allineati di Bandung nel 1955; divenuta ricca e potente, la Repubblica Popolare Cinese si sforza oggi di essere una delle figure di spicco del «Sud globale».
Il fatto nazionale, tratto dominante del XIX secolo, non è incompatibile con tutte queste rivoluzioni. Da fenomeno liberale, si trasformerà in democratico, e la rivoluzione castrista sarà definita «cubana», altro nome di una rivoluzione «tropicale». Ho Chi Minh in Vietnam assocerà il nazionalismo al comunismo. Allo stesso modo, ci sarà una «rivoluzione cinese» che non cadrà nel proselitismo; se il socialismo avrà contribuito all’evoluzione dei nazionalismi, la rivoluzione cinese rimarrà nazionalista fino ai giorni nostri.
L’Unione Europea definisce la Cina come «un partner, un concorrente e un rivale sistemico», ma questo linguaggio risulta inappropriato. Siamo davvero di fronte a un confronto tra sistemi con Pechino? Vogliamo convertire la Cina? Quest’ultima non ha affatto un progetto simile, perché intende prima garantire il proseguimento del proprio sviluppo, che passa attraverso il commercio con l’Occidente (Stati Uniti e Unione Europea).
Il testamento di Georges Pompidou
«Le rivoluzioni sono spesso opera di privilegiati insoddisfatti», scriveva Georges Pompidou nella sua opera postuma Le Nœud gordien, riferendosi in particolare agli eventi del maggio 1968 in Francia. Ma cosa è successo alla fine in Asia?
A livello mondiale — e qui si può includere una riflessione anche sull’Occidente — ci si può porre la seguente domanda: le società sempre più istruite saranno esclusivamente un fattore di progresso oppure una fonte di fermenti distruttivi per via del nichilismo? Parte della risposta sta in un altro interrogativo sulla natura e sui risultati dei sistemi educativi.
I rivoluzionari cinesi erano in un certo senso dei mandarini. Ma i privilegiati insoddisfatti, così pertinenti nella descrizione di Pompidou, sono ormai diventati moltitudini sempre più numerose e indisciplinate, come hanno dimostrato le reazioni più che turbolente alla gestione della pandemia da parte del governo cinese. La rivoluzione in Cina rischia quindi di continuare, così come in molti altri luoghi.