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Ritorno alla vita. Apologia del ritardo e celebrazione di un capolavoro anfibio di Francesco Castronovo

Caro Francesco, ti scrivo queste righe con il capo cosparso di cenere, l’anima in subbuglio e il cuore che, finalmente, è tornato a pulsare con il ritmo febbrile di chi ha appena scampato un grande pericolo. Ho tenuto il tuo libro, “Le rane – Una riscrittura anfibia”, poggiato “sul mio comodino” per quasi un anno. Trecentosessantacinque giorni di polvere silenziosa, di sguardi sfuggenti, di promesse intime regolarmente mancate. “Lo leggo domani”, mi ripetevo con la rassicurante e colpevole ignavia di chi si crede padrone del proprio tempo. “Lo comincio appena ho la mente sgombra, appena il rumore di fondo di questa esistenza si placa”. Ma la verità, nuda, dolorosa e ineluttabile, è che noi esseri umani ci illudiamo costantemente. Spesso, troppo spesso, crediamo di essere vivi per il mero, banale fatto che stiamo respirando. Ci convinciamo che l’automatismo del nostro muscolo cardiaco, il semplice espandersi e contrarsi dei polmoni, o il movimento meccanico delle nostre gambe che ci trascinano da un ufficio a un salotto, siano la prova inconfutabile della nostra vitalità.

Non è così. Quella non è vita; è una stanca sopravvivenza, un tirare a campare che somiglia molto di più al letargo letale dell’anima che non a un’esistenza degna di questo nome. Ci aggiriamo come sonnambuli in un mondo che abbiamo smesso di guardare, e soprattutto, che abbiamo smesso di fiutare. E spesso, quasi per una misteriosa e pietosa legge di compensazione dell’universo, serve qualcuno – o qualcosa – che ci riporti prepotentemente alla vita. Che ci strappi dal nostro torpore prima che la calcificazione del nostro spirito diventi irreversibile. Tu, amico mio, con questo tuo straordinario volume edito da Nubes, ci sei riuscito. E di questo imperdonabile ritardo, di questo intero anno di cecità volontaria, ti chiedo perdono. Ma, al contempo, ti ringrazio, perché il risveglio è stato una folgorazione.

L’incipit del tuo lavoro, Francesco, è un capolavoro di ingegneria metateatrale. Non appena ho trovato il coraggio, o forse la disperazione necessaria, per aprire la splendida copertina illustrata da Alessio Sale, sono stato investito da una rivelazione. Tu non ti limiti a scrivere e a raccontare una storia; tu esigi che il lettore compia un atto fisico, un tuffo vertiginoso nell’abisso della parola. “Le storie non possono aspettare”, ammonisci fin dalle primissime righe. E quanto avevi ragione! Io le ho fatte aspettare, peccando di superbia. Ci chiedi, con una precisione chirurgica, di non visualizzare banali “tende che si aprono”, ma piuttosto di percepire l’atto della lettura come “occhi che scendono sulle formiche d’inchiostro a cui stiamo affidando il nostro teatro: le lettere”. È una metafora di una potenza inaudita. Noi lettori veniamo trasformati in “palombari” che calano le pupille sulla pagina, avventurandoci in una dimensione dove la superficie scompare e resta solo la vertigine del fondale. E in questa discesa negli abissi della carta e della psiche, attraverso lo sforzo di quelle “ganasce” e di quelle “pinze che allentano il freno sulla vista”, ho ritrovato il respiro profondo che avevo smarrito.

Ecco il miracolo: leggendo di uomini in fuga e di divinità che si materializzano per poi pietrificarsi, io stesso mi sono spietrificato. Mi sono risvegliato. La scena si apre con una fisicità che toglie il fiato. Un vecchio corre disperatamente, a perdifiato, battendo la terra veloce. È Xantia. Non è un eroe omerico dai calzari d’oro, ma un uomo vestito di un misero “chitone, corta tunica color tuorlo d’uovo”, che nella corsa disperata rivela “tratti di pelame bianco” su un torace “scuro e tutt’ossa”. È la rappresentazione plastica, carnale, sudaticcia della condizione umana quando è spogliata dai suoi orpelli e ridotta al puro, feroce istinto di sopravvivenza. Le sue ginocchia sottili “si alzano e si abbassano come le macchine del teatro care a Euripide: piccole carrucole nel momento della trazione”. In questa sublime similitudine, tu fondi l’ingegneria teatrale con l’anatomia umana, suggerendoci che noi stessi siamo macchine sceniche, mossi dai fili invisibili della necessità e del fato.

Dietro di lui, la rabbia cieca del potere e della disuguaglianza. Due uomini robusti, nobili allenati alla guerra, lo inseguono con attrezzi di fortuna (una zappa, un bastone) solo per punire il furto di un pezzo di pane, rivendicato per giunta da Xantia a compensazione di un “lavoro doppio”. Il disprezzo con cui i due lo chiamano “cane” risuona drammaticamente contemporaneo. È la voce arrogante del privilegio che vuole annientare il subalterno, che preferisce vederlo morto – “Così o muore per il ritorno o per la fuga” – piuttosto che concedergli la dignità di un respiro autonomo. Ma Xantia sfugge. Si lancia verso una balza della terra, salvato dalla sua disperazione e dalla stupidità ritardataria dei suoi aguzzini che si sono attardati per armarsi, ritenendo i pugni insufficienti per un “vecchio da quattro soldi”. In questa fuga c’è tutta la resistenza di chi rifiuta di farsi cancellare dalla storia.

Ed è qui che il personaggio di Xantia esplode in tutta la sua dirompente, magnifica complessità filosofica. Egli non è una vittima inerte; è uno “schiavo siciliano dell’entroterra greco”, un astuto difensore dei propri interessi che rivendica la proprietà di ogni suo umile avere: la tunica, il mantello, la corda alla vita. Ma il suo vero tesoro, la sua arma più affilata, è il suo intelletto, celato sotto le spoglie del suo ingiurioso soprannome asiatico: “Kynòpa”, faccia di cane.

È assolutamente geniale, caro Francesco, il modo in cui hai costruito la dignità intellettuale di questo personaggio. Xantia compie un’operazione di sovversione semantica degna dei più grandi pensatori: prende un insulto, uno stigma sociale, e con “fine acume di filologo e spirito di mercante” lo ribalta, trasformandolo in un epiteto eroico, una medaglia al valore delle sue virtù. Egli è cane non perché immondo, ma perché possiede il dono supremo del “fiuto”. La sua dissertazione sulla superiorità dell’olfatto sull’intelletto astratto è una delle pagine più esilaranti e profonde che io abbia letto nell’ultimo decennio.

Attraverso la voce di Xantia, tu scardini duemila anni di pedanteria accademica. Sentirgli affermare che “Aristotele usava il naso, non la testa” e che i sofisti venivano considerati meretrici del sapere non per brama di denaro, ma perché le loro teorie “puzzavano quanto le ascelle di una meretrice dopo un’intera giornata di lavoro”, è una catarsi. È la rivincita del corpo sulla mente astratta, della vita vera sulla teoria stantia. I precettori che “odorano di piscio” divengono l’emblema di una cultura accademica morta, asfittica, che corrompe gli ambienti che attraversa, trasformando il profumo dell’intelligenza viva nel lezzo della presunzione. Xantia “filosofeggiava a fiuto”, ed è esattamente ciò che noi, moderni anestetizzati, abbiamo dimenticato come si fa. Abbiamo smesso di annusare la realtà, preferendo leggerne i riassunti rassicuranti sui nostri schermi. Xantia, fuggiasco e terrorizzato, è incredibilmente, prepotentemente, olfattivamente vivo.

Ma l’apice narrativo ed emotivo di questo inizio, il momento in cui la tua penna trascende la materia e tocca l’indicibile, si consuma nella notte buia e umida delle campagne macedoni. Il servo, vinto dalla stanchezza e cullato dall’umidità che si fa rugiada, si risveglia zuppo e tremante. Spinto dalla pura fisiologia, dalla necessità di far scorrere il sangue per combattere “l’agghiaccio delle ossa”, si muove. Ed è in quel momento di totale vulnerabilità corporea che si manifesta l’epifania.

“Un lampo muto accende di luce cielo e terra”. La descrizione che fai dell’apparizione è di un rigore scultoreo spaventoso. Dal punto toccato dalla linea di fuoco sorge un corpo umano. Lo vediamo tendersi, quadricipite dopo quadricipite, fino a irrigidirsi in uno spasmo e pietrificarsi. “Dritte le gambe, afflosciato il busto”. Davanti a questa perturbante rottura delle leggi naturali, l’istinto animale di Xantia subisce un cortocircuito e lo schiavo, semplicemente, sviene.

Il giorno successivo, la scena cambia tono. L’evento traumatico e sovrannaturale lascia il posto a una stasi carica di presagi. La figura pietrificata ha riacquistato fattezze e mobilità umana. Xantia la osserva di sottecchi, scartando prima l’idea di essere sprofondato nella follia (in caso di pazzia, ragiona argutamente, non patirebbe nemmeno il dolore), e aprendo la porta a quello spiraglio infantile, quel “margine di possibilità” coltivato sin da bambino: la visita di una divinità.

E ancora una volta, non è la vista a risolvere l’enigma. Xantia non riesce a mettere a fuoco i dettagli morali dell’uomo, sebbene ne colga la potenziale e arcana benevolenza. È, immancabilmente, il naso a decifrare il mondo. Un venticello si alza dalla terra in ombra e porta con sé un “profumo alieno”, un odore “eccessivamente dolce, eccessivamente amaro”. Questo profumo contrastante, stordente (che lo fa boccheggiare “come fosse un pesce”), agisce come la leggendaria madeleine proustiana, ma non lo trasporta in un salotto borghese, bensì nel cuore pulsante e dionisiaco dell’Antica Grecia. Lo riporta bambino, mano nella mano con la madre, in giro per Atene durante le “Grandi Dionisie”. Lo riporta verso quello spettacolo bizzarro a cui la gente delle campagne accorreva in massa: il “teatro”.

Eccolo, il cortocircuito sublime del tuo romanzo. L’odore eccessivamente dolce ed eccessivamente amaro non è semplicemente il profumo di Dioniso incarnato; è il profumo del Teatro stesso. È il sudore degli attori, l’euforia del pubblico, la tragedia del fato e la commedia dell’esistenza. È l’essenza stessa della rappresentazione umana. Ed è qui che comprendo, nel profondo delle viscere, il senso profondo del tuo sottotitolo: “Una riscrittura anfibia”. Perché l’anfibio è colui che abita due regni. Respira sulla terra solida e soffocante della realtà materiale (la fame, la fuga, la schiavitù di Xantia), ma è capace di immergersi e sopravvivere nelle acque profonde e irrazionali del mito, del divino, dell’inconscio collettivo. La tua opera è anfibia perché fa da ponte ininterrotto tra l’Atene classica e il nostro disincantato presente. Tu hai preso il fango delle nostre esistenze stanche e lo hai mescolato con l’acqua sacra del mito teatrale, plasmando una creatura letteraria che salta e guizza da una sponda all’altra della storia umana.

E torniamo così a quel libro lasciato a prendere polvere sul comodino per un anno. Credevo di essere vivo prima di iniziarne la lettura, semplicemente perché pagavo le bollette, assolvevo ai miei doveri, camminavo per strada. Ero, se mi passi l’analogia crudele ma veritiera, come quei vecchi precettori stigmatizzati da Xantia: presuntuosi e, spiritualmente parlando, maleodoranti di noia e rassegnazione. Mancava il vento, quel venticello inatteso capace di portare alle narici un odore alieno. Il tuo libro è stato quel vento. “Le rane” nella tua versione, non è un pigro ricalco accademico dell’opera aristofanesca. È un atto di stregoneria, una scossa di defibrillatore impressa su un torace assopito. Nel gesto teatrale di calare le mie pupille sulla pagina, come un palombaro solitario e affamato d’aria, ho ritrovato il senso del testo e il senso del vivere.

A te, caro Francesco Castronovo, va la mia ammirazione più incondizionata. E non solo per la maestria stilistica, per la padronanza di un lessico ricco, sinuoso, capace di passare dal lirismo della descrizione paesaggistica (quella “verde quiete delle erbe selvatiche”) al fango dialettico di uno schiavo che maledice i suoi aguzzini e sbeffeggia i massimi sistemi filosofici. Ti ammiro perché mi hai ricordato che le storie non sono ornamenti per ingannare il tempo. Le storie sono salvagenti. Le storie sono attese in agguato nel buio, pronte a colpirci con un “lampo muto” per destarci dal letargo. Spesso serve qualcuno che ci riporti in vita. E ci riesce chi maneggia le formiche d’inchiostro non come freddi caratteri tipografici, ma come un esercito silenzioso pronto a marciare dritti verso il nostro cuore. Prometto solennemente, a me stesso prima che a te, che non farò mai più aspettare le tue parole. Continuerò a leggere, immergendomi in questa tua dimensione anfibia, lasciandomi guidare dal fiuto canino e saggio di Xantia Kynòpa, pronto a scoprire quale nuovo, stordente profumo mi riserverà la prossima pagina del tuo magnifico e inaspettato palcoscenico di carta.

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