La mistica dell’acqua: il fiume Li
I grandi fiumi della Cina sono molto noti: lo Yangtze, il fiume più lungo dell’Asia con i suoi 6.300 km, che attraversa la Cina da ovest a est partendo dal Tibet e sfociando vicino a Shanghai; e il Fiume Giallo, lungo circa 5.400 km e situato più a nord, anch’esso originario del Tibet. Questi fiumi sono stati fondamentali per lo sviluppo del Paese (si pensi alla diga delle Tre Gole sullo Yangtze), alle comunicazioni e al fiorire della civiltà: il Fiume Giallo, in particolare, è considerato una delle culle della civiltà cinese. Entrambi fanno parte dell’immaginario collettivo cinese.
I cinesi amano le città costruite sulle rive dei fiumi, cui attribuiscono un valore femminile e quasi divino. È il caso, per esempio, di Hangzhou e Suzhou nella regione di Shanghai, celebrate dal proverbio cinese:
“上有天堂, 下有苏杭”
che significa “In cielo c’è il paradiso, sulla terra ci sono Suzhou e Hangzhou!”.
Tuttavia, l’acqua e i fiumi rappresentano anche una forza temibile: le inondazioni ricorrenti, come quelle devastanti del Fiume Giallo, hanno richiesto imponenti opere di bonifica. Nel sud della Cina si trova un intrico di corsi d’acqua che, pur più modesti, presentano caratteristiche altrettanto affascinanti. È il caso del fiume Li, meno esteso ma ugualmente impressionante.
Oggi il fiume Li è celebre soprattutto per la straordinaria bellezza del paesaggio circostante. Il clima caldo e umido ha favorito l’alterazione del calcare, dando origine a innumerevoli formazioni carsiche a forma di “pan di zucchero” e a giganteschi rilievi scolpiti dalla natura. Lungo le risaie si possono ammirare vere e proprie “foreste di pietra” o pilastri isolati che raggiungono anche gli 80 metri di altezza.
Ma lungo il fiume si svolge anche una vita quotidiana fatta di lavoro e tradizioni: contadini e pescatori vivono sulle sue rive in armonia con la natura. I bufali d’acqua, animali simbolo di protezione e compagni instancabili nei campi, pascolano tranquilli lungo le sponde. Ancora oggi si pratica la spettacolare pesca con i cormorani, una tecnica tradizionale che incanta turisti e appassionati.

Buddismo e Islam a Xi’an
Il buddismo è arrivato in Cina molto prima dell’Islam, diventando la prima delle due religioni a diffondersi nel Paese. Ancor più della via marittima dai porti cinesi, in particolare Guangzhou, è stata la rete carovaniera della Via della Seta – che collegava la Cina all’Asia centrale e all’India – il principale canale di diffusione a partire dal I secolo d.C.
Durante la dinastia Tang, la Via della Seta fu attraversata da un intenso flusso di stranieri. La città di Chang’an (oggi Xi’an), capolinea di questa arteria commerciale, divenne nel VII secolo una metropoli cosmopolita di circa due milioni di abitanti. Qui convivevano buddisti provenienti dall’Asia centrale e i primi musulmani giunti dal Medio Oriente. Fu sotto l’Impero mongolo, nel XIII secolo, che gli scambi eurasiatici raggiunsero il loro apice, segnando il “periodo d’oro” della Via della Seta.
A Luoyang, capitale imperiale sotto gli Han, nel 68 d.C. l’imperatore fondò il Tempio del Cavallo Bianco (白馬寺), il primo tempio buddista in Cina. Nei secoli successivi, il buddismo si radicò profondamente nella spiritualità cinese; alcuni sovrani lo adottarono addirittura come religione di Stato, analogamente a quanto fece Costantino con il cristianesimo. Oggi la Cina ospita circa 255 milioni di buddisti, pari al 15-20% della popolazione nazionale, risultando il Paese con la più grande comunità buddista al mondo.
L’Islam giunse in Cina diversi secoli dopo il buddismo. Fu sotto la dinastia Tang (618-907) che la presenza musulmana iniziò a consolidarsi. La prima moschea cinese fu costruita proprio a Chang’an (Xi’an) nel 742. Attualmente, l’Islam rappresenta circa l’1-2% della popolazione cinese, ovvero tra i 18 e i 25 milioni di fedeli. Tra questi si distinguono i Hui, musulmani sinizzati stimati intorno ai 10 milioni, e i popoli turcofoni annessi all’Impero cinese, in particolare gli uiguri dell’Asia centrale, islamizzati a partire dal X secolo. La regione autonoma dello Xinjiang ospita la maggior parte di questa popolazione, con circa 11 milioni di persone nel 2020.
Xi’an è dunque una città di grande importanza sia per il buddismo che per l’islam. La città e la sua regione vantano numerosi templi buddisti di rilievo, come il Tempio Famen, uno dei più antichi della Cina; il Tempio Xingjiao, fondato nel 669; e il Tempio Guangren, un importante centro del buddismo tibetano nella città. Tuttavia, il monumento più emblematico è la Grande Pagoda dell’Oca Selvatica (大雁塔, Dàyàntǎ), costruita nel VII secolo per conservare i testi buddisti riportati dall’India dal monaco Xuanzang. Xuanzang è celebre per il suo pellegrinaggio di 17 anni in India, raccontato nel romanzo classico cinese Il viaggio in Occidente. La pagoda, alta oggi 64 metri, ha subito vari restauri nel corso delle dinastie Ming e Qing.

La Grande Muraglia vista dal cielo
Contrariamente a quanto narra la leggenda, sin dalle prime missioni Apollo è stato confermato che la Grande Muraglia cinese (長城) non è visibile a occhio nudo dagli astronauti in orbita a circa 400-450 km di altitudine. Nemmeno da un aereo a 10.000 metri risulta un’impresa semplice scorgerla. Secondo un ex cosmonauta, tuttavia, sarebbe possibile osservare da un’orbita satellitare l’ombra di una porzione della muraglia al tramonto o all’alba, ma solo in condizioni eccezionali. I sensori ottici a bordo delle navicelle spaziali hanno invece una risoluzione tale da consentire immagini dettagliate e spettacolari della Grande Muraglia, la cui lunghezza complessiva supera i 6.000 km (senza contare fossati e altre strutture difensive), nonostante la relativa strettezza dei bastioni, larghi circa 8 metri, e il fatto che spesso sia circondata da fitte foreste montuose.
La muraglia è un complesso sistema di fortificazioni militari iniziate dal primo imperatore Qin Shi Huang, l’unificatore della Cina nel III secolo a.C. (cfr. Cronaca della Cina n°5 – Sulle mura di Xi’an), e sviluppate soprattutto durante la dinastia Ming tra il XV e il XVII secolo, con l’obiettivo di segnare e difendere il confine settentrionale del paese. Si tratta della più imponente struttura architettonica mai realizzata dall’uomo, sia per lunghezza che per volume. La sua efficacia fu messa alla prova varie volte, soprattutto durante le invasioni dei Mongoli nel XIII secolo e dei Manciù nel XVII secolo.
Oltre alla sua grande storia, spesso segnata da conflitti, la Grande Muraglia ha un forte valore simbolico ed è parte integrante dell’immaginario collettivo cinese. Per comprenderla appieno, è necessario prendere le distanze, osservarla dall’alto: essa rappresenta la materializzazione del concetto di “Impero di Mezzo” (“中国”, Zhōngguó), ovvero una civiltà unica e di vastissime dimensioni. La sua funzione originaria era difensiva, un’interpretazione che contrasta con visioni che la vedono come simbolo di vocazione imperialista. Fonte di orgoglio nazionale, la muraglia prefigura – anche per via del coinvolgimento di numerosi lavoratori (si stima siano stati centinaia di migliaia, se non milioni) – la realizzazione delle grandi opere contemporanee in Cina, come la diga delle Tre Gole sullo Yangtze, costruita tra il 1994 e il 2006.
Percorrere la Grande Muraglia o ammirarne le mura, ad esempio durante la Festa di metà autunno sotto la luna piena, è un’esperienza quasi iniziatica: si sale lungo gradini spesso ripidi che sembrano condurre verso il cielo. Da lassù, la Terra stessa sembra trasformarsi in un nuovo cielo.

Viaggio nell’aldilà alla Tomba dei Ming
L’equilibrio della Cina classica si consolidò sotto la dinastia Song (960-1279). Successivamente, fino al 1378, il potere passò alla dinastia Yuan, un impero governato dai Mongoli, reso celebre anche da Marco Polo. In questo periodo, alla preminenza dei funzionari colti subentrò quella dei cavalieri, mentre gli Uiguri assunsero un ruolo di rilievo, occupando il secondo posto nella gerarchia etnica dell’impero. La dinastia Ming (1368-1644) rappresentò una restaurazione del potere cinese.
Il potere è per sua natura transitorio e quello dei Ming fu una lunga e brillante parentesi — il termine “Ming” significa “Luce” — prima dell’arrivo dei Manciù, la dinastia Qing (“Purezza”, 1644-1911), ultima dinastia imperiale cinese. Non è un caso che i Ming abbiano ampliato la Grande Muraglia per fronteggiare le minacce provenienti dal nord; costruirono inoltre la Città Proibita e fissarono definitivamente la capitale a Pechino a partire dal 1421. Come la dinastia precedente, nonostante fosse uno dei periodi più lunghi e stabili della storia cinese, anche il dominio Ming cadde a causa di ripetute inondazioni del Fiume Giallo, condizioni di estrema povertà e rivolte contadine, simili a quelle che avevano portato alla fine della dinastia Yuan con la rivolta dei “Turbanti Rossi”. Le questioni legate all’abbondanza alimentare e allo sviluppo demografico rimangono tuttora temi fondamentali nella politica e nell’economia cinese.
La Tomba dei Ming è in realtà un vasto complesso di mausolei eretti dai vari imperatori della dinastia. Qui riposano le spoglie di 13 imperatori (su un totale di 16) insieme a quelle delle loro concubine. Le tombe si estendono su circa 40 km², disposte secondo i principi del feng shui: protette da una catena montuosa a nord e aperte verso sud. Un viale degli elefanti — che ospita anche altre sculture di animali come leoni, cammelli e cavalli, oltre a figure di alti funzionari — costituisce la “Via Sacra” (Shendao), simbolo della protezione e dell’accompagnamento degli spiriti imperiali nell’aldilà.
Questa Via Sacra richiama, per la sorprendente somiglianza dei riti funebri a distanza di quasi tremila anni, il Viale delle Leonesse o Viale delle Sfingi che collega i templi di Karnak e Luxor nell’Alto Egitto. Analogamente, le camere funerarie sono disposte lungo un lungo corridoio le cui decorazioni — che in Cina si manifestano nelle sculture del “cammino delle anime”, una tradizione in vigore fin dall’epoca degli Han, e in Egitto nei dipinti come quelli della tomba di Ramses III, una delle più ornate della Valle dei Re — narrano un viaggio simbolico nell’aldilà.
Alla persistenza dei riti funerari si aggiunge quella della teoria del potere imperiale, che è rimasta sostanzialmente invariata dai tempi degli Han fino a oggi. L’imperatore è considerato il pilastro dell’universo: non governa direttamente la vita quotidiana, ma delega il potere. La sua missione principale è mantenere la virtù, raggiungere la saggezza, preservare lo Stato e garantire la pace, per assicurare il miglior equilibrio possibile nel mondo.

Il Tempio del Cielo
Il Tempio del Cielo (Tiāntán, 天壇) è un luogo mitico e di straordinaria bellezza architettonica, tra i più significativi di Pechino. Costruito all’inizio del XV secolo durante il regno dell’imperatore Yongle della dinastia Ming, questo vasto complesso era destinato alle cerimonie imperiali di preghiera rivolte al Cielo, in particolare per invocare raccolti abbondanti.
Il Tempio riflette la cosmogonia cinese: la sua base rettangolare o quadrata simboleggia la Terra (Dì), mentre i tre tetti circolari sovrapposti rappresentano il Cielo (Tiān). Questa combinazione di forme geometriche incarna l’antico pensiero cinese, secondo cui il Cielo è associato allo yang — energia attiva, maschile e luminosa — mentre la Terra corrisponde allo yin — principio ricettivo, femminile e materiale.
Il Tempio del Cielo non è un singolo edificio, ma un complesso di strutture immerse in un parco magnifico, il cui perimetro esterno ha una forma quasi quadrata con angoli arrotondati a nord. Le terrazze del Tempio, realizzate in marmo circolare, si trovano all’interno di un cortile quadrato. I colori dominanti – blu, giallo e verde – rappresentano rispettivamente il Cielo, l’Imperatore e il popolo; questa simbologia è evidente nei tetti a tripla falda di alcune costruzioni, come la Sala delle Preghiere per i Buoni Raccolti (祈年殿, Qínián diàn).
Il Tempio del Cielo non era accessibile ai comuni fedeli, ma riservato esclusivamente all’Imperatore della Cina, considerato il “Figlio del Cielo” (天子, Tiānzǐ). La sua legittimità derivava dal Mandato Celeste. André Malraux racconta nelle sue Antimémoires che per Mao Zedong il popolo aveva sostituito il Figlio del Cielo come centro di legittimità.
Oggi il Tempio è diventato un luogo centrale della vita sociale e culturale. Qui si sono svolti eventi importanti, dalle celebrazioni felici, come il passaggio della fiamma olimpica, a momenti più drammatici, come l’occupazione straniera. La sua straordinaria scenografia ha attratto figure di rilievo, sia leader cinesi che visitatori stranieri; si dice che Henry Kissinger non mancasse mai una visita al Tempio durante i suoi soggiorni a Pechino.
Come il punto centrale del Tempio — la cosiddetta “Pietra del Cuore del Cielo” dove era collocato il trono imperiale — anche il Tempio del Cielo può essere visto come un vero e proprio centro del mondo, simile all’omphalos del Tempio di Delfi in Grecia.

Ritorno a Pechino
Bisogna tornare a Pechino, punto di arrivo e di partenza di un viaggio nella storia e nella cultura cinese. Come Marco Polo, che con occhi spalancati contemplava la Cina variegata della dinastia mongola; come Matteo Ricci e i gesuiti del XVI e XVII secolo nella Cina dei Ming; o come nel secolo successivo, quando da Canton si sviluppò un intenso commercio attraverso le “corporazioni” Co-Hong e l’Europa si entusiasmò per il modello confuciano – il Santo e il Saggio, prima ancora che il Rivoluzionario – e per una civiltà e uno stile di vita spesso sognati, ispirati dai giardini e dalle “cineserie”.
Nel XX secolo, sulla scia dell’esempio del generale De Gaulle nel 1964, si riconobbe un’altra grande nazione: una Cina che per lungo tempo era rimasta un volto nascosto del mondo, ma che ora si impegnava in un cammino originale. Oggi, infine, Pechino è al centro di un mondo in cui la Cina costituisce una potenza di primo piano.
Si va a Pechino e si torna sempre lì. L’incontro storico tra De Gaulle e Mao non ebbe mai luogo, soprattutto perché il fondatore della V Repubblica lasciò il potere troppo presto. Ma il presidente Pompidou fu il primo presidente della V Repubblica francese a recarsi lì nel 1973; il suo consigliere, Jean-Bernard Raimond – che ebbi l’onore di servire nel 1986 quando era ministro degli Affari esteri del presidente Chirac – lo accompagnò e parlò di quel viaggio significativo per lui, che ispirò riflessioni sulle « le radici dei tempi nuovi” in un libro: ‘Lo sguardo di un diplomatico sul mondo’ (1960-2010). Confessò che ‘la Cina era (per lui) un centro di interesse… per tutta la sua carriera’. Fu Deng Xiaoping, vice primo ministro, ad accogliere il presidente Pompidou e il primo ministro Chou En Lai, che lo accompagnò durante tutto il suo viaggio nel Paese, fino a Shanghai e Hanzhu. Da allora, tutti i presidenti francesi si sono sempre recati in Cina, dove il tema principale, al di là delle vicissitudini del momento, è sempre stato il governo del mondo.
Questa serie di Cronache è iniziata con “L’autunno a Pechino”, quando lì era estate. Sarebbe doveroso parlare anche del Palazzo d’Estate, che si adatta a tutte le stagioni, compreso il gelo invernale, quando i visitatori possono ammirare pattinatori che si muovono sui laghi in uno scenario grandioso. Chi arriva dalla Francia o dall’Inghilterra non può non provare un certo imbarazzo pensando al «saccheggio del Palazzo d’Estate», raccontato in un libro da un altro diplomatico francese, e contemporaneamente non può non sentirsi turbato dall’incomprensione per tanta bellezza profanata e oggi ricostruita.
Non ci si stanca mai di immergersi nel cuore del potere che la Città Proibita rappresenta quasi come un’allegoria. Si possono percorrere le vie d’accesso inclinate in marmo scolpito, un tempo riservate agli imperatori, che conducevano ai palazzi simbolo dell’ascesa verso un regno divino. Stare alla Porta della Pace Celeste, all’ingresso della Città Proibita, invita alla contemplazione e all’attesa di un futuro grandioso.
