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La bellezza che salva: intervista a Laura Ansaldi

di Lelio Antonio Deganutti

Post-evento “The Trinity of Sound”, Roma – Sala Baldini

 

La sera di The Trinity of Sound ha lasciato un’impronta profonda nel cuore del pubblico romano. Un concerto che ha unito il flauto di Marco Baragli, il pianoforte di Alexey Botvinov e la voce del soprano Laura Ansaldi in un’esperienza sonora e spirituale unica.

Dopo l’applauso finale, abbiamo incontrato Laura Ansaldi per approfondire il suo vissuto artistico e interiore durante questa straordinaria esecuzione.

 

 

 

 

Il titolo “The Trinity of Sound” evoca una dimensione spirituale e simbolica: come si traduce questa idea nella vostra interpretazione musicale?

 

Laura Ansaldi:

Questa è una cosa che vedo spesso, quasi ogni giorno, anche nel lavoro con i miei allievi.

La chiave è che, per poter essere veramente liberi di esprimere la nostra spiritualità e i nostri sentimenti come artisti – e quindi trasmettere il nostro messaggio al pubblico, che alla fine è la cosa più importante – dobbiamo prima di tutto raggiungere la perfezione tecnica.

Dobbiamo padroneggiare con assoluta sicurezza la tecnica del brano o dell’opera che interpretiamo, perché altrimenti anche la comunicazione emotiva fallisce. Se non abbiamo il pieno controllo tecnico, siamo in tensione, percepiamo che qualcosa ci sfugge, e questo ci impedisce di donarci completamente all’ascoltatore.

Il primo lavoro da fare, che ancora oggi continuo a svolgere con umiltà, è proprio questo: raggiungere la piena padronanza tecnica. È un percorso che richiede molto impegno e sacrificio, ma è la base imprescindibile.

Solo quando la tecnica è completamente assimilata, l’artista può “lasciarsi andare”, può liberare le emozioni e comunicare davvero con il pubblico.

È allora che nasce la magia — come è accaduto anche a Roma — quando il pubblico va oltre la valutazione tecnica e si abbandona a un’emozione autentica, diversa per ciascuno. La chiave è tutta qui: partire dalla perfezione tecnica per arrivare alla libertà interiore.

 

 

Si è percepita una fusione profonda tra i tre interpreti, quasi mistica. Com’è stato per lei vivere questa comunione musicale e spirituale?

 

Laura Ansaldi:

Sì, effettivamente c’è stata una fusione quasi mistica, e la mia gratitudine va innanzitutto a Marco Baragli, non solo come flautista straordinario, ma soprattutto come ideatore e anima di questo progetto.

Il maestro Baragli, che oltre a essere musicista è anche un profondo studioso e simbolista, ha saputo costruire un percorso coerente, dove i tre strumenti — flauto, voce e pianoforte — si intrecciano in modo perfetto, aprendosi a vette spirituali molto alte.

Per me è stata la prima volta che ho percepito la mia voce in questa dimensione, come parte viva di una meditazione sonora. È stata un’emozione intensissima, un’esperienza che porterò con me a lungo.

Sono profondamente riconoscente a Marco, non solo per la collaborazione impeccabile durante la performance, ma per aver concepito e reso possibile questo viaggio spirituale così luminoso.

 

 

In molti hanno parlato del potere spirituale e salvifico della bellezza in questo concerto. Lei cita spesso Dostoevskij: “La bellezza salverà il mondo”. Che significato assume oggi, per lei, questa frase?

 

Laura Ansaldi:

È una frase che ripeto spesso — ai giornalisti, ai miei allievi, al mio pubblico — perché ha sempre guidato il mio lavoro. Dostoevskij diceva: “La bellezza salverà il mondo”, e per “bellezza” intendeva l’arte in tutte le sue forme.

Io credo profondamente in questo. In ogni epoca, in ogni contesto culturale o religioso, la bellezza autentica dell’arte è qualcosa che trascende tutto. Non importa se il pubblico è colto o meno, giovane o anziano, credente o no: la bellezza arriva sempre, parla a tutti.

Viviamo in un’epoca in cui spesso si dice che le persone si distraggono, che l’attenzione è dominata dai social o dalla televisione. Ma io non credo che la bellezza perda mai la sua forza.

Quando l’arte è sincera, quando nasce da un’anima ispirata, trova sempre la strada per toccare il cuore.

E credo che questa sia la nostra missione come artisti: non costruiamo ponti materiali, non muoviamo denaro, ma possiamo ispirare. Possiamo ricordare alle persone che la bellezza è ciò che, ancora una volta, può davvero salvare il mondo.

 

 

C’è stato un momento, durante la serata, in cui ha sentito che la comunicazione con il pubblico ha raggiunto la sua massima intensità?

 

Laura Ansaldi:

In ogni concerto ci sono dei momenti in cui percepisco che la comunicazione con il pubblico si apre completamente, che le barriere — anche quelle fisiche tra palco e platea — si dissolvono.

Alla Sala Baldini ho sentito questa connessione fin dall’inizio, ma c’è stato un momento particolarmente intenso: quando ho cantato “La Vergine degli Angeli” da La forza del destino di Verdi.

È un’aria che amo profondamente, una delle più spirituali e toccanti del repertorio verdiano.

Verdi ha saputo creare figure femminili autentiche, vere, forse ancor più reali di quelle di Puccini: donne che vivono l’amore, il dolore e la fede con una sincerità disarmante.

Durante quell’aria, ho percepito un’energia speciale, una vibrazione condivisa. Il pubblico ha reagito con un applauso spontaneo, ancora prima che terminasse la musica — un momento raro e commovente.

Lì ho capito che il messaggio era arrivato, che la musica aveva superato ogni distanza.

È stato un istante di pura gratitudine: verso il pubblico, verso i miei colleghi e verso la musica stessa.

 

 

Postludio

 

Con The Trinity of Sound, Laura Ansaldi ha rivelato un volto dell’arte che va oltre la tecnica e la forma: quello della trasparenza spirituale, dove il suono diventa preghiera e la bellezza diventa veicolo di redenzione.

Un dialogo fra corpo e anima, fra voce e silenzio — nel cuore di Roma, dove la musica torna a farsi rivelazione.

 

 

 

 

 

 

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